Come in un pezzo di WU MING
Se, come in un libro di Wu Ming, allineassi l’improvvisa scoperta di una nuova pubblicazione di un’opera letteraria di Artaud alla civetta che ho scelto per la rubrica di questa settimana, la mia proposta suonerebbe più o meno così:
Egli prese tra le mani il volume, lo aprì a caso e, a pag. *** il suo occhio cadde su questa frase: “Dal momento che prevedo la Distruzione totale tramite l’Acqua, la Terra, il Fuoco, e tramite una Stella che occuperà la superficie dell’Aria in cui lo Spirito dell’Uomo è immerso, predico anche la Distruzione totale, ma Cosciente e in Rivolta”.
Il libro, Le nuove rivelazioni dell’essere, esce per la famigerata casa editrice Aragno (famigerata per i librai radical-chic, ovviamente, soprattutto quelli di Orbetello) ed è una raccolta di scritti molto stringata, eterogenea (e a tratti confusionaria) di quel grande uomo di teatro che fu Artaud, che capì molto ma scrisse di più, e che – ma questo è un mio parere – ci ha dimostrato come la capacità di uno scrittore di vedere è fondamentale solo e soltanto quando egli capisce con quali lenti veda ciò che lo circonda e, consciamente, utilizzi questo suo dono stando con gli altri.
Stop alla mini-recensione. Andiamo avanti. Cosa c’entra Artaud con i negozi di vicinato che stanno scomparendo, mi chiederete.
È molto semplice: se anche voi che mi leggete (e che magari non siete scrittori o scrittrici) fate, assieme a me, lo sforzo di andare oltre a ciò che vedete stampato sulla civetta in questione cambiando lente, la mia perplessità rispetto al tema (credo) verrà compresa maggiormente.
Nella notizia si parla di negozi di vicinato; la notizia si riferisce al territorio di Grosseto e provincia.
Ora però, quello che mi chiedo è: che tipi di negozi sono i negozi di vicinato di Grosseto e provincia?
Quand’ero piccolo, nel mio quartiere, c’erano molte attività: bar, tabacchi, discount (una cosa che non c’è quasi più), alimentari, negozi di abbigliamento, pizzerie, pelletterie, farmacie, enoteche con vino sfuso, negozi per/di animali e mangimi, barbieri, fotografi, ferramenta, il consorzio agrario, la panetteria.
A tutt’oggi la maggior parte di queste attività resistono. Gli unici ad aver chiuso i battenti sono il negozio di alimentari e il negozio per/di animali.
Segno evidente che un’attività, nove volte su dieci, chiude quando non serve (più) e, soprattutto, quando non intercetta i bisogni primari di una comunità come quella di un quartiere popoloso e popolare come il mio, Barbanella.
I negozi di vicinato chiudono. Ma che negozi sono?
Non so se avete visto quel mediocre film di Pieraccioni, Il pesce innamorato. C’è una sequenza dove lo zio del protagonista fallisce. Aveva aperto una maschereria, un negozio di maschere da sub, sul monte Amiata. Ci troviamo a vivere più o meno la solita situazione, a mio parere.
Lungi da me sponsorizzare le grandi distribuzioni e i supermercati, ma oggi, i cosiddetti negozi di vicinato sono esperimenti, non attività. Aprono e chiudono, difatti, alla velocità della luce, perché intercettano bisogni specifici, troppo specifici. E in più manca (quasi completamente) la professionalità da parte di chi apre un negozio, l’esperienza, il famoso saperci fare. Perché la maggior parte delle persone che oggi aprono un’attività non vorrebbero aprirla; sono figli/e di una generazione che non cerca, attraverso il lavoro di esprimere e comunicare; ma solo di guadagnare, di trarre profitto da un’attività. Che è giusto, giustissimo, parliamoci chiaro; ma non basta.
Uno youtuber, pochi giorni fa, circa un altro argomento, ha detto una frase molto giusta: Quando la memoria è inerte e passiva diviene nostalgia. La nostalgia è una cosa sulla quale i grandi media lavorano molto, soprattutto in un Paese vecchio come il nostro: «Ah, i negozietti di una volta!»; «Ah, l’alimentari dove pagavi un etto di prosciutto cento euro ma c’era il rapporto con il negoziante!»; «Ah! Il ferramenta che ti faceva pagare due viti 2000 lire ma vuoi mettere? Ci parlavi».
Sì, ci parlavi; ma c’è gente che parlando parlando si è comprata la casa al mare – soprattutto dopo il cambio dalla lira all’euro.
I negozi di vicinato, salvo eccezioni, sono per la più parte degli acchiappa citrulli che rincorrono qualcosa che non c’è più per un obiettivo bieco. Non a caso chiudono (quasi) tutti nel giro di poco tempo. Vengono aperti con vere e proprie iniezioni di formalina dalle istituzioni regionali, con progetti e fondi ad hoc; ma non riescono a sopravvivere.
- Perché chi dà i soldi per questi progetti il primo giorno dà a tutti, e alla fine della settimana solo a chi ha agganci/protezioni/connivenze.
- Perché la sostituzione della priorità (da lavorare a fare soldi cioè) ha trascinato nel baratro un intero, piccolo, delicato sistema filosofico come il nostro e la crisi economica del 2009 gli ha dato il colpo di grazia.
«Ma che fare? Bisogna vivere» dice Sonja in Zio Vanja. Per questo assistiamo alla comparsa di svariate (e sempre biecamente diversificate) attività di ristorazione. Le città sono diventate delle vere e proprie mangiatoie. L’altro giorno, leggevo il libro di uno storico importante che prendeva in giro Mussolini che sosteneva: «Se arrivano gli anglo americani siamo finiti: ci corromperanno con i loro cinque pasti al giorno assicurati».
Il sottoscritto non è un nostalgico; ma quando ho letto questa frase è saltato sulla sedia: non so voi, amiche/amici mie/i, ma io vedo solo gente che mangia come se non ci fosse un domani: in tv, sul web, in giro, cinque, sei, sette volte al giorno. Pure il soft clubbing di cui parlavamo settimane fa dove lo fanno? Nelle panetterie, anzi: nei Bakery Store.
Capito?
Capito?
Ma torniamo ad Artaud, perché questo romanzo a la Wu Ming va terminato.
Distruzione totale, ma Cosciente e in Rivolta.
Di cosa? Mi chiederete.
Di una mentalità che non fa altro che proiettare e sperare con la testa, mentre deve urgentemente reimparare ad agire nella realtà con responsabilità.
I negozi, i ristoranti, nascevano con uno scopo preciso: soddisfare un bisogno. Poi, in realtà, finivano per soddisfarne molteplici; ma, intanto, con uno cominciavano: hai bisogno di qualcuno che ripari la tua bicicletta/che ti venda del vino sfuso/dei farmaci/del mangime/le sigarette/i francobolli/un libro/un sacchetto di chiodi? Vuoi mangiare una pizza? Hai fame? Devi fare colazione/pranzo/cena e non hai niente a casa?
Vieni. Entra.
Ma i bisogni veri restano tali; le voglie crescono. Lo sanno bene quei signori che ci vogliono convincere ognora a comprare cose che non ci servono, ad abbonarci a cose che ci chiudono.
Togli il bisogno, metti la voglia. Togli la fame, metti la gola.
Il resto è notizia d’accatto. Giocare con la nostalgia.
Uccidiamolo questo chiaro di luna; ma, come dice Artaud, il pazzo Artaud, coscientemente e in rivolta.
Commenta per primo