Ma tu guarda, mi sono detto. Il mio terzo libro da recensire parla di Teatro. Faccio Teatro Amatoriale da vent’anni, penso proprio che mi divertirò.
E invece no.
Perché Il Pianeta storto di Marco Renzi, Edizioni Creativa 2025, è un vero e proprio cazzotto nello stomaco. Ma non un cazzotto qualunque. No. È un cazzotto come quelli di Mike Tyson, Cassius Clay o Marvin Hagler.
Ecco, è una cosa così.
Reportage corredato di foto, scritto in maniera estremamente semplice, senza fronzoli né retorica, ti entra nell’anima a poco a poco, man mano che vai avanti nella lettura e conosci cose che stenti a credere, nell’anno 2025. E invece è tutta verità. Una verità incontrata in luoghi diversi, in Continenti diversi, in mezzo a gente diversa, ma accomunata da un’unica caratteristica: la miseria. E c’è qualcosa di commovente, qualcosa che ti scava nell’anima, apprendere che ci sono persone, le quali si prodigano per cercare di alleviare le sofferenze comuni a tutti i disperati che entrano a far parte di questo reportage con la prepotenza che solo un’immane ingiustizia può provocare. Capitolo dopo capitolo, viaggio dopo viaggio, quasi a conferma di quello che già so, il miracolo del Teatro si compie. Perché, ebbene sì, il Teatro è un miracolo. Ha il potere di estrapolarti dalla realtà quotidiana per trasferirti altrove, in un Mondo immaginario e diverso, molto diverso da quello in cui sei costretto a vivere. Ho chiuso gli occhi, mentre leggevo, vedendo e ascoltando le risate di quei bambini, di quelle donne e uomini, completamente immersi nello spettacolo. Uno spettacolo che, di volta in volta, si fa in una capanna, in un bunker, in una scuola, sui gradini di una chiesa o anche per le strade brutte e sudicie e piene di buche e infestate di topi delle baraccopoli, dei centri di raccolta, in città bombardate da anni di guerra. Leggendo si conoscono realtà inimmaginabili, come l’esistenza, fianco a fianco, di favelas e baraccopoli e grattacieli e ville sontuose, uno spregio totale alla più elementare forma di sensibilità umana.
Eppure, proprio lì il Teatro senza Frontiere porta il sorriso; porta una carezza; porta un momento di serenità; porta, perché no, anche un minimo di speranza perché – e qui cito una frase a pagina 112 del libro –Le anime da salvare sono tantissime, un esercito smisurato, ma i missionari combattono ugualmente, a mani nude, all’ombra dei grattacieli lontani e finché ci sarà gente come loro, l’umanità potrà ancora definirsi tale.
A mio modo di vedere, il messaggio è chiaro.
Ci sono due generi di persone: quelle che aiutano questa umanità di disperati ad affrontare con un sorriso la vita; e quelle che invece si danno da fare perché ci sia un’umanità costretta ad affrontare questa vita di disperati.
Sulla guerra stendo un pietoso velo. La guerra è sempre, comunque e ovunque, una croce. Una croce come quella di Cristo, ma per fare una croce ci vogliono sempre due legni. Magari uno più lungo e uno più corto, ma sempre due legni sono.
Mi soffermo un po’ di più su quello che, in termini tecnici, viene definito Il primato della Politica sull’Economia.
Mi viene questa riflessione, che ci volete fare?
Il reportage parla chiaro, addirittura in certi punti lo dice, quando cita il costo di un carro armato e di cosa si potrebbe fare per questi disperati con quei soldi. E invece no. Questi, sono soldi spesi per fare altri soldi e poi altri soldi ancora, mettendo sempre in moto una catena di Sant’Antonio i cui benefici vanno a senso unico, creando nel Mondo una sempre più ingestibile iniquità nella distribuzione del Reddito. E starebbe alla Politica, con il suo inesistente primato, a dover porre fine e rimedio a tutto ciò, ma non accade mai.
Ecco, fra le righe del libro, al di là della commovente narrazione di situazioni che sembrano ai confini della realtà, che strappano lacrime – e giuro che ho pianto a più riprese andando avanti – al di là di questo inesauribile spessore umano delle persone che si prodigano a fare qualcosa di buono, al di là di questo, io ci ho letto la responsabilità della Politica.
La responsabilità di uomini e donne, il cui mandato dovrebbe imporre loro di eliminare le sofferenze, che invece non dico vacilla, ma è addirittura assente. C’è una distanza abissale fra queste persone e quelle impegnate nell’iniziativa Teatro senza Frontiere, persone che ne incontrano altre nei luoghi dove vanno a portare il loro messaggio, altre persone che da una vita si prodigano per dare un pasto, un letto, strappare un sorriso e creare una speranza a disperati senza età.
Ne cito uno: Padre Renato Kizito Sesana.
Ma sono da citare tutti, tutti quelli che hanno collaborato, e continuano a collaborare, a questa iniziativa che, oltre a essere profondamente umana, è anche, almeno per come la vedo io, un atto di denuncia rivolto a chi dovrebbe intendere, è in grado di intendere, ma non lo fa.
E uno spunto di riflessione per noi lettori, per chi lo leggerà. Coi nostri problemi quotidiani di connessione internet, le amicizie sui Social, le ultime novità firmate della Nike, dell’Adidas, della Lotto.
Come preferite.
Commenta per primo