Recensione: “Necesse est” di Salvo Bilardello, tra Trieste, noir e police procedural

Recensione: “Necesse est” di Salvo Bilardello, tra Trieste, noir e police proceduralHo iniziato a leggere i Gialli Mondadori all’età di tredici anni, nel 1965, quando frequentavo la seconda media a Grosseto, in Piazza della Vasca. In tre anni ne avevo letti in quantità industriale – da Nero Wolfe a Perry Mason, da Poirot a Miss Marple, da Philip Marlowe a Donald Lam – ma non mi era ancora capitato un Giallo dove il caso venisse risolto dalla polizia.

Finché, nell’estate del 1968, non m’imbattei nell’Ottantasettesimo Distretto di Ed McBain. E in Pietà per chi crede, del medesimo autore, sin da quel meraviglioso incipit, rapì il mio interesse per sempre.

Si può considerare McBain come il capostipite del genere poliziesco denominato Police procedural. Se vogliamo, perfeziona e aggiunge molti elementi in più, circa le procedure di polizia, a suo tempo già messe in scena del genio di Simenon con il commissario Maigret. Non più un investigatore solo, ma un’intera squadra che si occupa di uno o più casi. La polizia scientifica che assume il suo vero ruolo in ogni indagine. Le modalità operative dei poliziotti, i loro trucchi e segreti. Un parlato tipico di quell’ambiente che è la strada, la criminalità, la città. E sì, la città. Così bella e affascinante, così sgualdrina.

Dopo I Bastardi di Pizzofalcone, ispirati chiaramente all’Ottantasettesimo Distretto di Mcbain, è stato molto interessante leggere Necesse est, di Salvo Bilardello, edito nel 2024 dalla Casa editrice Edizioni Creativa. 

Ambientato a Trieste – una città che da sempre mi attira e mi affascina – scritto in terza persona onnisciente, raccoglie in sé molti tratti tipici del Police procedural come sopra accennato. C’è un personaggio principale, il commissario De Stefano. E intorno a lui ne ruotano altri che non sbiadiscono nella narrazione, ma, anzi, quando entrano in scena, assumono il ruolo centrale. Gli ispettori Diodovich e Dragan. Ci sono la Scientifica, il medico legale, il PM. Tutti coloro che, insomma, nella vita vera e reale, collaborano alla risoluzione di un crimine. La storia è narrata con stile semplice ed essenziale, spesso dritto al punto. Si parte un po’ in sordina: una donna muore fulminata nella vasca da bagno, una ragazza viene trovata uccisa in un magazzino storico del Porto Vecchio, un ispettore della Questura, Giuseppe Buoncaso, non si trova e questo è strano. La polizia brancola. Ma poi, capitolo dopo capitolo, i casi crescono, prendono vita e il ritmo delle scoperte si fa via via più serrato, fino alla soluzione finale, che conferisce un connotato Noir al romanzo.

Si respira l’aria di Trieste, dall’inizio alla fine. Una Trieste narrata con gli occhi di De Stefano e dalle sue abitudini quotidiane. Il Molo Audace, dove va a rifugiarsi per raccogliere le idee; il Caffè degli Specchi; il quartiere Cavana. E poi la Bora. Ti sembra di sentirla, certe volte, mentre stai leggendo. E mentre leggi e respiri l’aria di questa città, ti cali anche tu nelle indagini, come se fossi un poliziotto di quella squadra.

È quello che accade leggendo I Bastardi di Pizzofalcone e, in misura maggiore, l’Ottantasettesimo di Ed McBain.

Nel romanzo, i personaggi hanno un loro spessore, ora caratterizzato da poche ed efficaci descrizioni, ora dalle loro azioni e comportamenti. Ci sono almeno tre storie d’amore, con ciò contravvenendo alla regola numero 3 di S.S. Van Dine su come si scrive un Giallo. Una felice; una che potrebbe non ricomporsi mai più e una che nasce e progredisce con le indagini. Tutti ingredienti che conferiscono maggiore spessore all’intera vicenda, che finisce con l’essere vissuta col fiato in gola.

Il messaggio è chiaro, ma si snoda agli occhi del lettore andando avanti nella lettura, quando il commissario De Stefano manifesta segni di stanchezza mentale sul mondo in cui è costretto a vivere. Un mondo in costante peggioramento, una società in via di disgregazione, dove la vita umana non è nemmeno pari a quella di un’eredità. Un mondo dove De Stefano fatica sempre più a ritrovarsi, ma che si rifiuta di abbandonare per innato senso del dovere. Un malessere interiore che cresce a mano a mano che l’indagine si fa più complessa e si avvicina alla verità dei fatti.

È quello che succede un po’ nella vita di tutti i giorni, se fai di mestiere lo sbirro. È una narrazione vera, con personaggi credibili, umani, ciascuno con le proprie debolezze e le proprie virtù.

Proprio quello che cercavo nel lontano 1968, quando m’imbattei in Pietà per chi crede di Ed McBain.

Ha fatto scuola il vecchio Ed. Tutte le serie TV americane e italiane, del genere poliziesco, hanno attinto da lui. I Bastardi sono diventata una serie.

Chissà che non sia così anche per il commissario De Stefano e la sua Trieste.

Autore

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*