Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 6

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 5

 

Non avendo trovato, questa settimana, alcuna civetta degna di nota, ne approfitto per rispondere all’editoriale del Direttore uscito su puntozip.net in data 23.4.2026 (allego link: https://www.puntozip.net/leditoriale-ballare-di-giorno-vivere-meglio-il-soft-clubbing-e-la-rivoluzione-silenziosa-della-gen-z/).

Prima di cominciare, un po’ di glossario per i boomer, baby boomer e poco pratici degli slang della strada e/o della discoteca.

Millennials: Coloro i quali sono nati dal 1981 al 1996.

Club Culture: Termine angloamericano, si è diffuso in tutto il mondo e riguarda il pianeta di quei locali dove si è suonato (e si suona tuttora) uno specifico stile musicale. Non tutte le discoteche, quindi, ma solo specifici Club.

Bootleg: Registrazione clandestina di un concerto e/o di un dj set. Solitamente, negli anni ’90, il supporto preferito per tali registrazioni era la famosa cassettina.

MC: In inglese Master of Ceremony, sigla con la quale viene contraddistinto il vocalist, colui cioè che sta accanto al DJ e parla al microfono.

Pogare: L’atto di coloro i quali, ballando a un concerto o in discoteca, cominciano a prendersi a spallate l’uno con l’altro.

Fare Il cerchio: Altra posizione da discoteca. Ci si prende per le spalle formando un cerchio e muovendosi dando spallate al resto della pista.

Fare La pallina: Altra posizione da discoteca. Uno fa la pallina, gli altri il flipper. La pallina viene lanciata nella pista e va dove il flipper la manda. Se vai addosso al buttafuori fai meglio a darti alla fuga verso le colline. Lo stesso vale con i Big Jim.

Dress code: Abbigliamento da tenere.

Tunno: Nello slang stradale, i tunisini o, più generalmente, i nordafricani.

Stendere e scanagliare: Il movimento di quelli che consumano cocaina.

La mattina si gioca a bocce.

[Arturo Toscanini]

Caro direttore,

gira pel mondo una generazione degenere la quale, simile a una banderuola, è più disposta, rispetto ad altre sue colleghe, a mutare col vento che tira.

È la mia generazione, quella dei famosi (o famigerati) millennials.

Essa pare non avere anima ma, proprio per questo, rispetto alle altre generazioni, è assurta (soprattutto negli ultimi tempi) all’onore dell’osservazione dei media – e anche, ovviamente, di chi fabbrica le mode, le tendenze, etc.

Perché? mi chiederà lei. Glielo spiego subito.

I millennials, oggi, dovrebbero avere tra i 30 e i 40 anni; sono coloro i quali hanno rincorso senza posa la figura dei propri genitori (pur detestandoli, a volte) con assoluta voglia di sistemarsi, accasarsi, costruirsi una strada più lunga possibile dotata di un altrettanto lunga striscia continua, fatta di stipendi che si susseguivano l’uno all’altro.

Buona parte di questi (fu) giovani ci sono riusciti. E qua, secondo me, casca l’asino, caro Direttore.

Già, perché a una insperata disponibilità economica si è affiancata la quasi completa ignoranza delle nuove strategie di marketing che, attraverso il web, hanno fatto letteralmente buttare dalla finestra buona parte di quei risparmi che le generazioni precedenti erano invece riuscite a mettere sotto il materasso.

Tra le tante invenzioni diaboliche, subdole, operate da chi non pensa ad altro da quando si sveglia che a toglierci soldi dalle tasche, inventandosi bisogni fittizi, ecco che ti arriva, tra capo e collo, il soft clubbing. Che porta già nel nome un non so che di fastidioso, almeno per quanto mi riguarda.

Oggi è tutto soft, ci ha fatto caso, Direttore? Le potrei rifilare addirittura un cartone dritto sul naso – basta ch’esso sia soft – e andrebbe tutto bene. Scherzo.

Tornando seri, le citerò un fatto occorso al sottoscritto qualche giorno fa: mio fratello, di nove anni maggiore di me – nonché colpevole di avermi fatto scoprire e amare la musica elettronica e la club culture – mi ha inviato un video della chiusura della storica discoteca INSOMNIA di Ponsacco, punto di riferimento per due generazioni di nottambuli.

La discoteca aprì nel 1992 e chiuse circa dieci anni dopo: appartenendo al comune, la concessione venne revocata attraverso il solito abile stratagemma politico e, al posto suo, subentrò una gestione che cambiò subito il nome al locale, riappellandolo DRESS CODE.

Ora, si immagini il contrappasso di un locale notturno che passa a chiamarsi da INSOMNIA a DRESS CODE.

Se l’è immaginato? Bene.

Perché il medesimo contrappasso l’ha subito la night life, e qua subentro io. Sì, perché se mio fratello ha potuto godere dell’epoca dorata del divertimento notturno, il sottoscritto ne ha vissuto il definitivo epilogo, il cambio di mentalità e il conseguente rappelle à l’ordre.

A cavallo tra il 2004 e il 2005 infatti, dopo l’INSOMNIA chiusero anche altri storici locali come, ad esempio, il JAISS di Empoli. Il bootleg di quella serata è disponibile su YouTube, se vuole lo può ascoltare. Al minuto 19, circa, c’è il mitico Franchino (uno dei più famosi MC della storia della dance italiana) che dice, chiaramente: Una ragione per cui hanno fatto chiudere il Jaiss è perché ci sono le teste di cazzo che pogano, fanno i cerchi, le palline, fanno… Ma cosa fanno? Fanno i cerchi, fanno…

Cos’era successo? Molto semplice. Si cominciavano ad aprire le gabbie. Dentro tutti! (compresi i ragazzini).

Nel 1997 i più piccoli, all’Insomnia, erano mio fratello e i suoi amici, che avevano dai 18 ai 20 anni, e venivano sempre guardati strano dalla maggioranza che aveva dieci, dodici, quindici anni in più. Dieci anni dopo, io direi solo dieci anni dopo, mio fratello, 28 anni, era il più grande di tutti e stava in mezzo a una manica di miei coetanei.

Si è abbassata l’età, si abbassata la capacità di controllo, si è alzata la probabilità di incidenti, risse, coma etilici, etc. etc.

La discoteca è diventata, da collante di un Paese intero, un luogo di perdizione; da luogo franco dove sfogare lo stress di un’intensa settimana lavorativa, a luogo dove mostrare la ricchezza che non si ha attraverso prenotazioni di tavoli. Il protagonista non è più il locale ma il cliente, che ha sempre ragione (perché paga, a volte anche profumatamente) non per ascoltare musica di qualità e artisti internazionali, ma per sconvolgersi col Dom Pérignon assieme ai suoi amici depilati e abbronzati, tutti (ovviamente) nel DRESS CODE giusto.

Guardo le foto (risalenti ai primi anni 2000) di mio fratello con i suoi amici e mi prende il panico: hanno al massimo 20 anni (ma hanno un profilo da trentenni), sorridenti, presenti a loro stessi, tutti in jeans e maglietta; mio fratello (con la tuta) tiene in mano una bottiglia d’acqua. Naturale.

«Nessuno ci prendeva in giro; c’era un grandissimo rispetto» mi racconta lui. «Perché tutti – da quelli che bevevano a quelli che magari fumavano o si impasticcavano – andavano là per ascoltare la musica, divertirsi, stare insieme. Oggi non è più così. Infatti non ci va più nessuno, in discoteca. Cosa ci vai a fare? Non c’è più una ragione degna di questo nome per andarci. È diventato di nicchia andare in discoteca a ballare la musica elettronica. Ai tempi miei tutti andavano a ballare. Si sudava. Si stava bene. Chiedi alla moglie di Mario, che faceva la cubista, com’è cambiata la situazione in dieci anni. Qualche tempo fa ci siamo incontrati, mi ha detto: «O smettevo o ne picchiavo qualcuno, di questi ragazzini. Come si fa?»

Ed eccoci arrivati, dunque, al soft clubbing: un format dove non ci si sbronza (ma oggi la gente non beve più, direttore. L’alcol, dia retta a me, è roba da tunni, da immigrati. Oggi si stende e si scanaglia, quando va bene, sennò si fa anche peggio. Ma a casa. Chiusi. Dove nessuno vede).

I miei cugini sono ancora più grandi di mio fratello, hanno quasi 12 o 13 anni in più rispetto a lui.

«A noi manca l’essere performativi degli anni ’80» mi dicono. «Tu prendi anche la moda del fitness: per mettere su il fisico dovevi farti il mazzo. Percepivi che per ottenere qualcosa dovevi faticare. Oggi, facci caso, ti mettono tutto sotto il naso. E tu prendi. Addominali da urlo in due settimane. Ma come fai? Fino all’altro giorno andavi avanti a sfilatini e capocollo. È una fregatura, ma la gente ci crede. Perché preferisce farsi prendere in giro piuttosto che sentirsi dire: “Non so se ce la fai”. Sono tutti stanchi, oggi. Ma di che? ci chiediamo.»

Creare occasioni come quelle del soft clubbing, non sposta niente. Semmai allarga. Ormai, ci faccia caso, Direttore, è un aperitivo, un festeggiamento continuo: dalla mattina alla sera, il millennial è sotto cassa. E lo credo bene.

La sua è forse la generazione più stressata, stretta tra i genitori e le nuove leve della Gen Z che usano una lingua completamente diversa dalla sua, sono a proprio agio coi social e col web – e, soprattutto, è la prima generazione ad avere il mondo a disposizione. Loro non vanno in discoteca perché in discoteca si andava per cercare qualcosa. E la Gen Z, in maggioranza, non cerca niente, non ci è abituata, non vuole assolutamente, perché è sempre stata abituata a farsi trovare. Sono i millennials, insieme col mondo, che cercano loro.

Ma non si trovano, Direttore, non c’è versi. Ed è già molto. Potrebbe accadere di peggio quando non ci si capisce.

È tutto business, ormai. Tutto è ormai teso a distrarre il più possibile: più minchiate vengono tirate fuori più vi vengono spesi soldi su soldi. Perché quella generazione che dovrebbe prendere le redini del mondo già non ne può più, Direttore. Perché si barcamena tra lavori usuranti e (quasi) continuamente precari e, quindi, quando stacca, non vorrebbe riprendersi più.

La società non si fa attendere e… TAC! Eccole servito il soft clubbing. Non puoi più fare tardi la notte (perché tutto quello che vuoi fare, alle 18.00, è chiuderti in casa e morire)? Vai a stordirti di giorno, dal panettiere. Così le subdole possibilità di ricompensa che ci concediamo aumentano e la volitività diminuisce. È l’apoteosi del progetto che, da trent’anni a questa parte, ha subordinato il lavoro al denaro.

Il successo di quel che fai è descritto dal tuo guadagno, ma non solo: oggi, i nuovi dèi sono coloro i quali fanno tanti soldi vendendo niente. Pardon: producendo niente. Ecco l’esplodere dei podcast dove, davanti a un microfono, gente più o meno famosa ci racconta i fatti propri. Smaniamo per sapere quali siano i fiori preferiti di Verdone e (quasi) ci dimentichiamo di chiedere, a chi ci sta accanto: «Come stai?».

È un romanzo di Dickens che non finisce mai, questo nostro Tempo, direttore. Quando può crescere davvero un essere che si muove con difficoltà in mezzo a un mondo che non fa altro che distrarlo per monetizzare?

Il soft clubbing è un ulteriore scusa per perdere attimi preziosi. A ballare si va la notte. Quando cambia (addirittura) il modo di pensare, quando possiamo essere altro da noi, dalla nostra figura pubblica, dal nostro ruolo.

Altrimenti la notte resterà preda di chi la usa per nascondersi dall’onestà.

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