Etimologicamente, il verbo recensire deriva direttamente dal latino recensere, che significa esaminare e, per maggiore esattezza, esaminare attentamente, valutare criticamente. La premessa è banale, ma mi salva dal naufragio, mi serve da giustificazione e alibi di fronte a questo libello scientifico – che più scientifico non si può, nel senso che ben poco o nulla ha di divulgativo – del giovane archeologo Antonio Dell’Acqua, autore del libro Gerusalemme, pubblicato da Carocci nel febbraio del 2026.
Sì, perché ditemi voi che cosa c’è da spremere, ai fini di una recensione etimologicamente corretta, da 99 pagine (non una di più, non una di meno), occupate esclusivamente da riferimenti e reperti storici, architettonici, urbanistici; 99 pagine di analisi asciuttamente scientifica, che non concede il minimo spazio, non dico a voli della fantasia che sarebbe pretendere l’impossibile, ma almeno a puntatine nell’immaginifico, nel visionario, nel riflessivo. In Gerusalemme non c’è nessuno spunto, nessun aggancio, nessun suggerimento che il vostro umile e poco dotato recensore possa cogliere per esservi di una qualche utilità.
Gli unici consigli di lettura che posso dare sono alternativi: o vi portate Gerusalemme nel vostro prossimo viaggio che avete programmato nella Città Santa per antonomasia, e lì lo scartabellate mentre visitate gli imponenti e sacri siti archeologici che fanno dire alle guide Michelin vaut le voyage; oppure, dopo averlo letto in patria, giustificate la lettura precipitandovi a Gerusalemme a visitare il Monte del Tempio, il Tempio erodiano, Aelia Capitolina, il Santo Sepolcro e tutte le altre innumerevoli stupefacenti vestigia che il giovane scienziato Antonio Dell’Acqua ha analizzato e illustrato e spiegato, pietra per pietra, stratificazione su stratificazione, con puntiglio e rigore scientifici.
Stabilito, dunque, che in Gerusalemme non c’è nulla, ma proprio nulla da recensire e liberatomi della relativa responsabilità, non mi resta che approfittare dello spazio bianco che ho ancora davanti per concedermi il vezzo di sparare alcune scemenze a bischero sciolto.
La prima, però, non è una scemenza, bensì l’ennesimo doveroso complimento all’editore Carocci per: a) il coraggio – che appartiene a quello sparuto manipolo di editori veramente liberi – di avventurarsi in settori (questa volta tocca all’archeologia) che non possono definirsi certo popolari, destinati al grande pubblico; b) il merito di farci conoscere autori e ricercatori italioti di nicchia, specialistici, spesso giovani come Antonio Dell’Acqua, di cui il patrio suolo dovrebbe davvero essere fiero, orgoglioso e grato.
Sistemato Carocci sul più alto gradone del podio, facciamoci salire anche il giovane studioso dell’architettura antica, Antonio Dell’Acqua. Vi basterà una cliccata su internet (immagini) per capire chi è e di che pasta è fatto. Intanto, occhiali tondi alla Harry Potter, che basterebbero a dire tutto di lui. E poi, colletto della camicia alla diplomatica e barba alla Cavour, a incorniciare un volto elettrico da scienziato pazzo, nel senso più benevolo e deferente del termine, ossia di scienziato tanto infervorato, così integralmente immerso nella sua materia, da costringere i genitori e i suoceri a chiedersi se studiar pietre sia un vero mestiere (la simpaticissima citazione è dell’Autore).
Da quell’immagine catturata a Internet, ho capito che il giovane maniaco di pietre antiche Antonio Dell’Acqua mi è decisamente simpatico e siederei volentieri accanto a lui durante una cena tra sconosciuti, felice di poter scambiare le mie fatue nozioni della vita con i racconti delle sue esperienze di cane da tartufi dell’antichità.
Perché quel mestiere di archeologo, la cui utilità è messa in dubbio dai genitori e dai suoceri del Nostro, mi ha sempre magicamente affascinato. Ogni volta che, visitando siti archeologici in movimento, ho avuto occasione di soffermarmi a osservare squadre di giovani marmotte dello scavo, piegate sulle ginocchia e intente a grattare, ripulire, delicatamente martellare, auscultare il terreno, non ho mai mancato di provare una sincera invidia per loro, per la profonda emozione, e gioia, e stupefazione che sicuramente quei giovani specializzandi devono provare nella scoperta, nel ritrovamento, nella conferma dal terreno di un’ipotesi formulata solo teoricamente. E che dire, allora, dell’emozione – della commozione – che devono provare questi giovani scienziati, che si ostinano a cercare nel terreno, sotto le stratificazioni dei secoli, testimonianze delle glorie, dei misfatti, della vita quotidiana dell’homus erectus, quando si imbattono in documenti inattesi, che rimescolano tutte le carte degli studi archeologici precedenti? Tali e quali alle casuali scoperte astronomiche, verrebbe da dire.
E allora, eccolo il timido spunto di riflessione umanistica che l’asciutto saggio del giovane archeologo Dell’Acqua concede a un lettore immeritevole e disubbidiente ai dettami scientifici, quale io sono. Dagli scavi, dalle pietre, dalle monete ritrovate, da tutti quei numerosissimi reperti che a noi profani dicono poco o niente e agli archeologi tutto, viene fuori che Gerusalemme, ombelico sacro di tutte e tre le religioni monoteiste abramitiche, da quando è nata non ha mai cessato di essere contesa e rivendicata, conquistata e perduta e riconquistata e riperduta, distrutta e ricostruita come un lego da un bambino irrequieto. Proprio questo mi vien da pensare, mentre leggo di frammenti di missili iraniani che raggiungono la Città Santa.
Gerusalemme, quando mai finirà il tuo calvario?
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