Più titoli sugli scaffali, meno ore di lettura nelle case. È tempo di chiedersi perché — e di assumersi le responsabilità
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel panorama culturale italiano di questi anni. Qualcosa che, a guardarlo con attenzione, rivela una frattura sottile ma devastante tra ciò che produciamo come sistema e ciò che siamo diventati come società.
Nel 2022, gli editori italiani attivi hanno pubblicato 86.174 opere librarie a stampa, con una tiratura complessiva di quasi 198 milioni di copie. Aggiungendo i titoli in formato digitale e quelli autopubblicati, si arriva a 102.987 titoli pubblicati in un solo anno — pari in media a 282 titoli ogni giorno, dodici all’ora. Una produzione ragguardevole, straordinaria, quasi incredibile.
E nello stesso anno, il 39,3% degli italiani di sei anni e più ha dichiarato di aver letto almeno un libro. Non dodici. Non sei. Almeno uno. In dodici mesi.
Benvenuti nel paradosso italiano: il Paese che non smette mai di scrivere libri, e che ha quasi smesso di leggerli.
I numeri che nessuno vuole guardare
I dati dell’Osservatorio AIE sulla lettura, presentati a dicembre 2025 alla Fiera Più libri più liberi di Roma, offrono uno spiraglio di luce in questo scenario: nel 2025 le persone tra i 15 e i 74 anni che si dichiarano lettrici e lettori sono cresciute del 4%, raggiungendo 33,9 milioni, pari al 76% della popolazione.
Una buona notizia, in apparenza. Ma basta scavare appena sotto la superficie per trovare la crepa.
La quota di chi apre un libro almeno una volta a settimana è passata dal 72% dei lettori nel 2022 all’attuale 61%. Chi legge solo qualche volta al mese è cresciuto dal 26% al 38%. Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura su carta è sceso da 3 ore e 32 minuti nel 2022 a 3 ore e 7 minuti nel 2025.
In altre parole: più persone si dichiarano lettori, ma leggono meno. Leggono meno frequentemente. Leggono per meno tempo. È come se la lettura stesse diventando un’identità — qualcosa da mostrare, da esibire, da dichiarare — più che una pratica. Un’abitudine del cuore che si sta trasformando in un’etichetta sociale.
Lo ha colto con lucidità Renata Gorgani, vicepresidente di AIE: «La lettura viene sempre più percepita dai giovani come un’attività da condividere e mostrare con orgoglio. Ma, allo stesso tempo, le si dedica meno tempo».
Il gap che non chiudiamo mai
Nel 2022 — anno del record negativo — il 60% circa degli italiani non aveva letto neppure un libro. E qui la storia si fa ancora più scomoda. Perché tra i non lettori ci sono il 39,1% dei professionisti e dirigenti italiani e il 25,1% dei laureati.
Confrontate questi dati con quelli dei nostri vicini europei: in Spagna i laureati non lettori sono l’8,3%, i dirigenti il 17%. In Francia il 9% i laureati, il 17% i dirigenti. In Italia quasi un quarto di chi ha completato un percorso universitario non legge neppure un libro all’anno. La classe dirigente di questo Paese, per una quota significativa, non legge.
Non è una questione morale. È una questione strutturale. Un Paese la cui classe dirigente non legge è un Paese che decide senza capire, che governa senza immaginare, che costruisce senza progettare. Ed Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera, lo ha detto con la brutalità necessaria: l’Italia è «un Paese ignorante», che rischia di diventare «una scena di catastrofe annunciata».
Le cause: un sistema che ha smesso di credere nella lettura
Dove nasce questo problema? La risposta semplice — «è colpa dei social, degli smartphone, di Netflix» — è vera, ma insufficiente. Comoda, ma parziale. La realtà è che il declino della lettura in Italia ha radici strutturali che precedono di decenni l’avvento di TikTok.
La scuola: il luogo dove si impara a non amare i libri
La scuola italiana ha un rapporto complicato con la lettura. Non perché non la insegni — la insegna, eccome — ma perché troppo spesso la trasforma in obbligo, in parafrasi, in scheda riassuntiva, in interrogazione. La legge senza passarla, la spiega senza sentirla, la valuta senza amarla.
Come ha osservato chi frequenta le aule da decenni, il problema non è mai cosa si legge, ma come lo si propone. Un grande classico offerto con indifferenza è un classico ucciso. Un romanzo di genere letto con entusiasmo può aprire una vita da lettori. La scuola italiana, troppo spesso, sceglie la prima strada.
La famiglia: la prima biblioteca che non c’è più
I dati confermano ciò che l’esperienza comune già suggerisce: si legge dove si è visti leggere. La famiglia è il primo luogo in cui si impara — o non si impara — che aprire un libro è un gesto naturale, piacevole, quotidiano. Quando i genitori non leggono, è molto difficile che i figli diventino lettori. E quando i genitori sono a loro volta figli di non lettori, il circolo si chiude su se stesso, generazione dopo generazione.
I media e lo smartphone: l’economia dell’attenzione
L’economia dell’attenzione orchestrata dai social media ha prodotto un declino significativo nella capacità di mantenere la concentrazione richiesta da testi di lunga durata. Secondo diversi studi neuroscientifici, la nostra soglia di attenzione si è abbassata in modo misurabile. E la lettura — quella vera, quella profonda, quella che richiede di stare fermi con un testo per ore — è esattamente il contrario di ciò che lo smartphone premia e alimenta.
Basta guardare i dati: il 77% della popolazione italiana fa uso di uno smartphone — praticamente tutti coloro che hanno più di 15 anni. L’Italia è il quinto Paese al mondo per diffusione di telefoni cellulari. E nel frattempo, meno della metà degli italiani legge un libro all’anno.
Non è una coincidenza. È un’equazione.
Le responsabilità del sistema culturale
Ma c’è un livello di analisi ancora più scomodo di quello tecnologico. Ed è quello che riguarda chi fa cultura — editori, critici, intellettuali, giornalisti, addetti ai lavori — e il modo in cui ha fallito nel rendere la lettura desiderabile, accessibile, democratica.
Come ha scritto lucidamente Annamaria Testa, citata nel blog Lipperatura: le campagne italiane per la lettura sembrano «non tanto pensate per i non lettori quanto commissionate da non lettori, che non hanno la più pallida idea di che cosa sia la passione di leggere».
Il sistema culturale italiano ha spesso dipinto la lettura come una faccenda per pochi eletti: sofisticata, difficile, riservata a chi ha già gli strumenti per apprezzarla. Ha guardato con snobismo ai generi popolari — il thriller, il fantasy, la narrativa sentimentale — che invece sono stati, storicamente, il punto di ingresso di milioni di lettori verso opere più complesse.
L’esempio è lampante: confrontate i cinque libri più venduti in Italia nel 1988 — Calvino, Kundera, Bufalino, Beccaria, Gorbačëv — con i cinque del 2023 — Prince Harry, romanzi sentimentali, libri di auto-aiuto, saggi politici. Questo dato produce, di solito, indignazione nei salotti culturali. Ma forse dovrebbe produrre, invece, una domanda: a chi ha parlato la cultura italiana in questi trent’anni? E per chi ha scritto?
Il divario che non si vede: territorio e classe sociale
C’è infine una dimensione di questo problema che resta troppo spesso fuori dal dibattito pubblico: la disuguaglianza geografica e sociale nella lettura.
Nel 2022, ha letto almeno un libro il 46,1% delle persone residenti al Nord, il 42,4% di chi vive al Centro e il 27,9% di chi vive nel Mezzogiorno. La Sicilia è la regione dove si legge di meno. Il Trentino Alto-Adige dove si legge di più, con la provincia autonoma di Trento che raggiunge il 55,9% di lettori.
E poi c’è il divario di genere, confermato in tutti i rilevamenti: le lettrici sono l’81% delle donne, i lettori il 72% degli uomini. Un gap di quasi dieci punti percentuali che racconta qualcosa di profondo sulle diverse modalità con cui uomini e donne vivono il tempo libero, la cura di sé, il rapporto con la cultura.
Come ha ricordato il presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, il Piano Olivetti ha investito 60 milioni di euro in due anni per le biblioteche pubbliche: un segnale importante, ma ancora insufficiente rispetto alla portata del problema.
La soluzione che non è una app
Sia chiaro: non esiste una soluzione semplice. Non esiste un decreto ministeriale, un piano editoriale, un’app o una campagna social che possa, da sola, invertire una tendenza strutturale che si è consolidata in decenni.
Come ha scritto David Foster Wallace — citato con intelligenza nell’analisi di Siamomine — chiunque abbia voglia di fare cultura «deve smettere di piangersi addosso e assumersi la responsabilità artistica». Vale per gli scrittori. Vale anche per gli editori, per i critici, per i giornalisti, per gli insegnanti.
Quello che serve è un cambio di paradigma culturale prima ancora che di politica industriale. Serve restituire alla lettura la sua dimensione di piacere, non solo di dovere. Serve smettere di proporre i libri come medicina amara ma necessaria e cominciare a raccontarli come ciò che davvero sono: un’avventura, un viaggio, una forma di libertà.
Ernesto Galli Della Loggia lo ha detto in modo diretto sulle colonne del Corriere: serve «un vero e proprio Piano Nazionale per la Lettura, uno sforzo coordinato e continuo, su più livelli, utilizzando più strumenti». E serve, aggiungiamo noi, la volontà politica e culturale di considerare i libri non come un settore di nicchia dell’economia creativa, ma come un’infrastruttura democratica — tanto essenziale quanto le strade, gli ospedali, le scuole.
Cosa rischiamo davvero
«La lettura rimane l’ossatura della vita culturale e civile», ha detto Renata Gorgani. È una frase che vale la pena ripetere, fino a quando non smette di sembrare ovvia e comincia a sembrare urgente.
Un Paese che non legge è un Paese che perde la capacità di immaginare alternative. Che fatica a distinguere la complessità dalla semplicità, il ragionamento dal riflesso condizionato, l’informazione dalla propaganda. Che diventa, lentamente ma inesorabilmente, più facile da governare e più difficile da abitare.
Non è una questione di élite culturale contro popolo. È una questione di futuro. Di quale Paese vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi. Di quanta libertà siamo disposti a difendere — anche con un libro in mano, anche mezz’ora al giorno, anche sul divano di casa.
Spegnete il tablet, ogni tanto. Entrate in una libreria senza avere fretta. Aprite un libro che non avreste scelto da soli. E lasciate che vi cambi qualcosa.
Non lo farete per la cultura. Lo farete per voi.
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