Più che lodevole il proposito della casa editrice minimum fax di ripubblicare la corposa produzione letteraria di Giovanni Arpino. Perché Arpino (Pola, 1927 – Torino, 1987) è un autore che sarebbe delittuoso dimenticare.
È più che sufficiente, per collocarlo tra i grandi romanzieri italiani del pieno ‘900, ricordare che appartiene a quel nutrito, formidabile drappello di scrittori forgiati nella più grande fucina letteraria nazionale (Torino) e valorizzati da una delle case editrici (Einaudi) più meritevoli nella scoperta e nell’allevamento di talenti. Facciamo qualche nome a caso? Cesare Pavese, Elio Vittorini, Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Anna Maria Ortese, Leonardo Sciascia. Ce ne sarebbero tanti altri, ma quelli appena citati credo bastino e avanzino.
Arpino è stato anche poeta, e non da poco. E il climax, il tocco, la follia dei poeti li si ritrovano tutti nella sua inimitabile prosa.
Arpino è stato anche inviato sportivo per La Stampa e ha scritto di calcio, come Gianni Brera. E, come Gianni Brera, è stato un commentatore sportivo eccelso, inventore di un glossario sportivo tutto suo (a proposito di Gianni Brera, andatevi a leggere Addio bicicletta – che nelle ultime riedizioni credo abbiano rititolato anonimamente e scioccamente Sul ciclismo: anche chi non è suiveur delle due ruote avrà modo di commuoversi).
E nella sua veste di scrittore di sport, sommo merito in una carriera già di per sé meritoria, ha fatto conoscere agli italiani il grande novelista argentino Osvaldo Soriano. Chi non conosce ancora Soriano (1943-1997), può recuperare il tempo perduto iniziando dal tenero, esilarante e struggente Triste, solitario y final (protagonisti: l’investigatore Philip Marlowe e Stan Laurel… sì, proprio lo Stanlio inseparabile compagno di Ollio), per proseguire poi con gli altri undici (troppo pochi!) romanzi che la sua breve carriera letteraria gli ha concesso di scrivere e donarci.
Ma torniamo a Giovanni Arpino e al suo Il primo quarto di luna.
Fu in una mattina di sole gelido, a rasoiate sui vetri com’è tipico di certi inverni torinesi, che Saverio Piumatti, specchiandosi in bagno, vide sul proprio volto un’ombra di losca malinconia.
Nel folgorante incipit c’è già tutta, o quasi, l’atmosfera del breve, onirico, metafisico, splendido breve romanzo.
Chi si guarda nello specchio del bagno è un giovane tassista torinese. Che scopre, appunto, quell’ombra di losca malinconia che lo affliggerà per tutto il romanzo e gli toglierà la voglia di fare, di muoversi di casa.
E la casa è la portineria odorosa di minestrone di un vecchio stabile torinese, dove facciamo conoscenza dei coprotagonisti, modellati tanto bene e con tale incisività da restare per sempre negli occhi e nel cuore del lettore: la madre portinaia (Madama Cernaia, chiaroveggente per vocazione), lo zio Nino (concreto, solido, cultore di Giuseppe Garibaldi), il vecchio avvocato e il vecchio medico (figure, solitamente anziane e pateticamente so-io-come-si-fa, che non possono mancare in un grande condominio metropolitano che si rispetti), Diana (una giovane fata Turchina, che compare all’improvviso e quasi inavvertitamente, per affiancarsi al giovane tassista malato di melanconia e accompagnarlo in un cammino di redenzione fatto di sogni e di passeggiate nel fantastico).
E c’è Gioachino, un pappagallo in gabbia, forse il vero custode della portineria, di quel cubicolo dove i pochi incisivi personaggi si danno di gomito e danno vita a una commedia urbana – anzi: suburbana – intrisa di sentenze popolari, rimpianti, sogni, terapie contadine e tutti quegli altri sapidi ingredienti di una commedia all’italiana in prosa.
Gioachino è presente quasi in ogni pagina, a ricordare a tutti che lui c’è e ascolta e riassume o commenta il detto dagli altri. «Che barba il tango! O basta là!», ripete ossessivamente il pennuto di quando in quando (con intonazione da Macario, c’è da immaginare).
E infine, c’è Torino, la città che incombe fuori della portineria, lontana ma presente con i suoi suoni e i suoi spenti colori. È magistrale la sapienza con cui Arpino spruzza le pagine del romanzo con questo ingrediente. E sono spruzzate di poesia pura. “Dalle lontane caverne della città saliva una trama di echi ringhiosi; il fuggitivo svanire d’una sirena poliziotta tra le nebbie serali; Il gemere della città divenne fioco vortice di ferri mischiati.
E mentre fuori echeggiano le sirene e i ringhi di una città matrigna, nell’atmosfera umida e malaticcia del cubicolo della portineria si accendono e si spengono le innocue risse verbali tra pensionati: Lei parla di umanità? Che pulpito. Lei che sale le scale senza scarpe, al mattino, per leggere il mio giornale davanti alla porta, ginocchioni sul tappeto come un pezzente?.
Ultimissima annotazione. Il primo quarto di luna è del 1976. Una decina d’anni prima, Enzo Jannacci aveva messo in musica il dramma di un giovane tassista milanese (Aveva un taxi nero) che così esordiva: Aveva un taxi nero / che andava col metano / con una riga verde allo chassis. Anche il tassista di Jannacci aveva una mamma: Mentre la mamma prega nella camera / il figlio suo percorre la metropoli …. Anche la Milano del tassista di Jannacci incombe sul dramma personale: Fonda è la notte, ma c’è dei lampioni il chiarore (…) Fuori fa freddo e come sempre nevica ….
Che c’entra Jannacci? C’entra, c’entra, datemi retta. Erano gli anni d’oro, anche del cabaret.
Arpino, Jannacci, Brera, Fo, Cochi e Renato, tutti quegli altri …. che nostalgia!
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