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Recensione: “Il Serenissimo” – Finge di raccontare una storia raccontandone invece un’altra, più potente

Recensione: "Il Serenissimo" - Finge di raccontare una storia raccontandone invece un’altra, più potenteE poi accade.
“Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei”.
Accade davvero, ed Elsa Morante con poche, affilatissime parole ne denuncia l’avvento: era il 1945.

La storia si ripete, spesso in maniera più goffa, e ridicola.
Ne Il Serenissimo, ovvero l’inatteso fascino della mediocrità, di Biagio Iacovelli, edito da Rogas, c’è una storia con quel “di più”.
Un indolore, sotterraneo, al limite del misterioso, assalto al potere globale è stato compiuto. A metterlo in atto non sono stati operai o contadini armati di forconi, o addestrate orde di soldati, nè mercenari assetati di ricchezze, ma i mediocri.

Il mondo è ormai governato da loro. Sono i mediocri coloro che controllano tutto, perchè tutto appunto proceda come dettato da scialbi algoritmi o svigorite pratiche burocratiche del nuovo potere costituito: la Mediocrazia. Una vita senza infamie e senza lode, questo quello che promette la Mediocrazia, un limbo asettico e stagnante che viene definito, per assenza di emozioni e turbamenti, “Serenità”, da cui il nome di Serenissimo appunto del suo capo assoluto.

L’avvio è apodittico, da report. Un giornalista che si autodefinisce “l’Autore”, proclama:
“è necessario sapere, anzitutto, per chiunque si trovi a leggere queste pagine, che il libro che vi apprestate a sfogliare non è una delle mille biografie che girano su uno degli uomini più importanti e illustri del nostro secolo e forse della storia moderna: ed è meno che mai un’opera di fantasia. Tutto ciò che passerà sotto i vostri occhi è la pura e semplice verità.”

Ma appena dopo poche pagine, l’onda della scrittura si allontana dal tono perentorio tipico di questo tipo di inchieste e prende sottobraccio confidenzialmente il lettore.
Lo stile ironico e una falsa ingenuità, sono gli strumenti con cui l’Autore finge di raccontare una storia raccontandone invece un’altra, quella nascosta, doppiamente potente.
L’autore del libro e il suo doppio, l’Autore/narratore del testo, ci introducono alla vita di uomini e donne apparentemente normali che tuttavia compongono quell’enorme esercito di persone che hanno un lato debole, popolato da tic o manie, e che non si sospettano tali finché non decidono di uscire allo scoperto. L’Autore è un giornalista nato a nord della Litaija, paese immaginario, ma non troppo, che vede l’avvento e l’ascesa di Serge Mathievz, il Serenissimo.

Attraverso nove interviste luminose e inquietanti, fatte a chi ha condiviso parte della vita con Serge, l’Autore si trova suo malgrado a gettar luce su questa subdola ascesa. Le interviste si legano a fatica, stridendo e sferragliando, l’una sull’altra, come a difendere l’idea che la verità si trovi proprio in tutto ciò che ci mette a disagio, in ciò che ci rende imperfetti, e talvolta nelle perversioni, nelle manie private o in impulsi abietti.

Lo sguardo e la voce del narratore, dal suo volontario isolamento descrivono le parole e le vite sia degli altri che la sua. Gli intervistati intanto vivono la loro realtà parallela, abitata da ossessioni, paure e compulsioni; sono consapevoli della loro natura eversiva rispetto alla Mediocrazia, per questo preferiscono la solitudine, sono tutti esseri solitari, anche quando si trovano in mezzo agli altri.

Tutti hanno risposte alle domande dell’Autore, tese a minare l’immagine del Serenissimo, come già si intuisce dalle parole di Ann Cascè, vicina di casa della famiglia Mathievz, che così lo ricorda: “Il era ein garzo comme les otr”.

E ancor più ambigo emerge il volto del Serenissimo dal diario di Wilhelm Tonek, fedele e affezionato amico di infanzia di Serge: “Oh diaruzzo mio, oh diaruzzo mio. Che m’a ditto oggi Serge! Ccu na faccia imbassibbile a ditto ca u papuzz’ suio e muorto pcchè quanno e arrivata la pantera-cinghiale isso p paura s’e chiuso arinda casa e a lassato u papuzz’ fora. U putia salvà! M’a ditto ca se u dico a anguno però, mi fa scuffuniare n’ata vota e che tengo u sango cchiù niuro di capiddi”.

“Ogni amicizia è un dramma impercettibile, una serie di sottili ferite”, diceva, non a torto, Emile M. Cioran.

L’ambientazione del romanzo in un paese immaginario dà volutamente una collocazione spaziale che supera la localizzazione, perché ciò di cui si nutre il libro è universale; illuminante in tal caso, la lingua usata dai personaggi, una lingua composita, fatta da tutti i dialetti parlati nella nostra penisola, con tutte le varie influenze straniere dovute a vicinanza o dominazione, una sorta di esperanto italico.

Una lingua ausiliaria interregionale, semplice ed espressiva, creata con lo scopo di creare un dialogo che cerca la reciproca comprensione, annullando però individualità e peculiarità. Una lingua surreale che fa da supporto alla storia che pur descrivendo scenari quotidiani, ben presto, prende anch’essa la stessa piega surreale.

Così come nell’intervista al segretario Halep: nudo, coperto in parte di panna che ogni tanto il suo “lardoso bulldog” si apprestava a ripulire sporcandosi i baffi di bianchi ciuffi. Questo ridicolo scenario sfocia in un folle e disperato suicidio. A smorzare il crescendo di intolleranza e repulsione verso una realtà insopportabile arriva in soccorso l’ironia, che subentra in ogni capitolo generando pause che fanno tirare un sospiro di sollievo al lettore.

Un’ironia paradossale: è il paradosso infatti il vero perno intorno al quale si arrotola tutta la matassa della storia.
E il più antico, forse il più celebre e anche il più interessante degli insolubilia è il cosiddetto paradosso del mentitore o antinomia di Epimenide: mentire dicendo la verità, dire il vero mentendo.
“- (…) Perchè ha svolto indagini sul Nostro Amato Serge Mathievz?
– Per amore della verità. E perchè la Mediocrazia, alla nascita, mi ha assegnato al giornalismo. Ho fatto al massimo delle mie possibilità ciò che la Mediocrazia mi ha chiesto. Non è colpa mia se, di conseguenza, questo ha recato danno alla Mediocrazia stessa”.

La mediocrazia imponendo una scelta all’Autore, quella di essere destinato fin dalla nascita al mestiere di giornalista, ne fa un individuo alla ricerca della verità, capace di esercitare la propria volontà, il proprio libero arbitrio, la propria libertà.

Ma che differenza c’è fra la libertà e il libero arbitrio? Il libero arbitrio è generalmente un dono che possediamo tutti, la facoltà innata di decidere di fare una cosa oppure un’altra. La libertà è invece una conquista, una meta da raggiungere, uno stato d’essere nel quale, pur possedendo il libero arbitrio, non sempre abitiamo.

L’uomo è libero solo nella verità. E’ libero nella misura in cui ci si avvicina, la conosce, la fa sua. Il filosofo canadese Alain Deneault, autore del longseller internazionale La mediocrazia”, affermava: “L’unico antidoto è il pensiero critico”.
L’uomo è libero quindi quando nel suo percorso di conoscenza si emancipa da qualsiasi condizionamento ed è semplicemente sè stesso…

Ma come diceva De Andrè: “essere se stessi è una virtù esclusiva dei bambini, dei matti e dei solitari”.

Accompagna ogni capitolo de “Il Serenissimo” un disegno a matita dell’artista Eleonora Iacovelli. Disegni di ottima mano, pieni di stile e di sensibilità soffusa, nella semplice verità del bianco e nero. Molto suggestiva l’ambientazione delle illustrazioni, che sembrano svaporare in una bruma di grafite, e che ripropongono in un solo colpo d’occhio gli elementi salienti delle pagine che seguono, i personaggi con i loro ambienti e le loro bizzarrie.

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