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Recensione: “Indro Montanelli e il cinema”, storia di una passione morta all’alba

Il libro di Rinaldo Vignati non è una storia del semplice rapporto tra Montanelli e il cinema.

In primo luogo perché piuttosto che una esposizione cronologica destinata a tradursi in una pedante carrellata di titoli e testate, preferisce seguire un percorso che chiarisca le apparenti contraddizioni del “critico” Montanelli, partendo dalla comparazione e le affinità fra il dispositivo cinematografico e il funzionamento della sua mente.

Poco si sa di Indro Montanelli e il cinema. La sua attività di critico cinematografico parte dalla natura linguistica del cinema, ed è caratterizzata da una cinica durezza. Quando sul settimanale “Tempo” scriveva di cinema, Montanelli si firmava con lo pseudonimo Calandrino personaggio del Decameron di Boccaccio. Il suo giudizio, il suo discorso critico, non sono incentrati sulle nozioni fondamentali di regista e film.

Montanelli si occupa direttamente e prioritariamente del cinema, inteso come linguaggio, mezzo di espressione. Quindi la sua critica è piuttosto una “cronaca” delle reazioni del pubblico alla visione del film. I suoi giudizi risultano spesso in contrasto con il canone della critica cinematografica e i valori estetici dell’epoca.

Gli intellettuali e i cineasti che prendono in mano la penna per promuovere questo o quell’autore ritenuti unanimemente modelli ideali, si immettono nel pensiero corrente.

L’approccio al cinema di Montanelli invece, quasi forzato e non voluto, è libero dai canoni “del mestiere” e sorprendentemente moderno.
Ad esempio fu strenuo difensore della “Dolce vita” di Fellini, ritenuto dalla maggior parte della critica, incongruente ed effimero. Indagò profondamente il rapporto che intercorre tra regista e sceneggiatore. Un equilibrio di potere inevitabilmente legato alla forza delle rispettive personalità.

Recensì per il Corriere una rassegna di classici del cinema, la sua penna desacralizzante demolì alcuni autori canonizzati. Il cinema per lui presupponeva il consumo immediato e difficilmente superava la prova del tempo. Non amava la lentezza di molti film d’autore, nè il troppo finto o il troppo vero.

Quella per il cinema fu una passione secondaria, momentanea. Probabilmente messa a dura prova con la stroncatura ricevuta da “I sogni muoiono all’alba”, film del 1961 diretto insieme a Craveri e Gras, e tratto dall’omonimo testo teatrale, di grande successo.

Ma risale a subito dopo la guerra, il suo primo approccio con il cinema, tra gli autori di “Pian delle Stelle” con Bogo, Metz, Sonego e il regista Ferroni. Prodotto a basso costo dal Corpo Volontari della Libertà di Padova, racconta di militari italiani, che riescono a fuggire da una prigione tedesca e si uniscono a una brigata partigiana veneta, a Pian delle Stelle. Una storia dolorosa, come dolorosa è la sorte di numerosi partigiani.

Molti critici apprezzarono il film come antiretorico. Ma alla Mostra di Venezia, viene accolto da “corrucciati giudizi”. “Risaputo. Logoro”. Non ebbe una vera e propria distribuzione e finì nel dimenticatoio.

Del 1947, è “Tombolo, paradiso nero”, tratto da un suo articolo. In pieno neorealismo, la pellicola “si pone dentro e fuori i labili confini di tale corrente”. La visione di Montanelli e del regista Ferroni, viene definita come ancorata a una concezione tradizionale dei valori, a una netta distinzione di bene e male, a una ricerca di responsabilità che riguarda la sfera individuale.

Dodici anni dopo Roberto Rossellini, portò sul grande schermo “Il Generale della Rovere” tratto da un racconto di Montanelli. E’ il racconto di un enigma, ispirato all’esperienza di Indro Montanelli in carcere, prigioniero dei tedeschi a San Vittore , condannato a morte nel 1944. Film controverso, oggetto di polemiche per la sua rappresentazione della Resistenza. Interpretato sopra le righe da Vittorio De Sica, sarà pluripremiato dalla critica.

IL “contadino toscano”, come si definì lui stesso, sornione, nato a Fucecchio (Firenze) il 22 aprile del 1909, attraverso il suo rapporto col cinema, svela un lato oscuro della sua carriera. Lato che Rinaldo Vignati, indaga in tutte le sue sfaccettature. Un contadino toscano candidato all’Oscar.

Vignati sapientemente, evidenzia lo stile sempre in equilibrio tra umorismo e serietà di Montanelli e attraverso una meticolosa ricerca d’archivio ci porta a conoscenza di vari suoi progetti incompiuti nel campo del cinema, ad esempio il progetto su Giulio Cesare elaborato con Valerio Zurlini.

Molte le scoperte da fare tra le pagine di Indro Montanelli e il cinema (Mimesis edizioni), inediti anedotti, stravaganti curiosità. Come la rottura con Sergio Amidei, co-sceneggiatore de Il generale Della Rovere. Oppure il telefilm di Jacques Tourneur a noi sconosciuto, sceneggiato da John Fante, che prendeva ispirazione da un suo racconto. Senza dimenticare tutta una serie di personaggi cinematografici che  che si sono ispirati al personaggio Montanelli. Ma egli era soprattutto cronista del suo tempo e Vignati non poteva eclissare la sua implicazione giovanile col Fascismo.

D’altronde come lo stesso Montanelli ammise:
«Come tutte le persone nate dentro il fascismo (avevo dieci anni quando andò al potere), io fui fascista dapprima entusiasta, poi sempre meno, finché nel ‘37 cambiai campo, e durante l’occupazione tedesca finii in galera. Debbo dire però che, se mi trovai male col fascismo, non mi trovai meglio dopo la Liberazione, con l’antifascismo, che pretendeva liquidare il ventennio di Mussolini come un eccesso di follia criminale, di cui era indecente persino parlare».

Alla fine della lettura si avrà la sensazione di aver sognato a lungo, di aver percorso un tratto di strada in compagnia dell’illustre e scorbutico protagonista. Un sogno da cui ci si sveglia con un senso di amarezza.

“I sogni muoiono all’alba”, film dal titolo profetico. I sogni morirono davvero…
La critica non fu benevola, giudicò la pellicola severamente, il Morandini scrisse: “film inerte, statico, verboso, direzione impacciata”.
Montanelli nel giugno 1962, andò a rivederlo a Fucecchio, al cinema teatro Pacini. Si ritrovò in una sala vuota, quasi da solo. Da allora il cinema non fece più parte dei suoi sogni e della sua attività di giornalista e scrittore.

Rinaldo Vignati, docente a contratto di Sociologia politica presso l’Università degli Studi di Milano; svolge attività di ricerca nel campo della storia del cinema. Come storico e critico cinematografico si interessa in particolare di cinema latinoamericano e dell’attività degli sceneggiatori.
Collabora con “Cineforum”, “Cabiria-Studi di cinema”, “Blow up” e “Nocturno”.
Ha scritto un saggio sulla storia del cinema d’animazione argentino incluso nel volume di G. Bendazzi “Primo due volte. Quirino Cristiani e il cinema d’animazione“ (2017).

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