Recensione: “Quel che resta di me” – Una foglia accartocciata

Recensione: "Quel che resta di me" - Una foglia accartocciataQuel che resta di me
di Francesca Leva
Giovane Holden Editore

“Breve, ma intenso” è il commento che di primo acchito viene spontaneo alla fine della lettura di questo libro di Francesca Leva.
Già il titolo fa comprendere che l’io narrante è in prima persona e perciò narra fatti ed episodi di chi, nonostante le tristi vicissitudini affrontate, vuole andare avanti. Non sappiamo se si tratti di qualcosa di autobiografico, ma poco importa, perché in Francesca, la protagonista, possiamo trovare sentimenti e idee che ciascuno di noi ha provato nel difficile momento in cui da adolescente si affaccia titubante al mondo degli adulti e non sa se ne sarà all’altezza oppure no.

L’anoressia e la bulimia sono i due mali che, alternativamente, affliggono la protagonista e che purtroppo rappresentano il malessere della società attuale, che dà all’apparenza maggiore importanza che non all’essere.

La vita della protagonista è “un’altalena”, continuamente alla ricerca di “scacciare l’assillante signora paura” che la perseguita: paura di ingrassare e di non essere adeguata a ciò che la società chiede, ma in primis ciò a cui lei stessa ambisce: avere un bel corpo magro.

“Fame insaziabile”
e “sensi di colpa” per aver mangiato troppo sono i due aspetti della stessa medaglia per colpa dei quali Francesca è costretta a essere internata in strutture ospedaliere che lei percepisce come “carcere” o a rivolgersi a professionisti per un supporto psicologico grazie al quale lei può finalmente arrivare a pronunciare la fatidica frase che il lettore aspetta e cioè che Francesca può finalmente dire di avere raggiunto la stima di se stessa.

Questo risultato è ottenuto soprattutto grazie al suo desiderio di non sentirsi più “una foglia accartocciata”, di non essere più “vittima e preda dell’indecisione” e soprattutto di liberarsi dalla “nemica più malefica: la depressione”.

Molto ben delineati sono anche i personaggi non protagonisti, per esempio Daniela, una persona che mette di buon umore chi le sta accanto e che sa ascoltare, dando perciò all’autrice la possibilità di spiegare il valore dell’amicizia, oltre alla tematica di fondo e cioè i cosiddetti disturbi alimentari.
Mentre leggiamo il libro “Quel che resta di me”, a causa dei continui colpi di scena, abbiamo l’impressione di essere a teatro o al cinema, come suggerisce in particolare il titolo di uno dei capitoli dall’amletico dubbio “Mangiare o non mangiare”.

Dal punto di vista stilistico, nel romanzo viene utilizzata egregiamente una prosa che in molti punti somiglia alla poesia, come, per esempio, l’uso frequente dell’anafora.
La lettura di questo libro, dunque, oltre a regalarci momenti di poesia, ci fa capire quanto sia giusta la frase pronunciata da Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi e cioè che “in fondo al tunnel c’è sempre la luce”.
Il libro di Francesca Leva è quindi un messaggio di speranza per chi si trova a lottare verso qualcosa che sembra imbattibile.

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