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Recensione: “SUSANNA E GLI ORCHI”, l’orrore del lager attraverso gli occhi di una bambina

Recensione: “SUSANNA E GLI ORCHI”, l’orrore del lager attraverso gli occhi di una bambinaUna bambina può diventare il perno attorno a cui ricostruire i rapporti umani.

Mamma cosa ci hanno fatto?

SCHNELL SCHNELL

Questo è “SUSANNA E GLI ORCHI” di Mariella Ottino e Silvio Conte, piemontesi, insegnanti di scuola media e autori di numerosi romanzi per ragazzi ( Illustrazioni David Rodriguez, ALBE EDIZIONI)

Il romanzo si ispira alla storia vera di Susanne Raweh che, deportata da piccola in un lager, riuscì a salvarsi nascondendosi in una buca scavata nel terreno.

Allo stesso modo Susanna, la protagonista della nostra storia, riesce a restare accanto ai suoi genitori durante tutta la prigionia grazie ad un escamotage del padre e all’aiuto e alla protezione degli altri prigionieri, lei teneva per loro accesa la fiammella della speranza di vincere, prima o poi, il mostro nazista e di riemergere da quell’immensa voragine di orrore in cui era sprofondata l’Europa.

Il romanzo si svolge su due linee temporali differenti.

Da una parte troviamo una Susanna adulta, al capezzale della madre morente, intenta a recuperare la parte del suo passato che la renderà libera attraverso il flusso di ricordi che la donna le sta trasmettendo:

Sono tornata dentro le mie paure, dento i miei sogni infantili e ne sono uscita rasserenata. L’angoscia a cui non sapevo dare un nome è svanita. Ho dovuto tornare bambina per guarire e credo che questa sarà la mia condizione futura: rimarrò bambina per sempre e finché vivrò sarò accompagnata dal mio consigliere, il mio eroe di un tempo, il Principe Sobolan”

Dall’altra parte troviamo una Susanna bambina che rivive ogni momento della sua prigionia e ci racconta come sia riuscita ad affrontare quei terribili giorni grazie all’aiuto del suo amico Principe Topo Sobolan e al suo esercito di vermi, ragni, formiche, scarafaggi e di come questi sono riusciti a sconfiggere i terribili Orchi che sotto la maschera hanno musi di maiali pieni di pustole, con i denti che sporgono dalle labbra e gli occhi rosso sangue. Non sorridono più adesso grugniscono.

Ho letto il romanzo tutto d’un fiato in mezzo pomeriggio, non riuscivo a staccarmi dal racconto di quella bambina, di come per sconfiggere la solitudine nel buco in cui era nascosta riuscendo a non impazzire abbia fatto amicizia con tutti quegli animaletti che solitamente non sono molto amati né dai grandi né dai piccini, trovando in sé stessa la forza, lo scopo di quella prigionia.

Che bello! Sono tornati! Il papà, la mamma, i miei amici. Io dovrò rimanere qui, zitta e immobile nel mio pozzo, per aiutarli. Ecco il compito che mi ha affidato il Principe – Topo!”

E non riuscivo a staccarmi dal racconto della giovane donna, di come abbia dovuto ripercorrere tutto l’orrore vissuto per poter ricominciare a vivere, per poter guardare al futuro con un briciolo di speranza ed abbia ritrovato, infine, la madre.

Non ho mai provato come adesso cosa significa sentirsi una cosa sola con qualcuno, e quel qualcuno non poteva che essere mia madre. Sto sognando? No sto vivendo. Sto vivendo finalmente la parte della mia vita che avevo cancellato, senza la quale però non potrei costruire la mia vita futura… Solo adesso che la sua anima è dentro di me capisco quanto mi ha voluto bene.”

Il romanzo è di facile lettura, semplice e forte al tempo stesso, da una parte l’amore, dall’altra l’orrore.

Carico di una morale, un messaggio, un augurio per il futuro, il futuro di una umanità che ancora oggi è fortemente disumana, le uniche guerre che bisogna combattere e vincere sono quelle contro noi stessi, o meglio, contro la parte di noi che è cambiata quando siamo diventati adulti e qualcuno ci ha fatto notare che il nostro vicino è diverso da noi. Da piccoli non ce ne eravamo accorti. Ed è proprio per questo che bisogna ricominciare dagli ultimi, dai piccoli e dagli innocenti; una bambina può diventare il perno attorno a cui ricostruire i rapporti umani.

E dobbiamo imparare a tenerci per mano perché le mani sono lo strumento che gli uomini devono usare per comunicare. Non per imbracciare un fucile o lanciare una bomba, ma per stabilire i contatti e far passare le emozioni, perché questa è la Terra Promessa, un posto dove si sta bene con se stessi e con gli uomini che vivono accanto a noi. Ma bisogna stringersi le mani.

Nessun Orco ha il diritto di decidere di rubare il tempo di un altro.

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