C’è una frase che Gino Paoli amava ripetere, e che in questi giorni risuona con una forza quasi insopportabile: “Amare è un fatto di grande allegria”. Lui che ha amato tutto e tutti — le donne, la musica, Genova, la vita stessa — con un’intensità che bruciava ogni confine e non chiedeva mai il permesso.
Gino Paoli è morto nella notte tra il 23 e il 24 marzo, a 91 anni, nella sua Genova, circondato dall’amore della sua famiglia. Con lui se ne va l’ultimo testimone diretto di una stagione irripetibile della cultura italiana: quella stagione in cui una canzone poteva cambiare il modo in cui un Paese pensava all’amore, al desiderio, alla morte.
Il ragazzo di Boccadasse che voleva fare il pittore
Nato a Monfalcone il 23 settembre 1934, Gino Paoli cresce a Genova, nel quartiere Pegli, figlio di un ingegnere navale e di una pianista che gli trasmette l’amore per la musica. A diciotto anni va a vivere da solo in una soffitta di Boccadasse — quel borgo marinaro di pescatori e gabbiani — con una gatta siamese di nome Ciacola e il sogno vago di diventare pittore. Non saprà mai quanto quella scelta sarebbe diventata leggenda.
Perché da quella soffitta, da quella gatta, da quel mare sotto, nasce La Gatta: uno dei brani più evocativi della musica italiana, che all’apparenza sembra semplice — quasi infantile, dissero in molti all’inizio — ma che nasconde una malinconia profonda, il rimpianto per una felicità fragile e autentica che non torna mai più. Paoli pittore non è mai diventato. Ma ha dipinto con le parole come pochi altri nella storia della nostra canzone.
La rivoluzione silenziosa: quando la poesia incontrò la musica popolare
Con Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi e Umberto Bindi, Paoli inventa qualcosa che fino ad allora non esisteva: la Scuola Genovese. Un gruppo di amici straordinari, una piccola rivoluzione culturale che trasforma la canzone leggera in letteratura, in confessione, in atto politico.
Il 1959 è l’anno in cui tutto cambia. Paoli scrive Il cielo in una stanza — un soffitto viola, una stanza di bordello, una donna di cui si è innamorato. Nessuno vuole pubblicarla: troppo visionaria, troppo lontana dai canoni. Poi arriva Mina, la interpreta, e commuove tutti in studio. Il brano diventa immortale. È il primo di una serie di miracoli artistici che Paoli compirà quasi controvoglia, quasi per caso, come se le canzoni più grandi gli venissero incontro invece di essere cercate.
Nel 1961 scrive Senza fine, pensando alle mani grandi ed eleganti di Ornella Vanoni — “mani grandi, mani senza fine” — e con quella immagine di straordinaria concretezza fisica riesce a catturare l’essenza di un amore totale. Nel 1963, con l’arrangiamento di Ennio Morricone e il sax di Gato Barbieri, Sapore di sale diventa il tormentone di un’estate e il simbolo di un’Italia che per la prima volta, dopo le macerie della guerra, si concede il lusso di sognare.
Questi non erano semplicemente successi commerciali. Erano fotografie dell’anima di un Paese.
L’uomo che portava un proiettile nel cuore — e non solo in senso figurato
Ma Gino Paoli non era solo il suo talento. Era anche i suoi abissi. L’11 luglio 1963, all’apice del successo, si spara un colpo di pistola al petto. Il proiettile si ferma a pochi millimetri dal cuore. Non verrà mai estratto.
Gli chiederanno mille volte perché. E lui risponderà ogni volta con quella lucidità spietata che aveva solo lui: “Avevo tutto e non sentivo più niente. Paura della noia, della ripetizione. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero.”
Quella frase è forse la cosa più onesta che abbia mai detto un artista italiano sulla propria fragilità. Non retorica, non vittimismo: solo la verità nuda di un uomo che ha guardato il fondo e ne è risalito. Con un proiettile nel torace che per oltre sessant’anni ha continuato a battere insieme al suo cuore.
Gli amori: un pentagono di passioni vere
La vita sentimentale di Paoli è stata un romanzo che nessuno scrittore avrebbe osato inventare. La prima moglie Anna Fabbri. La diciassettenne Stefania Sandrelli, conosciuta una sera alla Bussola di Viareggio mentre lei agitava un abito verde per farsi notare. Ornella Vanoni, coetanea quasi esatta — nati a un giorno di distanza — con cui ha scritto alcune delle pagine più belle della musica italiana. E infine Paola Penzo, con cui ha costruito la stabilità degli ultimi trentacinque anni della sua vita.
Da queste storie sono nati quattro figli: Giovanni (morto prematuramente nel marzo 2025 per un infarto, a 60 anni), Amanda Sandrelli — che porta il cognome della madre e che è diventata attrice e regista — Nicolò e Tommaso.
Non è mai stato un uomo di mezze misure, Paoli. Come diceva lui stesso: “Se amo una donna, è per tutta la vita: le ragioni per cui l’ho amata sussistono, la bellezza permane. Perché smettere solo perché non si va più a letto insieme?” E la cosa straordinaria è che quella famiglia allargata, intrecciata, scandita da sovrapposizioni e incontri e ripartenze, ha funzionato davvero: Stefania Sandrelli ha dichiarato più volte di essere amica della moglie, di amare i suoi figli, di ammirare sconfinatamente il suo talento.
La lingua biforcuta: il polemista che non chiedeva scusa
Sarebbe disonesto ricordare Paoli solo come il cantore dell’amore eterno. Era anche — e con uguale intensità — un provocatore, un polemista, un uomo che non ha mai imparato l’arte della prudenza.
Ha attaccato Sanremo definendolo uno “squallido spettacolo” con “canzoni di merda”. Ha detto che nei talent show i concorrenti sarebbero stati bocciati al dopolavoro ferroviario di Sampierdarena. Ha scatenato un caso nazionale con la vicenda Elodie, affermando di non sapere chi fosse — e forse, in modo paradossale, era anche vero. Ha portato un proiettile nel cuore per oltre sessant’anni e ha attraversato indagini fiscali, polemiche televisive, gaffe imbarazzanti, senza mai perdere del tutto quel filo di grandezza che lo rendeva unico.
Era fatto così. Il suo stesso difetto era una forma di coerenza: preferiva sbagliare in modo autentico piuttosto che fare bella figura in modo falso.
L’eredità: quelle canzoni che non finiscono mai
Cosa resta di Gino Paoli? Resta tutto. Restano canzoni che continuano a essere la colonna sonora di primi amori, di addii, di domeniche pomeriggio in cui si è soli e si vuole sentirsi meno soli. Restano la Scuola Genovese che ha trasformato per sempre la canzone d’autore italiana. Resta la prova che si può portare un proiettile nel cuore e continuare a cantare.
Resta, soprattutto, quella voce graffiata e inconfondibile che ha saputo raccontare l’amore non come si vorrebbe che fosse, ma come è: complicato, sovrapposto, a volte insensato, sempre necessario.
Gino Paoli ci ha lasciato circondato dai suoi affetti, in serenità, come ha comunicato la sua famiglia. Ma le sue canzoni — Il cielo in una stanza, Senza fine, Sapore di sale, La gatta — continueranno a fare quello che hanno sempre fatto: entrare nelle nostre case, sedersi con noi, e ricordarci che esistere vale la pena.
Anche con un proiettile nel cuore.
Commenta per primo