Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 3

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Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 2

 

Meglio essere saggi che tutti d’un pezzo.

[Archiloco]

Ho sempre invidiato i Lirici e la capacità del popolo greco antico (ma non solo di quello antico) nel riuscire, con modalità molto femminile, a unire più concetti in una (quasi) perfetta sintesi.

La nostra civiltà odierna, a malapena, sa produrne uno, di ragionamento – e soprattutto (ma questa è una mia opinione) non ha nessuna voglia di produrne.

A proposito dei greci, la civetta di questa settimana mi suggerisce di affrontare un argomento vecchio come il mondo: quello della pedissequa ricerca, da parte dell’essere umano dei nostri giorni, della totale anestesia dal dolore.

Meglio essere saggi che tutti d’un pezzo.

[Archiloco]

Ho sempre invidiato i Lirici e la capacità del popolo greco antico (ma non solo di quello antico) nel riuscire, con modalità molto femminile, a unire più concetti in una (quasi) perfetta sintesi. 
La nostra civiltà odierna, a malapena, sa produrne uno, di ragionamento – e soprattutto (ma questa è una mia opinione) non ha nessuna voglia di produrne. 

A proposito dei greci, la civetta di questa settimana mi suggerisce di affrontare un argomento vecchio come il mondo: quello della pedissequa ricerca, da parte dell’essere umano dei nostri giorni, della totale anestesia dal dolore. 

La nostra praticità, la pragmaticità (tutta italiana) che ci contraddistingueva nel mondo, che fine ha fatto? Ve lo dico io: si è trasformata nella ricerca spasmodica della scorciatoia, del modo più facile, e ovviamente nell’odio perenne contro tutto quello che potrebbe richiamare a un ordine, uno qualsiasi. Nei bambini che incontro ogni mattina questo è molto chiaro: si vive in una bolla dove ci divertiamo, chiacchieriamo, cazzeggiamo, ma non ascoltiamo. E nel momento in cui dovremmo rendere conto di quell’ascoltare, ecco che non sappiamo dire niente, alziamo le braccia, facciamo scena muta di fronte alla vita e rimaniamo in mezzo a una stanza vuota, con un’espressione da scemi sulla faccia.

Austerity è una parola, quindi, che all’italiano suona subito male; nonostante, infatti, il nostro sia un popolo di grandi risparmiatori, non ci piace stringere la cinghia o, meglio, preferiamo imporcelo da soli, piuttosto che sia qualcun altro (sia pure lo Stato) a farlo. 
Al di là dei miei ragionamenti a penna alta, quello che mi ha sempre stupito è la nostra capacità di violare e corrompere ogni tipo di codice, regolamento, decalogo, creandoci degli alibi fantastici o facendo melina, producendo straordinarie supercazzole.

Nel caso, quindi, dell’anarchico che ha violato il domicilio coatto per ben sette minuti (ma per amore) cosa possiamo dire? Se mi provassi a sollevare qualunque obiezione sarei sommerso da un nugolo di fischi. Va così, nel nostro Paese: se dici: «Sì, però…» sei un rompicoglioni; se fai notare qualcosa che non ti torna, sei sempre un rompicoglioni; se esci dalla stanza del silenzio per buttarti nella piazza della vita, fallo ma sta’ attento: lo farai a tuo rischio e pericolo.

Perché il doppiopesismo delle varie Istituzioni pubbliche e/o private, del giudizio della massa – sballottata in qua e in là dai fabbricatori di opinioni – ucciderebbe un toro. Figurarsi un essere umano. Perché l’austerità non paga, e lo capisco: i suoi risultati si vedono alla lunga, e ogni anno, ormai, qualunque uomo o qualunque donna, ha troppi appuntamenti, ricorrenze, compleanni, svaghi, cocktails, ricchi premi e cotillons per rinunciarvi, per cambiare pelle, vita, ABITUDINI.

Meglio amare che evitare, capito? Dunque meglio evitare di seguire certe regole – le quali comunque sono sempre e solo scritte per rompere le scatole e che non tengono MAI conto della vita, ci mancherebbe.

E allora via libera a tutto e a tutti, tanto ormai… A noi austeri non resterà altro da fare che tacere e andare al mare – ovviamente e rigorosamente da soli, per non creare incidenti – per ridurci come il signor Palomar, guardando un’onda, tentando di dividerla in mille pezzi. 
Sarà utile? In fondo, per davvero, non l’ha mai fatto nessuno.  
La nostra praticità, la pragmaticità (tutta italiana) che ci contraddistingueva nel mondo, che fine ha fatto? Ve lo dico io: si è trasformata nella ricerca spasmodica della scorciatoia, del modo più facile, e ovviamente nell’odio perenne contro tutto quello che potrebbe richiamare a un ordine, uno qualsiasi. Nei bambini che incontro ogni mattina questo è molto chiaro: si vive in una bolla dove ci divertiamo, chiacchieriamo, cazzeggiamo, ma non ascoltiamo. E nel momento in cui dovremmo rendere conto di quell’ascoltare, ecco che non sappiamo dire niente, alziamo le braccia, facciamo scena muta di fronte alla vita e rimaniamo in mezzo a una stanza vuota, con un’espressione da scemi sulla faccia.

Austerity è una parola, quindi, che all’italiano suona subito male; nonostante, infatti, il nostro sia un popolo di grandi risparmiatori, non ci piace stringere la cinghia o, meglio, preferiamo imporcelo da soli, piuttosto che sia qualcun altro (sia pure lo Stato) a farlo.

Al di là dei miei ragionamenti a penna alta, quello che mi ha sempre stupito è la nostra capacità di violare e corrompere ogni tipo di codice, regolamento, decalogo, creandoci degli alibi fantastici o facendo melina, producendo straordinarie supercazzole.

Nel caso, quindi, dell’anarchico che ha violato il domicilio coatto per ben sette minuti (ma per amore) cosa possiamo dire? Se mi provassi a sollevare qualunque obiezione sarei sommerso da un nugolo di fischi. Va così, nel nostro Paese: se dici: «Sì, però…» sei un rompicoglioni; se fai notare qualcosa che non ti torna, sei sempre un rompicoglioni; se esci dalla stanza del silenzio per buttarti nella piazza della vita, fallo ma sta’ attento: lo farai a tuo rischio e pericolo.

Perché il doppiopesismo delle varie Istituzioni pubbliche e/o private, del giudizio della massa – sballottata in qua e in là dai fabbricatori di opinioni – ucciderebbe un toro. Figurarsi un essere umano. Perché l’austerità non paga, e lo capisco: i suoi risultati si vedono alla lunga, e ogni anno, ormai, qualunque uomo o qualunque donna, ha troppi appuntamenti, ricorrenze, compleanni, svaghi, cocktails, ricchi premi e cotillons per rinunciarvi, per cambiare pelle, vita, ABITUDINI.

Meglio amare che evitare, capito? Dunque meglio evitare di seguire certe regole – le quali comunque sono sempre e solo scritte per rompere le scatole e che non tengono MAI conto della vita, ci mancherebbe.

E allora via libera a tutto e a tutti, tanto ormai… A noi austeri non resterà altro da fare che tacere e andare al mare – ovviamente e rigorosamente da soli, per non creare incidenti – per ridurci come il signor Palomar, guardando un’onda, tentando di dividerla in mille pezzi.

Sarà utile? In fondo, per davvero, non l’ha mai fatto nessuno.

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