L’Editoriale: Connessi a tutto, soli con noi stessi, il paradosso della solitudine digitale

L'Editoriale: Connessi a tutto, soli con noi stessi, il paradosso della solitudine digitaleSiamo la generazione più “connessa” della storia. E la più sola. È tempo di chiederci perché.

C’è un’immagine che mi torna in mente spesso, e che trovo di una potenza quasi insopportabile. È quella di un ragazzo — potrebbe avere sedici anni, potrebbe averne ventidue — seduto in una stanza, circondato da schermi accesi, con centinaia di contatti online, migliaia di follower, notifiche che arrivano ogni trenta secondi. E solo. Profondamente, disperatamente solo.

Non è un’immagine letteraria. È una fotografia del presente.

I dati che abbiamo a disposizione sono così eloquenti da sembrare quasi irreali. Negli Stati Uniti, il 46% degli adulti dichiara di sentirsi solo spesso o sempre — un dato che ha spinto il Surgeon General americano Vivek Murthy a definire la solitudine una «epidemia» nel 2023. Nel Regno Unito, il governo ha istituito dal 2018 un Ministero per la Solitudine — una parola che, pronunciata per la prima volta in un contesto istituzionale, sembrava quasi fantascienza. In Italia, secondo i dati ISTAT più recenti, quasi sei milioni di persone vivono in condizione di isolamento sociale significativo.

E nel 2024, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha compiuto il passo definitivo: ha dichiarato la solitudine una priorità di salute pubblica globale, istituendo una Commissione internazionale per affrontarla. La stessa OMS che si occupa di pandemie, malnutrizione, malattie infettive. La stessa che ha gestito il Covid. Ora si occupa anche di questo: di persone che non riescono più a stare insieme.

Il timing è, diciamo così, interessante. Perché questa epidemia di solitudine coincide esattamente — nei decenni, negli anni, persino nei mesi — con la più straordinaria esplosione di strumenti di connessione che la storia umana abbia mai conosciuto.

Il paradosso che nessuno vuole guardare in faccia

Facebook nasce nel 2004. YouTube nel 2005. Twitter nel 2006. Instagram nel 2010. TikTok arriva in Occidente nel 2018. In meno di vent’anni, abbiamo costruito un’infrastruttura globale di connessione che avrebbe fatto sembrare fantascienza anche le visioni più ardite di qualsiasi utopista del Novecento.

Oggi ci sono 5,2 miliardi di utenti attivi sui social media nel mondo. Più della metà dell’umanità. Una rete di relazioni potenzialmente infinita, accessibile da qualsiasi angolo del pianeta, disponibile ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette.

E siamo più soli che mai.

Questo è il paradosso che il nostro tempo non riesce — o non vuole — guardare in faccia. Perché guardarlo davvero significherebbe mettere in discussione qualcosa di molto più profondo di una app o di un algoritmo. Significherebbe interrogarsi sul tipo di relazioni che stiamo costruendo, sul tipo di comunità che stiamo diventando, sul tipo di umanità che stiamo scegliendo di essere.

Io ho vissuto professionalmente l’intera parabola della televisione italiana — dalla tv generalista alle reti commerciali, dall’avvento del satellite allo streaming — e ho imparato a riconoscere un pattern ricorrente: ogni volta che arriva un nuovo medium, la prima reazione è l’entusiasmo acritico. La seconda è il panico morale. La terza — quella che arriva tardi, troppo tardi — è la comprensione lucida di cosa quel medium abbia davvero fatto alla società.

Con i social media siamo, credo, alla terza fase. Finalmente.

Come si costruisce la solitudine: il meccanismo

Per capire come le piattaforme social abbiano contribuito all’epidemia di solitudine, bisogna capire come funzionano davvero. Non come ci raccontano di funzionare — come strumenti di connessione, di condivisione, di comunità — ma come funzionano realmente, sotto il cofano.

Il motore di ogni piattaforma social è l’algoritmo di engagement: un sistema progettato per massimizzare il tempo che l’utente trascorre sulla piattaforma, perché più tempo significa più pubblicità, più dati, più profitto. E l’algoritmo ha imparato molto presto una cosa fondamentale sulla psicologia umana: le emozioni negative tengono incollati agli schermi più di quelle positive.

La rabbia, l’invidia, l’ansia, la paura: queste emozioni generano più interazioni — più commenti, più condivisioni, più reazioni — di qualsiasi contenuto positivo. E quindi l’algoritmo le amplifica, le premia, le moltiplica. Non per malevolenza: per design. È esattamente ciò per cui è stato costruito.

Il risultato è un ambiente digitale strutturalmente orientato verso il confronto tossico, la competizione sociale, la polarizzazione emotiva. Un ambiente in cui la vita degli altri — filtrata, curata, ottimizzata per sembrare perfetta — diventa il metro con cui misuriamo la nostra. E il nostro metro, invariabilmente, risulta troppo corto.

La professoressa Jean Twenge, psicologa dell’Università di San Diego e autrice di iGen, ha documentato con dati impressionanti come l’aumento dell’uso degli smartphone e dei social media tra gli adolescenti americani, a partire dal 2012, coincida perfettamente con un’impennata dei tassi di depressione, ansia e solitudine nella stessa fascia d’età. Non una correlazione vaga: una curva quasi perfetta. Ragazze in particolare, più esposte ai meccanismi di confronto estetico e sociale che le piattaforme visive come Instagram amplificano in modo spietato.

I giovani: la generazione più connessa e più fragile

Parlare di solitudine digitale senza parlare dei giovani è impossibile. Sono loro la generazione che ha vissuto — che sta vivendo — questo paradosso nella forma più intensa e più dolorosa.

Sono nati con lo smartphone in mano. Non hanno conosciuto un mondo senza social media. Per loro, la distinzione tra vita online e vita offline non esiste: è tutto un continuum, un flusso unico di esperienze reali e digitali che si sovrappongono costantemente. E in questo flusso, la solitudine ha trovato forme nuove e più insidiose di quelle che conoscevamo.

C’è la solitudine da FOMO — Fear Of Missing Out: la sensazione paralizzante di essere esclusi da qualcosa che tutti gli altri stanno vivendo, alimentata da storie Instagram e post di TikTok che mostrano feste, viaggi, amicizie perfette. Una solitudine che si nutre di immagini altrui e produce vergogna propria.

C’è la solitudine da iperconnessione: quella di chi ha centinaia di conversazioni WhatsApp aperte, migliaia di follower, like a raffica — e non ha nessuno con cui parlare davvero. Nessuno con cui stare in silenzio. Nessuno davanti a cui mostrarsi senza filtri.

C’è la solitudine da confronto algoritmico: quella prodotta dall’esposizione costante a standard di bellezza, successo, felicità costruiti artificialmente e amplificati dall’algoritmo fino a sembrare la norma. Una solitudine che non sa di essere tale, che si maschera da inadeguatezza personale — il problema sono io, non il sistema — e che per questo è ancora più difficile da riconoscere e affrontare.

Il Surgeon General americano ha proposto nel 2023 di inserire avvertenze sui social media simili a quelle sui pacchetti di sigarette. Una proposta che ha fatto discutere — e che continua a fare discutere — ma che fotografa con chiarezza la gravità di ciò che stiamo vivendo.

Gli anziani: la solitudine invisibile

C’è però un’altra faccia di questa epidemia, meno raccontata e forse ancora più urgente: quella degli anziani.

Se i giovani soffrono di una solitudine paradossale — nata nell’iperconnessione — gli anziani soffrono spesso di una solitudine più antica e più brutale: quella di chi è rimasto indietro rispetto alla rivoluzione digitale, e si trova tagliato fuori da un mondo che ha spostato sempre più le proprie relazioni sulle piattaforme online.

Lo sportello bancario che ha chiuso, sostituito dall’app. L’ufficio postale che ha ridotto gli orari. Il medico di base che ora si prenota online. Il nipote che risponde ai messaggi vocali su WhatsApp ma non trova il tempo di venire a trovare il nonno. La televisione — sì, la televisione — che per molti anziani soli è diventata l’unica compagnia costante, l’unica voce in una casa silenziosa.

Ho trascorso molto tempo a studiare il rapporto degli italiani con la televisione, e posso dirvi che nessun dato mi ha mai colpito quanto questo: secondo una ricerca condotta dall’Università di Bologna, il 34% degli anziani italiani che vivono soli dichiara che la televisione è il loro principale — a volte unico — interlocutore quotidiano. Non un intrattenimento. Un interlocutore.

Questa è la solitudine che non fa rumore. Che non genera hashtag né campagne social. Che non produce contenuti virali. E che, forse proprio per questo, è la più difficile da affrontare.

La televisione come specchio: da Lascia o Raddoppia al Grande Fratello

Ho voluto portare in questo ragionamento la mia prospettiva specifica — quella di chi la televisione la conosce dall’interno — perché credo che la tv abbia in questa storia un ruolo ambivalente e cruciale che merita di essere riconosciuto.

Da un lato, la televisione è stata per decenni il grande aggregatore comunitario della società italiana. Lascia o Raddoppia, Carosello, le partite della Nazionale, i varietà del sabato sera: momenti in cui il Paese si fermava e guardava insieme, condividendo emozioni, riferimenti culturali, memoria collettiva. La televisione generalista, nei suoi momenti migliori, è stata una piazza — virtuale ma reale nella sua funzione sociale.

Dall’altro lato, la televisione ha anche contribuito — soprattutto a partire dagli anni Novanta, con l’esplosione della tv commerciale e poi dei reality — a normalizzare e anzi a spettacolarizzare la solitudine altrui come forma di intrattenimento. Il Grande Fratello, in questo senso, è stato un esperimento antropologico prima ancora che televisivo: ha messo in scena la convivenza forzata come dramma, ha trasformato le relazioni umane in contenuto, ha insegnato a milioni di spettatori a guardare gli altri vivere invece di vivere loro stessi.

Non è un caso che il format del reality — nato nel 2000, esploso nel decennio successivo — abbia preceduto di pochissimo l’esplosione dei social media. Erano, in qualche modo, la stessa cosa: la spettacolarizzazione della vita quotidiana, la trasformazione dell’esistenza privata in performance pubblica. I social media hanno semplicemente democratizzato ciò che la televisione aveva inventato: adesso non sono più solo i concorrenti del Grande Fratello a vivere sotto gli occhi di tutti. Siamo tutti noi.

Che tipo di comunità vogliamo essere?

Arriviamo, dunque, alla domanda che questo editoriale voleva porre fin dall’inizio. Non la più facile, non la più comoda. Ma forse la più necessaria.

Che tipo di comunità vogliamo costruire?

Perché il problema non è la tecnologia in sé. La tecnologia è uno strumento: può connettere o isolare, può avvicinare o allontanare, può costruire comunità o distruggerle — a seconda di come viene progettata, regolata, utilizzata. Il problema è il modello di business che ha guidato lo sviluppo delle piattaforme digitali: un modello che ha messo il profitto davanti alle persone, l’engagement davanti al benessere, la dipendenza davanti alla libertà.

E il problema è anche culturale. È la progressiva sostituzione della presenza con la rappresentazione della presenza. Non stare insieme: postare una foto di quando stavamo insieme. Non condividere un’emozione: condividere il video di quando l’abbiamo condivisa. Non vivere: documentare di aver vissuto.

Ci sono segnali, per fortuna, che qualcosa stia cambiando. La crescente consapevolezza — soprattutto tra i giovani — dei meccanismi manipolativi delle piattaforme. I movimenti di digital detox. Le scuole che stanno reintroducendo il divieto degli smartphone in classe. Le ricerche che dimostrano come le relazioni faccia a faccia, il contatto fisico, la condivisione di spazi e tempi reali siano insostituibili per il benessere psicologico.

E poi c’è qualcosa di più antico e di più semplice: la riscoperta del valore della comunità locale. Del bar sotto casa. Della biblioteca di quartiere. Dell’oratorio, del circolo, dell’associazione di volontariato. Luoghi fisici, imperfetti, rumorosi — ma reali. Luoghi dove non si può mettere un filtro sulla propria faccia, dove non si può scegliere solo i momenti migliori da mostrare, dove si è presenti con tutto ciò che si è.

La scelta più rivoluzionaria

C’è una frase di Johann Hari, giornalista britannico e autore di Perché non riusciamo a stare attenti, che mi ha colpito profondamente: «La solitudine non è la mancanza di persone intorno a te. È la mancanza di persone che ti capiscano davvero».

È lì, in quella distinzione, che si trova la chiave di tutto. Possiamo avere migliaia di follower e non avere nessuno che ci capisca davvero. Possiamo essere circondati da schermi accesi e sentirci in una stanza vuota. Possiamo essere connessi a tutto e disconnessi da noi stessi.

La risposta all’epidemia di solitudine non è tecnologica. Non è un’app migliore, un algoritmo più etico, una piattaforma più responsabile — anche se tutte queste cose sarebbero benvenute e necessarie. La risposta è culturale, prima di tutto. È la scelta — consapevole, quotidiana, faticosa — di investire nelle relazioni reali. Di essere presenti. Di ascoltare. Di mostrarsi senza filtri.

In un mondo che ci chiede di ottimizzare ogni aspetto della nostra esistenza, scegliere di essere autenticamente, imperfettamente, vulnerabilmente umani è forse l’atto più rivoluzionario che ci resti.

Spegnete il telefono, ogni tanto. Chiamate qualcuno che non sentite da troppo tempo. Andate a trovare quel vicino di casa anziano che non vedete da settimane. Sedetevi a tavola senza schermi.

Non lo farete per lui. Lo farete anche per voi.

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