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Recensione: “Tokyo – Stazione Ueno” – La formalità, comune denominatore

Recensione: "Tokyo - Stazione Ueno" - La formalità, comune denominatore“Credevo che la vita fosse come un libro, dove una volta sfogliata la prima pagina c’è la successiva, e sfogliando una a una tutte le altre dopo un po’ si arriva all’ultima.
Invece la vita è completamente diversa dal racconto che trovi dentro a un libro.
Anche se le parole sono messe una accanto all’altra e le pagine sono numerate, manca la trama.
Anche se c’è una fine non finisce.
Resta qualcosa.
Qualcosa è rimasto.
Cosa è rimasto qui?
La sensazione di stanchezza c’è.
Ero sempre stanco”

Queste le prime righe del romanzo di di Yu Miri, Tokyo – Stazione Ueno, edito da 21lettere.
Queste parole, dense di sofferenza e di fatica di vivere, sono pronunciate nel romanzo, da un senza tetto che vive, o a quanto pare sopravvive, nel parco Ueno della capitale del Giappone.

A dire il vero non ricordo il suo nome, devo spulciare nel libro per trovarlo e mi rendo conto che non c’è, perché il libro è narrato in prima persona, quasi che i ricordi, le esperienze e la fatica di vivere di quest’uomo, siano tutto quello che gli resta.

Un senza nome, un senza fissa dimora, un uomo che non esiste.

Eppure sono vive le sue senzazioni, i suoi ricordi, il suo osservatorio particolare su una Tokio diversa da quella vissuta dai turisti o presente nell’immaginario collettivo.

La Tokio che Yu-Miri, chirurgicamente, ma senza anestesia alcuna, ci descrive attraverso il racconto e il dolore di questo signore “cartellino Su 7” (la sua postazione ufficiale di senza tetto), è una città che vive in una miracolosa armonia di contraddizioni.

Onore, dovere, obbligo, sono i valori di cui è permeata la cultura giapponese e che si palesano nei racconti del signor Su7.

L’occultamento della povertà dilaga come un torrente tra le parole.
L’indifferenza dei passanti e del governo sono invece la sostanza viscida e collosa che le tiene insieme.
Sullo sfondo la fioritura dei ciliegi e le meraviglie che appaiono, ma che in realtà non sono o comunque non sono per tutti.

In Giappone i dati OCSE riferiscono una percentuale altissima di povertà, pari al 15,7% e la fascia di età maggiormente coinvolta è quella superiore ai 66 anni e cioè al termine dell’età produttiva.

Il nostro protagonista ha lavorato per mantenere degnamente la famiglia, il figlio negli studi e ripagare con onore i debiti. Ha vissuto come una macchina per tutta la sua vita e lo racconta con rimpianto e disperazione.
Non ha potuto godere di nulla, svolgendo massacranti lavori alla giornata, trascurando affetti e interessi e tutto quello che di importante esiste nella vita oltre al lavoro.

Quando il resto è tragicamente scomparso, sono prevalsi in quest’uomo il senso di fallimento e di inutilità ed è precipitato giù, vittima delle conseguenze della meccanica di una vita piatta e produttiva e dello stigma sociale.
Lo stigma sociale pare che ancora oggi rimanga la condanna più dolorosa e più temuta, per gli abitanti di questo, che è uno dei paesi più tecnologicamente avanzati al mondo.

Senza gli affetti al nostro protagonista non è rimasto in sostanza, nulla.

Ed è in questo nulla che ha cominciato poi a galleggiare come molti altri senza tetto.
Ed è questo nulla che rimarca nel romanzo la nostra Yu Miri, con incredibile maestria.
La maestria di chi denuncia delle contraddizioni che sono dolorose quanto delle ferite vive.

Il sole, che illumina i ciliegi fioriti, diventa accecante per il nostro protagonista.

La coincidenza della nascita del figlio dell’imperatore, tra l’altro coetaneo di Su7, con quella di suo figlio, scomparso tragicamente e mai goduto, sottolinea fatalmente la voragine esistente tra due vite in parallelo: quella di chi è vergognosamente ricco e formale e quella di chi è vergognosamente povero e formale.

La formalità, comune denominatore di ricchi e poveri, figlia della cultura della vergogna, che pervade il Giappone, è il lato oscuro di questo paese.

La formalità che si concretizza nella “Cacciata dalla montagna” e cioè l’evacuazione dal parco dei senza tetto, per garantire un luminoso passaggio all’Imperatore durante una delle sue uscite ufficiali.

La formalità che è quanto si contrappone più ferocemente alla spontaneità della fioritura dei ciliegi.

La formalità: Il lato oscuro della luminosa e accecante bellezza.

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