Certo che la vita è un gioco, forse pure d’azzardo, ma se non mi fossi messa a giocare? Se avessi evitato, fatto altro, un altro gioco – che pure poteva andare male –, scelto un impegno alternativo, fare torte e venderle, aprire un negozio di abiti di scena, non sarei finita di certo lì, in quel posto, quel tredici gennaio. Sarei stata altrove, con altre difficoltà, ma non in quel letto con le lenzuola da Ferrovie dello Stato.
Di chi è veramente la colpa di quando tutto va diversamente da ciò che speravamo, quando la nostra esistenza sembra quasi non appartenerci più e diventiamo spettatori del fluire di situazioni, accadimenti che hanno segnato, con il loro semplice esistere, il nostro cammino?
Chi legge il romanzo di Daniela Stallo, Mezzanotte meno un quarto (edizioni Coda di Volpe, 2026), in un primo momento, pensa sia questa la domanda che si fa la protagonista mentre accarezzandosi la pancia, percepisce sotto le dita una crosticina che la trascinerà bruscamente nel passato, perché esistono decisioni che pesano come macigni sulle nostre coscienze, lasciando cicatrici così tanto invisibili agli occhi degli altri quanto così vere e vivide per coloro che le subiscono.
Paul Valéry sosteneva che ogni teoria filosofica fosse un frammento autobiografico, una ricerca di autenticità; e in questo romanzo che risulta a tratti delirante, a tratti incalzante tanto da non lasciarci quasi respirare, con uno stile tagliente come una lama, anche noi lettori entreremo in un fitto labirinto fatto di pensieri, ricordi, emozioni, alla ricerca di quella che crediamo sia l’unica verità in grado di giustificare tutto il dolore e tutte le umiliazioni a cui la protagonista del libro andrà incontro; lei, la cui unica responsabilità sarà di aver preso un’ineluttabile decisione che ne segnerà per sempre la vita sia personale, sia sociale, che interiore.
Nel proseguo della lettura, però, a noi tutti diverrà sempre più evidente, così come ci accade leggendo le opere di Annie Ernaux, che la Stallo, utilizzando anch’ella per il suo romanzo il distacco analitico, fa affrontare alla protagonista il suo vissuto non per superare e cercare una veridicità ma per testimoniare un’ingiustizia.
Punti fondamentali nel romanzo saranno la legge 194 e tutti gli articoli che la regolamentano, l’importanza del nucleo familiare in cui si cresce e da cui apprendiamo i fondamenti della vita – tanto da soffermarsi su coloro che vengono definiti i non-genitori – e l’insieme delle scelte sentimentali che se fossero andate in altro modo, forse avrebbero determinato un cammino diverso.
Altro tema fondamentale su cui pone la lente l’autrice è la solitudine ovvero il sentirsi sola ad affrontare il dolore e la perdita più grande o forse l’incapacità di poter percepire effettivamente la realtà in quanto tale perché ovattata da un ottundimento così forte da spezzare il respiro, il tempo che pare a tratti immobile, un’attesa che sembra non finire mai.
Un libro innovativo, fresco e spiazzante che lascia molti punti in sospeso e dà modo di riflettere su tematiche scottanti.
Un inno alla figura della DONNA, della sua grande capacità di sopportare il dolore e la sua grande capacità e intelligenza di mettersi perennemente in discussione alla ricerca di una crescita interiore.
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