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CuriosArte: Il cratere del naufragio - "mi lasciavo trasportare dai venti funesti"“E io andavo su e giù per la nave, finché un’ondata ne staccò i fianchi dalla chiglia; quella trave il flutto trasportava spoglia e nuda, e su di essa feci abbattere l’albero. Ma ad esso era attaccata una corda fatta di pelle di bue. E con quella io legai insieme trave centrale ed albero; seduto su di esso, mi lasciavo trasportare dai venti funesti.”
(Omero, Odissea, canto XII, 420-425)
L’isola d’Ischia fu il primo approdo dei coloni greci che lasciando la loro madrepatria, provavano a cercare fortuna altrove. Nel suo museo conserva un antico vaso, un cratere trovato nella necropoli di San Montano.
I pericoli del mare sono dipinti su quel cratere: un uomo è mangiato dai pesci a partire dalla testa, con la più elementare delle prospettive. Tutti i corpi dei naufraghi sono rappresentati senza vita, alcuni hanno il corpo mutilato dai pesci, mentra altri sono rappresentati con le braccia distese lungo il corpo. Soltanto un personaggio sembra ancora vivo, con un braccio proteso in avanti e un altro indietro a richiamare il gesto del nuoto, esaltando probabilmente l’eroicità di un individuo secondo lo stesso schema utilizzato per Odisseo che, dopo un naufragio, raggiunge da solo in balia delle onde l’isola di Calipso.
La scena dipinta sul cratere “pitecusano tardo-geometrico” costituisce il più antico esempio di pittura vascolare figurativa ritrovato in Italia.
Il fregio mostra sulla fronte del vaso una nave capovolta, con dieci aste della stessa altezza, una delle quali è il timone, sormontato da una svastica, altre svastiche sono sparse nel campo figurato, prua e poppa. La svastica, come simbolo con significati augurali o di fortuna, fu utilizzato da molte culture fin dal Neolitico. Ventiquattro pesci, resi a corpo pieno con spina e branchie risparmiate, o con il corpo solcato da linee curve o ancora con il corpo a tratteggio o a reticolo, come i tre sopra la chiglia della nave, nuotano intorno all’imbarcazione; il pesce più grande ha in bocca la testa di un uomo, mentre altri naufraghi fluttuano tra i gorghi o si attaccano al montante di prua. Le figure umane, nude, sono rese con corpo pieno e vita sottile.
Nella tragica fissità della scena si riflette un dramma rimasto sicuramente impresso nella memoria degli audaci navigatori che, dalla lontana isola greca dell’Eubea, preceduti dai Micenei stabilitisi a Vivara, raggiunsero l’isola d’Ischia, l’antica Pithecusae, per insegnare alle popolazioni del Lazio e della Campania l’arte di lavorare i metalli che venivano prelevati nell’isola d’Elba e nelle regioni metallifere della Toscana e scambiati con piccoli oggetti orientali di cui gli Euboici avevano disponibilità perché provenienti dal loro emporio di Al Mina, alla foce dell’Oronte. Essi insegnarono anche le modalità di sfruttamento delle cave di argilla, a dipingere vasi secondo lo stile euboico e, soprattutto, l’uso dell’alfabeto, un cui esempio inciso in dialetto euboico sull’altro celebre vaso noto come “Coppa di Nestore”.
Fluttuando nel mare, molti di quegli uomini devono avere invocato quel dolce ritorno cantato da Archiloco di Paro (680 a.C. circa – 645 a.C. circa), considerato il primo grande lirico greco e il giambografo più famoso:
“Nel mare – candida schiuma chiomata –
molti invocarono il dolce ritorno.”
Ho sempre provato un senso di tenerezza e umana pietà per questo cratere, dove l’artigiano forse voleva ricordare e celebrare l’ultimo viaggio di un amico perduto. O forse rammentare che scampato quel viaggio in mare, il resto sarebbe stato più facile.
Era la fine dell’VIII secolo avanti Cristo, e Ischia doveva essere un paradiso, ma anche una terra senza mappe e sicurezze. Comunque sia, questo antico cratere da simposio commemorava uno dei tanti sbarchi che formò la nostra civiltà.
Noi che veniamo da sbarchi continui, e che abbiamo imparato a scrivere e raccontare le storie da questa gente lontana, scampata ai pesci.
Tutti dovrebbero conoscere questo capolavoro della memoria, e ringraziare il cielo e la sorte, di essere figli di questa terra che tutt’ora tanti profughi orientali o africani, su vecchi gommoni e dopo aver attraversato a piedi impervi deserti, hanno cercato, cercano e cercheranno di raggiungere come un Continente sognato.
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