Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 5

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 5

Perché l’uomo buono è l’istruttore di quelli che non sono buoni,

e coloro che non sono buoni sono i materiali dell’uomo buono.

Non stimare il proprio istruttore e, d’altra parte, non risparmiare

i propri materiali è un grave errore, per quanto saggi si possa essere.

[Tao tê ching]

Il titolo del testo sarebbe stato Sulla chiappa, sì, sulla chiappa. L’avremmo messo in scena, con la collaborazione degli abitanti di un piccolo paese posto praticamente a metà tra Grosseto e Siena, in una modalità immersiva, facendo entrare il pubblico nelle case della gente.

Soggetto: In un paesino della bassa Toscana qualcuno marchia a fuoco (sul gluteo destro) tutti i maschi, senza distinzione alcuna di età, condizione sociale, etc.

La cosa crea scompiglio. E vergogna.

Avrei voluto scrivere un testo teatrale che parlasse di una cosa di cui si discute poco: l’uso pedissequamente sbagliato, cioè, che noi maschi facciamo di quella cosa che si chiama testosterone.

Capita sempre più spesso che a scuola, per esempio, io osservi come i ragazzi impieghino un sacco di energie per urlare e non per fare attività meno logoranti, più appaganti e che, se praticate con una certa regolarità, ti cambiano (e in meglio).

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 5Oggi, il testosterone viene usato principalmente per compiere azioni violente e contro l’altro.

Nessuno lo dice, ma una costante –non solo nei giovani – è quella di un principio fondamentalmente distruttivo e/o autodistruttivo.

Da cosa derivi è presto detto: in maggioranza abbiamo cresciuto (o stiamo crescendo) una generazione di persone che non fa niente da sola, che (soprattutto) non fa MAI niente con le proprie mani (i ragazzi non toccano più niente; l’altro giorno uno mi ha addirittura detto, durante un esercizio di composizione fisica: «Io quella [cioè una compagna della quale, peraltro, sapeva benissimo il nome] non la tocco»), che non percepisce e concepisce non solo la parola, il concetto in sé ma il significato concreto della parola FATICA.

Non sudano (quasi) mai, i nostri ragazzi. E se lo fanno non è quasi mai per lo sforzo di concentrarsi su qualcosa. Perché? Molto semplice: noi adulti abbiamo permesso che li venisse costruito intorno un mondo pieno di distrazioni e non li abbiamo MAI allontanati (e dico MAI) da niente. Ci è andato SEMPRE tutto bene. E quando qualcosa non andava li abbiamo rimproverati, ma non puniti.

Provate oggi a dire a un ragazzo Vattene fuori/ Tornatene in classe/ Adesso hai scocciato. Ti guardano come se gli stessi parlando in Urdu.

Punirmi perché parlavo? Perché? Che senso ha se, fuori di qua, c’è gente che ne accoltella altra, che la prende a bottigliate, e non succede niente?

Che senso ha il mio rimprovero, se un branco di giovani (tra cui qualche minorenne) uccide un uomo a calci e la prima dichiarazione della madre di uno degli assassini è: «Sì, però contate che aveva cominciato l’altro, eh».

L’altro giorno, con gli occhi iniettati di sangue, mio padre, digrignando, ha sibilato: «Qua solo una cosa devono fare, i parenti: andare in tv e dichiarare “Spero che restiate in galera per sempre, perché appena uscite vi vengo a pescare e vi uccido. Tutti.” Sennò ’sta gente finirà per farci fuori a noi. E io non ci tengo. Non voglio morire perché ho detto a un ragazzino cosa non deve permettersi di fare. Soprattutto non voglio avere paura di rimproverare un ragazzino. Se una generazione che se ne sta andando deve avere paura di una nuova, c’è qualcosa che non va. Se la scuola deve avere paura dei propri allievi è meglio che chiuda».

Ecco, mi dicevo, le motivazioni del marchiatore del testo che avrei dovuto scrivere. Non avere paura. Chi sarà il più uomo (anzi, il più maschio) nel piccolo paese? Cosa vuol dire essere maschi? Da cosa distinguo un essere intriso di mascolinità tossica e uno normale?

Mio padre è un eroe, per me. E non per quello che ha sibilato l’altro giorno – che non lo rappresenta affatto, io lo so bene – ma perché ha sempre cercato – al netto dell’impressione superficiale che qualcuno possa formarsi su di lui non conoscendolo – di capire, di lottare contro il famigerato istinto primordiale.

Ma oggi, mio padre, l’eroe, è un uomo spaventato. Perché quei codici che la mia generazione aveva bene in testa, si sono perduti in un vortice di proposte frivole e di scarsissima concretezza vitale.

E io non voglio che diventi lui, il marchiatore; ma è quello che una ridda di giovani che non riconoscono più niente ci costringerà a diventare, se non corriamo ai ripari COME SI DEVE.

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