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CuriosArte: I De Filippo, l’amore fraterno nello spazio ambiguo tra arte, rancore e nostalgia.Dire De Filippo, è come fare appello al nome stesso del teatro.

Ma si può davvero sapere cosa nasconde una famiglia? Soprattutto quella che nasce da una greve eredità di “doppia famiglia” nella Napoli di inizio Novecento?
Scarpetta e i suoi figli, naturali e legittimi, le estati divise e i pranzi allargati, le eredità, le lotte della moglie…

Luisa era una giovane donna, bella, occhi dolcissimi «di temperamento calmo e di sentimenti semplici. Quando mi accostavo a mia madre o quando era essa ad accostarsi a me, cosa più frequente, un sottile profumo di confetti, mi penetrava nel cervello», così la ricorderà Peppino De Filippo.

Sua zia Rosa, sorella del padre, è moglie di un grande attore e commediografo: Eduardo Scarpetta. Eduardo e Rosa hanno un figlio, Vincenzo, che si aggiunge ad altri figli: Domenico nato da una relazione di Rosa con il re Vittorio Emanuele II, e Maria nata dalla relazione dell’attore con la maestra di musica Francesca Giannetti.

È decisamente una famiglia anomala e “allargata”, che cresce ancora di più quando Scarpetta incontra la giovane nipote Luisa che ha 25 anni in meno di quello che è ufficialmente suo zio.

Nasceranno tre figli: Annunziata, Eduardo e Peppino, che prenderanno il cognome di lei, De Filippo.
Luisa e i suoi figli abitano nel quartiere di Chiaia a Napoli, in Via Ascensione, non molto distante dalla casa di zia Rosa. Luisa attende ogni giorno la visita di Eduardo, a mezzogiorno. Poi, lo accompagna alla porta e lo guarda andar via fino a quando la carrozza non sparisce dietro l’angolo della strada.

La verità è che non sapremo mai se i suoi figli sarebbero diventati tre straordinari protagonisti del teatro italiano, senza i drammi personali, la fame, i successi e le sconfitte.

Vero è che non avrebbe alcun senso il teatro senza l’ingegno e la genialità dell’arte, mescolate a tutta la gamma possibile di grandezza e miseria umana.

È nella corrispondenza privata che si può rintracciare la realtà umanissima di questi grandi protagonisti dello spettacolo.

“Caro Eduardo,
se veramente, come sempre hai detto e fatto credere, io ho rovinato e potrei ancora rovinare i tuoi proponimenti artistici tenendoti ancora a me legato, dimmela francamente e con tutta sincerità; per quanto quella sincerità sia cruda, dolorosa e offensiva, come tu sai essere quando vuoi esserlo, io non farò che rispettarla e lasciarti libero della tua vita. Se al contrario credi che io possa ancora studiare con te e lavorare con te come ai nostri antichi tempi, non aspetto che una tua buona parola e ancora una volta saremo uniti nel nostro lavoro con lena e fiducia.
Se ho tentato di farti riappacificare con nostra madre, che da parecchio si sente offesa del tuo distacco e ne soffre, il mio non è un gesto di “viltà” come tu lo hai giudicato, no! L’avvicinarsi del Natale ha fatto nascere in me l’idea che forse l’atmosfera natalizia ti avrebbe fatto accettare la mia proposta di accontentare comunque nostra madre, che tra l’altro è noto ha un particolare affetto per te e le tue cose. Ora che stiamo per separarci nulla voglio trascurare perché i nostri rapporti tornino normali e logici. Se credi che un chiarimento possa giovare definitivamente, sono pronto a discutere su tutto con animo di artista e soprattutto di fratello.”
Peppino (2 luglio 1942)

“Caro Peppino,
ti pare che dopo quanto è accaduto fra me e te, dopo anni di veleno amarissimo… un semplice colpo di spugna può cancellare dal mio animo l’offesa e il risentimento? Tu dici: “Siamo fratelli”. Certo. E chi più di me ha saputo affrontare e comprendere questo sentimento? Credi che tu da estraneo avresti potuto infliggermi le torture morali che sistematicamente, minuto per minuto, mi infliggevi? L’amore fraterno è un sentimento da asilo infantile, credi a me. Fratelli si diventa dopo di avere guardato nell’animo di una persona come in uno specchio di acqua limpida… Scusami, ma io guardando nel tuo animo, il fondo non lo scorgo. La tua lettera è troppo ingenua.
Io voglio tenderti la mano, ma con un chiarimento esauriente, onesto, sincero. Se tu mi vuoi bene come ai primi tempi della nostra miseria, vuol dire che nulla puoi rimproverarmi… mentre io, e questo è il mio più grande dolore, non ti voglio bene come allora: ti temo… Scusami se ti ho parlato così, ma è la maniera migliore per far diventare uomini due fratelli, e fratelli due uomini. (…)
Eduardo (7 luglio 1942).

Due uomini, due fratelli, che vivono d’arte, ma che sono principalmente “uomini”. Grattando via la patina dorata di cui spesso idealmente rivestiamo il mondo della cultura e dell’arte, compaiono i sentimenti umani in cui tutti inciampiamo: la competizione, la gelosia, il rancore, o semplicemente il riscoprirsi appartenenti a direzioni artistiche e idee diverse e tutto questo, inevitabilmente, divide.

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