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Recensione: L’italiano delle traduzioni. I “parlanti” italiani e il “traduttese”.

Recensione: L’italiano delle traduzioni. I "parlanti" italiani e il "traduttese".

L’italiano delle traduzioni.
Di Stefano Ondelli.
Editore Carocci.

È del 1972 l’opera cui si deve la prima trattazione sistematica del problema della traduzione: After Babel di George Steiner, in cui vengono esposte in maniera dettagliata le teorie dei più grandi scrittori che si sono occupati di traduzione dall’antichità ad oggi, dedicando particolare attenzione alla relazione tra traduzione e multilinguismo. I testi che lettori e ascoltatori fruiscono in italiano, ma che sono stati concepiti, e scritti, in un’altra lingua, sono oggi, numerosi e diversificati: articoli giornalistici, leggi, istruzioni per l’uso di apparecchiature, programmi televisivi e via dicendo. Da una parte l’unificazione europea, dall’altra la globalizzazione dei mercati hanno dato sempre più ragione a Umberto Eco che nel 2008 aveva affermato che “la lingua dell’Europa è la traduzione”.

Quello che ne L’italiano delle traduzioni  è chiamato “traduttese”.

Ma non sempre è possibile tradurre da una lingua all’altra in maniera equivalente, bisogna quindi utilizzare una serie di strategie volte a garantire il più possibile la fedeltà di un testo. Queste strategie sono chiamate anche procedimenti di traduzione.

Stefano Ondelli, autore di questo interessante saggio, le illustra brevemente e con chiarezza. Partendo dall’adattamento, anche conosciuto come traduzione libera. L’adattamento è spesso utile per la traduzione di poesie, opere teatrali e pubblicità.
Altra strategia è il prestito che consiste nell’usare una parola o una frase del testo originale nel testo tradotto. I prestiti solitamente vengono indicati in corsivo o tra virgolette e vengono lasciati nella lingua d’origine; in altre parole, è la non traduzione della parola. Esempi di prestito sono le parole inglesi blue jeans e sandwich.

Il calco linguistico è un procedimento di traduzione che consiste nella creazione di neologismi, seguendo la struttura della lingua d’origine. Può essere semantico o morfologico, un esempio di calco semantico è la parola “realizzare” nella sua accezione di “rendersi conto” derivata chiaramente dal verbo inglese to realize. Il calco può essere anche morfologico come la parola grattacielo derivante dal termine inglese skyscraper. L’italiano non aveva alcuna parola per indicare questo tipo di edificio.

La modulazione invece, consiste nel variare la forma di un messaggio mediante un cambio semantico o di prospettiva. In sostanza la modulazione produce una frase che suona meglio rispetto alla frase tradotta in modo letterale.

Abbiamo infine la trasposizione; cambiamento della struttura grammaticale di una frase senza che cambi il significato del messaggio; e la traduzione letterale.

Quest’ultima si riferisce al passaggio dalla lingua d’origine a quella tradotta in cui si arriva linearmente a un risultato corretto.

Con grande acume il testo, pone l’accento su un aspetto linguistico a cui non si presta la dovuta attenzione, partendo dall’assunto iniziale che l’italiano recepito quando guardando la televisione o leggendo romanzi è in grande misura un italiano frutto di traduzione, prevalentemente dall’inglese, ma non solo.
L’italiano delle traduzioni è, dunque a vari livelli, una componente importante del repertorio dei parlanti italiani, prima di tutto per quel che riguarda la ricezione passiva di testi scritti. Di conseguenza, l’italiano delle traduzioni può incidere sullo sviluppo dell’italiano.

La questione non è da sottovalutare: viviamo tuttora in una fase di veloce evoluzione dell’italiano, una lingua che solo da poco, per la sua peculiare storia, ha iniziato a essere sottoposta liberamente alle spinte evolutive che caratterizzano in genere le lingue. Non sono certo mancate evoluzioni che hanno trovato nuova linfa nelle traduzioni: ad esempio la perifrasi progressiva (tipo “sto andando”), in continua espansione in italiano dal Cinquecento in poi, vede oggi una vistosa impennata, legata al diffondersi di traduzioni di testi letterari e paraletterari dall’inglese. In altri casi però l’attrito può costituire un punto di resistenza rispetto a un processo evolutivo: ne è un esempio l’espressione del pronome soggetto, in particolare egli, che tende a scomparire nei testi italiani, ma che risulta, invece, usato con una certa frequenza dai traduttori.

Tutti gli studi sulla traduzione partono dal presupposto che i traduttori siano guidati nel loro lavoro da alcuni principi universali: semplificazione, esplicitazione, convergenza. Questi fattori sono noti come universali traduttivi. È pensiero comune che le traduzioni possano essere il cavallo di Troia attraverso il quale si diffondono in un’altra lingua parole o costrutti estranei.

Probabilmente ciò avviene più facilmente con le traduzioni che nel testo sono dette “invisibili”, frutto di traduttori improvvisati e privi di un’adeguata formazione. Ma quando a tradurre sono traduttori preparati, si crea spesso un luogo di tutela della tradizione della lingua d’arrivo, alla quale i traduttori si conformano. Basti pensare ai “forestierismi”: spesso, nelle traduzioni la loro presenza è più ridotta che nei testi scritti originariamente in italiano: il traduttore si sente in dovere di tradurre tutto quello che è traducibile, molto più di chi produce testi in italiano.

La traduzione guida il passaggio di significati da una lingua all’altra. Senza ombra di dubbio ciò rappresenta un motivo di grande sfida linguistica per il traduttore che spesso durante il lavoro si imbatte in problemi di non facile soluzione. Infatti, la caratteristica propria di ogni lingua è quella di possedere ognuna nel proprio bagaglio culturale, determinati modi di dire, frasi fatte, parole legate al mondo della culinaria e delle tradizioni che risultano intraducibili per altre culture, e quindi nell’atto traduttivo si presentano come residui comunicativi dato che il più delle volte è difficile trovare un corrispondente linguistico. Oggi con la crescente “globalizzazione” e con l’intensificarsi delle relazioni tra nazioni diverse, il problema è tutt’altro che marginale.

L’atto traduttivo mette in relazione due mondi paralleli, due culture che si avvicinano senza in realtà sfiorarsi mai.

Stefano Ondelli insegna Linguistica italiana all’Università di Trieste. Soprattutto tramite strumenti informatici e la linguistica dei corpora¸ si è occupato di didattica per stranieri, linguistica dei testi, comunicazione politica e varietà di italiano contemporaneo: giuridico e amministrativo, di traduttori e interpreti, dei giornali, della cucina e della moda. Tra le pubblicazioni principali:La lingua del diritto, Roma, Aracne, 2007; La sentenza penale tra azione e narrazione, Padova, CLEUP, 2012; Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Trieste, EUT, 2013.

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