L’Editoriale: Il ritorno all’analogico, quando la Generazione Z scopre che il mondo reale esiste

L'Editoriale: Il ritorno all'analogico, quando la Generazione Z scopre che il mondo reale esisteVinili, Polaroid e diari cartacei: i ragazzi nati con lo smartphone in mano stanno scegliendo il lento, il tangibile, l’imperfetto. E ci stanno dicendo qualcosa di fondamentale sul futuro.

Comincio con una scena che mi è capitato di osservare qualche settimana fa, in una delle ultime grandi fiere del disco. Un ragazzo, avrà avuto diciassette, diciotto anni al massimo, cuffie intorno al collo, sneakers last drop, l’aria inequivocabile di chi è cresciuto su TikTok e Spotify, stava frugando con una concentrazione quasi religiosa in un bancone di vinili usati. Li tirava fuori uno per uno, li guardava in controluce, leggeva le etichette, li annusava. Sì, li annusava. Con quella cura lenta e meticolosa che si riserva agli oggetti preziosi.

Gli ho chiesto cosa stesse cercando. Mi ha risposto, senza alzare lo sguardo dal bancone: «Non lo so ancora. Lo capisco quando lo trovo».

Non lo so ancora. Lo capisco quando lo trovo.

Ho pensato a lungo a quella frase. Perché in quelle poche parole c’è qualcosa che nessun algoritmo di raccomandazione musicale, nessun “ti potrebbe piacere anche” di Spotify, nessuna playlist generata dall’intelligenza artificiale, può replicare. C’è la ricerca. C’è l’attesa. C’è la possibilità della sorpresa. C’è, in fondo, il piacere puro e antico di scoprire qualcosa che non stavi cercando.

Benvenuti nel fenomeno culturale più contro-intuitivo (e più illuminante) del nostro tempo.

I numeri che nessuno si aspettava

Partiamo dai dati, perché sono così sorprendenti da sembrare quasi inverosimili.

Nel 2024, per il terzo anno consecutivo, le vendite di dischi in vinile hanno superato quelle dei CD negli Stati Uniti, il mercato musicale di riferimento mondiale. Secondo la RIAA (Recording Industry Association of America), il vinile ha generato oltre 1,4 miliardi di dollari di fatturato, contro i 600 milioni dei CD. In Italia, secondo i dati FIMI, le vendite di vinile sono cresciute del 23% rispetto all’anno precedente, con un picco straordinario nella fascia d’età 16-24 anni.

Le fotocamere istantanee, Polaroid, Fujifilm Instax e simili, sono tra i prodotti fotografici più venduti in Europa nelle fasce giovanili, con una crescita di mercato che supera il 40% negli ultimi tre anni. Fujifilm ha dichiarato che la fascia demografica 15-25 anni rappresenta oggi oltre il 60% dei suoi acquirenti di fotocamere istantanee.

I diari cartacei e i quaderni stanno vivendo una rinascita che l’industria della cartoleria non registrava dagli anni Novanta. Il brand Moleskine ha riportato nel 2024 una crescita delle vendite del 18% tra i giovani under 25. Su TikTok, il social dell’effimero per eccellenza, l’hashtag #journaling conta oltre 25 miliardi di visualizzazioni. Su YouTube, i video di «bullet journal» e di calligrafia raccolgono milioni di visualizzazioni settimanali.

La scrittura a mano sta tornando nelle scuole di mezza Europa, non come obbligo pedagogico ma come scelta volontaria di studenti che la cercano, la praticano, la rivendicano.

Questi numeri non raccontano una moda passeggera. Raccontano una trasformazione culturale.

La stanchezza che nessuno ammette

Per capire perché sta accadendo, bisogna avere il coraggio di nominare una cosa che la nostra cultura digitale fatica enormemente ad ammettere: la stanchezza.

Non la stanchezza fisica. Quella digitale. Quella che si accumula dopo ore di scroll infinito, di notifiche, di contenuti progettati per catturare l’attenzione nei primi tre secondi e poi scomparire nell’oblio di un feed che avanza senza mai fermarsi. Quella che si sente quando si chiude lo smartphone dopo un’ora sui social e ci si rende conto di non ricordare nulla di ciò che si è visto. Quella che la psicologa Jean Twenge ha documentato nei suoi studi sulla generazione iGen: una stanchezza cognitiva ed emotiva che colpisce in modo sproporzionato proprio chi è cresciuto nell’iperconnessione.

I ragazzi della Generazione Z, nati tra il 1997 e il 2012, sono la prima generazione nella storia umana ad essere cresciuta interamente nell’era degli smartphone e dei social media. Non hanno un “prima” con cui confrontare il presente: il digitale non è per loro una novità o una conquista, è semplicemente l’acqua in cui hanno sempre nuotato. E forse proprio per questo ne percepiscono i limiti con una lucidità che le generazioni precedenti faticano ad avere.

Un’indagine condotta da Common Sense Media nel 2024 su un campione di oltre 1.500 adolescenti americani ha rivelato un dato sorprendente: il 52% dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni dichiara di sentirsi “dipendente” dallo smartphone e vorrebbe usarlo meno. Il 61% dice che i social media lo fanno sentire peggio riguardo a se stesso. Il 47% vorrebbe che i social media non fossero mai stati inventati.

Sono i figli di Zuckerberg che vorrebbero diseredarlo.

E il vinile, la Polaroid, il diario cartaceo sono la loro risposta. Non ideologica, non manifesto politico: risposta istintiva, viscerale, corporea. Il bisogno di toccare qualcosa di reale in un mondo che è diventato prevalentemente virtuale.

La fisica delle cose: quando la materia conta

C’è una dimensione di questo fenomeno che trovo particolarmente affascinante, e che ha a che fare con la fisicità, con il corpo, con i sensi, con l’esperienza materiale del mondo.

Il digitale è immateriale per definizione. Un file musicale non pesa nulla. Una foto su Instagram non occupa spazio fisico. Un messaggio su WhatsApp non lascia tracce tangibili. Tutto esiste e scompare in un flusso continuo di dati che non si può toccare, annusare, tenere in mano.

Il vinile, invece, pesa. Ha una copertina che si può aprire, leggere, guardare. Ha un suono che (e qui i puristi dell’audio hanno ragione) è fisicamente diverso da quello digitale: più caldo, più ricco di sfumature, con quella leggera imperfezione del fruscio che paradossalmente lo rende più umano. Mettere un disco sul piatto, abbassare la puntina, aspettare quei due secondi di silenzio prima che la musica cominci: è un rituale. Un gesto intenzionale, consapevole, che richiede presenza.

La foto Polaroid, analogamente, è unica e irripetibile. Non può essere filtrata, modificata, cancellata e rifatta. Viene fuori com’è: imperfetta, leggermente sfocata, con i colori un po’ sbiaditi e quella imperfezione è esattamente il suo valore. È la prova che quel momento è esistito davvero, nella sua irripetibile unicità. Non la versione ottimizzata del momento: il momento stesso.

La neuroscienza ci offre una chiave di lettura preziosa. Il professor Richard Wiseman dell’Università di Hertfordshire ha dimostrato che le esperienze che coinvolgono più sensi simultaneamente — tatto, olfatto, udito fisico — producono ricordi più duraturi e più emotivamente significativi di quelle puramente visive o auditive. Il cervello umano è stato costruito per il mondo fisico: ha bisogno di materia per costruire memoria.

I ragazzi che comprano vinili e Polaroid non lo sanno in termini neuroscientifici. Ma lo sentono. E stanno scegliendo di conseguenza.

Il diario cartaceo: la rivoluzione silenziosa della scrittura a mano

Merita un capitolo a parte il fenomeno del journaling, la pratica di tenere un diario cartaceo, che sta vivendo una rinascita straordinaria tra i giovani di tutto il mondo occidentale.

Su TikTok, i video in cui ragazzi mostrano i loro diari, spiegano il loro metodo di scrittura, condividono le loro pagine, con una cura estetica che ricorda quella dei libri d’artista, raccolgono milioni di visualizzazioni. C’è qualcosa di profondamente paradossale in questo: si usa il social dell’effimero per celebrare la pratica del permanente. Si condivide digitalmente la propria vita analogica.

Ma il paradosso, a ben guardare, è solo apparente. Quello che i ragazzi stanno cercando nel diario cartaceo non è la segretezza (quella appartiene a un’idea romantica e ottocentesca del diario) ma la profondità. La possibilità di pensare lentamente, di sviluppare un’idea senza il limite dei 280 caratteri, di tornare su ciò che si è scritto e vederlo cambiare nel tempo. Di avere, in fondo, una conversazione con se stessi che nessun algoritmo può intercettare, analizzare e trasformare in dato commerciale.

La psicologa Kathleen Adams, fondatrice del Center for Journal Therapy, ha documentato estensivamente i benefici terapeutici della scrittura a mano: riduzione dell’ansia, miglioramento dell’elaborazione emotiva, aumento della consapevolezza di sé. Benefici che la scrittura digitale, più veloce, più discontinua, sempre potenzialmente pubblica, non produce con la stessa intensità.

Ma c’è anche qualcosa di più semplice, di più immediato: la scrittura a mano lascia una traccia. Una traccia fisica, personale, irriproducibile. La propria calligrafia, con le sue incertezze, le sue particolarità, i suoi giorni buoni e i suoi giorni no, è un autoritratto. È la prova, concreta e tangibile, che si è stati qui. Che si è pensato. Che si è esistiti.

In un mondo in cui tutto scompare nella velocità del feed, lasciare una traccia è un atto quasi sovversivo.

Nostalgia o profezia? Il significato politico dell’analogico

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: non è tutto questo semplicemente nostalgia? Un ritorno romantico e un po’ ingenuo a un passato che non si è vissuto, una forma di escapismo estetizzante che non cambia nulla di sostanziale?

È un’obiezione che merita rispetto. Ed è parzialmente fondata.

C’è senza dubbio una componente estetica (e a tratti kitsch) in questo fenomeno. Il vinile venduto nell’era dello streaming è spesso un oggetto di design prima ancora che uno strumento di ascolto. La Polaroid è spesso un accessorio fotografico prima ancora che una scelta tecnica. Il diario Moleskine è spesso un oggetto di desiderio prima ancora che uno strumento di riflessione.

E tuttavia ridurre tutto questo a nostalgia sarebbe un errore. Perché la nostalgia, per definizione, rimpiange un passato che si è vissuto. Questi ragazzi non hanno mai vissuto nell’era del vinile e della Polaroid: non stanno rimpiangendo nulla. Stanno scegliendo, consapevolmente, qualcosa che non hanno mai conosciuto. E questa scelta, proprio perché non è dettata dalla memoria ma dal desiderio, è qualcosa di più significativo della nostalgia.

È una dichiarazione di valori.

Scegliere il lento invece del veloce. L’imperfetto invece dell’ottimizzato. Il tangibile invece del virtuale. L’irripetibile invece del riproducibile all’infinito. Il privato invece del pubblico. Sono scelte che dicono qualcosa di preciso su che tipo di vita si vuole vivere e, implicitamente, su che tipo di mondo si vuole costruire.

C’è, in questo ritorno all’analogico, una critica implicita ma potente al modello dominante della cultura digitale: all’economia dell’attenzione, alla logica dell’engagement, alla trasformazione di ogni esperienza umana in contenuto da condividere e monetizzare.

È, in qualche modo, un atto di resistenza. Piccolo, quotidiano, silenzioso. Ma reale.

Cosa ci dice questa generazione sul futuro

Ho trascorso decenni a osservare come le generazioni si formano e si trasformano attraverso i media e la cultura. Ho visto la televisione cambiare l’Italia degli anni Sessanta e Settanta. Ho visto la musica pop costruire identità generazionali negli anni Ottanta e Novanta. Ho visto Internet e poi i social media ridisegnare completamente il paesaggio culturale del nuovo millennio.

E posso dirvi che ogni volta che una generazione sviluppa una reazione critica al medium dominante della propria epoca (non un rifiuto totale, ma una resistenza selettiva, una scelta di diversità) quella reazione contiene sempre un segnale importante sul futuro.

La Generazione Z non sta rifiutando il digitale. Continua a usare TikTok, Instagram, Spotify, ChatGPT. Ma sta costruendo, accanto alla vita digitale, una vita analogica parallela, fatta di oggetti fisici, di gesti lenti, di esperienze che non si possono condividere online senza perdere qualcosa di essenziale.

Sta imparando, in altri termini, qualcosa che le generazioni precedenti hanno faticato enormemente ad imparare: a scegliere consapevolmente il proprio rapporto con la tecnologia invece di subirlo passivamente.

Questa consapevolezza, questa capacità critica nei confronti del medium in cui si è immersi, è forse la competenza più importante che una generazione possa sviluppare. È la differenza tra essere utenti e essere cittadini. Tra essere consumatori di tecnologia e essere protagonisti del proprio tempo.

Il fruscio del vinile come metafora

Torno al ragazzo della fiera del disco. A quella frase: «Non lo so ancora. Lo capisco quando lo trovo».

C’è in quelle parole una saggezza che va ben oltre la scelta di un disco. C’è il rifiuto dell’algoritmo, che sa già cosa ti piacerà prima ancora che tu lo cerchi. C’è la rivendicazione del caso, della sorpresa, dell’incontro imprevisto. C’è la consapevolezza che le cose più preziose della vita non si ottimizzano: si cercano, si aspettano, si riconoscono quando arrivano.

Il fruscio del vinile, quella leggera imperfezione sonora che gli audiofili digitali considerano un difetto e i suoi amanti considerano un’anima, è la metafora perfetta di ciò che questa generazione sta cercando. Non la perfezione sterile del file compresso. Non l’efficienza fredda dello streaming infinito. Ma qualcosa di caldo, di imperfetto, di vivo.

Qualcosa che dica: questo momento è reale. Questo oggetto esiste. Io sono qui.

In un’epoca in cui tutto tende all’immateriale, all’istantaneo, all’ottimizzato, scegliere il fruscio del vinile è un atto filosofico prima ancora che musicale.

E forse, solo forse, questi ragazzi che frugano nei banconi delle fiere del disco, che scattano foto con le Polaroid, che riempiono diari cartacei con la propria calligrafia imperfetta, ci stanno insegnando qualcosa che noi adulti, travolti dalla rivoluzione digitale, abbiamo dimenticato.

Che il valore di un’esperienza non si misura in like. Che la qualità di un ricordo non si misura in pixel. Che la profondità di una vita non si misura in follower.

Si misura in momenti reali, vissuti pienamente, lasciati andare senza fotografarli.

Si misura, in fondo, nel fruscio.

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