Una delle domande retoriche più usate ed efficaci per esemplificare le difficoltà di dare risposte semplici a questioni complesse è questa: è nato prima l’uovo o la gallina?
E, visto il campo di indagine del breve e molto specialistico saggio che qui si commenta, mi piace ricordare che il paradosso dell’uovo e la gallina fu recepito da una famosissima canzone degli anni ’40 del secolo scorso (La classe degli asini, cantata da Natalino Otto):
Professore, per favore,
mi vuol dir se è nato prima l’uovo oppure la gallina? Che figura,
il professore non lo sa!
Avete notato che l’ultimo verso della strofa termina con una parola (sa) monosillabica, per sua natura tronca? Bene, tenete presente che questa è una delle caratteristiche principali della canzonetta nella tradizione italiana.
Ma ‘sto fatto che la canzonetta della tradizione italiana impone quasi sempre (se non sempre in assoluto) che ogni quartina (o strofa) termini con una parola tronca o monosillabica, ha reso e rende indigesta la lingua italiana a quasi tutti gli autori di testi musicali, proprio perché la lingua italiana è assai povera di parole tronche e impone agli autori veri e propri salti mortali o escamotages, ricorrendo all’ausilio di paroline monosillabiche di supporto come dai, chi, sì (forse la più usata in assoluto), oppure troncando gli infiniti (amar, star), oppure ancora chiamando in soccorso termini inglesi: slip, clip, yes, goodnight, etc.
Ed ecco allora che molti parolieri preferiscono gettarsi decisamente nelle braccia della lingua di Shakespeare, che di parole tronche ne ha da vendere, anzi è fatta quasi tutta di parole tronche. Perché l’inglese è una lingua che, a differenza dell’italiano, tende a contare il tempo non con le sillabe, bensì con gli accenti (gli addetti ai lavori parlano di isocronia accentuale).
Questo e altro ho appreso dall’arguto e sorprendente saggio L’italiano della canzone, di Luca Zuliani, accreditato da una cattedra di Linguistica italiana presso l’Università patavina e a noi veicolato dall’emerita (non finirò mai di lodarla) casa editrice Carocci.
Ma non si spaventi chi non ha dimestichezza con le indagini da laboratorio (in questo caso linguistico): non solo di questi minuziosi (e gustosi) referti da esame autoptico della canzone italiana è fatto il saggio di Zuliani. Essi servono di supporto a un excursus ben più vasto e approfondito, che riguarda l’evoluzione (o involuzione, dipende dall’approccio) del rapporto tra poesia e musica nella letteratura (e, in più generale, nella cultura) italiana.
Rapporto che richiama, come ho evidenziato in apertura, la questione della priorità genetica tra l’uovo e la gallina. Zuliani ci dà la risposta: nel madrigale medioevale (è qui che fissa il punto d’inizio) la musica era totalmente asservita alla parola (cantata). Prima l’uovo-parola, quindi; poi la gallina-musica. Il che voleva dire, in primis che la musica non poteva concedersi molte libertà, in secundis che il problema degli accenti tonici alla fine delle strofe non si poneva affatto.
E questa primazia del testo sulla musica durò a lungo. Basti pensare che il campione del melodramma, il Metastasio, era un poeta a tutti gli effetti e che a ben pochi, forse a nessuno, importava conoscere il nome degli autori che mettevano in musica i suoi sublimi versi.
Bisogna aspettare la fine dell’800 (andatevi a leggere o rileggere Nei palchi e sulle sedie di Carlida Steffan e Luca Zoppelli – Carocci Editore, 2023, che ho avuto l’onore di recensire su questa testata), e più precisamente Giuseppe Verdi, perché il rapporto cominci a capovolgersi e l’autore della musica sia più importante del librettista.
Ma sarà il ‘900, con l’avvento della cosiddetta musica leggera, a veder definitivamente rovesciato il rapporto originale. Prima la gallina e poscia l’uovo, dunque. Anche se ultimamente, con la musica hip hop e soprattutto il rap e il trap, il processo di subordinazione del testo alla musica si è in parte arrestato e invertito, avendo il testo trovato nuovi ampi margini di libertà.
Si tratta, aggiunge e conclude Zuliani, di un processo evolutivo che ha investito e coinvolto anche la poesia. Anzi: in questo processo evolutivo di sganciamento dalla metrica tradizionale e dalla rima accentata, la poesia è decisamente più avanti della canzone, che è ancora in larga parte succube delle paroline tronche o monosillabiche: sì, dai, hai; o, peggio ancora, degli infiniti troncati: amar, guardar, etc.
Quel che ha provocato in me il saggio di Zuliani è che, adesso, ogni volta che ascolto una canzone del mio repertorio di nostalgico della canzone d’autore degli anni ’60, sto maniacalmente attento a come finiscono le strofe:
C’era una volta una gatta
che aveva una macchia nera sul muso
…
a un passo dal cielo blu (!!!)
…
Ora non abito più là (!!!)
….
Ho una casa bellissima bellissima come vuoi tu (!!!)
Per fortuna, dall’alluvione di tronche e monosillabiche si salva Lontano lontano di Tenco, la canzone che preferisco in assoluto e che ho chiesto venga suonata al mio funerale: le parole perché e me, poste rispettivamente alla fine del terzo e quarto verso dell’ultima strofa diventano musicalmente piane (verificare lo spartito).
In conclusione: professor Zuliani, ma perché mi ha contaminato con questa sua manìa di fare le pulci letterarie e poetiche alle canzoni che prediligo?
Sappia, in ogni caso e se per caso le interessa, ma non credo proprio, che io in campo poetico non ho ancora superato l’amore per l’endecasillabo e il settenario. D’altronde questa predilezione ce l’aveva anche De André, se non sbaglio: Re Carlo tonava dalla guerra…, Dormi sepolto in un campo di grano….
Consigli per la lettura (ma, più che consigli, una confessione da lettore): superate le prime cinquanta, sessanta pagine (lo so, non sono poche, ma abbiate fede) di indagine microscopica da laboratorio, nel corso della quale combatterete con la voglia di rinunciare, approderete alle pagine che vi faranno vergognare di aver dubitato e pensato di rinunciare. A fine lettura, avrete voglia di ripercorrere le prime cinquanta-sessanta pagine per ravvedervi. Sappiatemi dire.
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