Recensione: Mirella Pradal, Le ali del colibrì. Come affrontare la vita senza paura

Recensione: Mirella Pradal, Le ali del colibrì. Come affrontare la vita senza pauraLo confesso, ci ho messo un po’ a rendermi conto che Le ali del colibrì, di Marilena Pradal, Edizioni Bakemono Lab, 2025, non era un vero e proprio romanzo, ma un diario.

E ora? Mi sono detto. Un diario di vita che sarà mai? Sai che emozione leggerlo? E dire che, dal Prologo, mi ero figurato il narratore vittima di chissà quale attentato, in lotta fra la vita e la morte, pronto a riservare chissà quali colpi di scena e sorprese a non finire nelle prossime pagine.

Ma poi salta fuori che il narratore è una narratrice, la quale racconta di se stessa, vittima di un problema serio al cuore. È un’infermiera, addirittura. E dunque sa cosa le stanno facendo, mentre si trova in un letto di ospedale, agganciata da un intreccio di fili a un monitor, dove luci e grafici si alternano, accompagnati da rumori strani e anche fastidiosi.

E lì, anche lei, lotta fra la vita e la morte. Ma il suo attentatore non è un terrorista e neppure un volgare assassino. È il suo cuore. Il suo cuore che fa le bizze, e ha cominciato a farle in un pomeriggio di lavoro, mentre lei si trovava nel suo Reparto di Ematologia.

Quel pomeriggio, dalla normalità più tranquilla, è passata a una situazione drammatica, angosciante, dominata dal terrore, perché il suo cuore sta facendo come gli pare. Si ferma per uno, due, tre colpi, ma poi riparte e comincia a battere forte, sempre più forte, un aumento di ritmo che diviene insopportabile. Poi di nuovo la calma, il ritorno alla normalità. Ma per poco, perché poi si ricomincia.

La paura di un arresto cardiaco l’assale. Intorno a lei, medici e infermieri si alternano, ma dalle loro facce lei capisce che non sanno cosa fare.

Defibrilliamo, le dicono.

E lei sa di cosa si tratta, è un’infermiera.

Ora, tutti noi abbiamo un cuore. Nel nostro corpo sappiamo benissimo che batte con regolarità, un ritmo silenzioso e discreto, che ci fa stare tranquilli. È così da quando siamo nati. E certo, un’emozione, una corsa affannata, una paura, si sa che provocano in lui un aumento di battiti, un palpitare più forte che si avverte nel petto. Ma si sa pure che, tornata la normalità, con un po’ di riposo, il nostro cuore torna a battere come sempre: regolare, discreto, quasi inesistente.

Ma provi, chi leggerà questa recensione, a fare quello che ho fatto io, mentre andavo avanti a leggere il libro. Chiuda gli occhi e immagini il proprio cuore che, all’improvviso, comincia a battere sempre di più, sempre di più, ma senza alcun motivo scatenante. E poi provi a sentirlo invece battere perdendo colpi. Uno… Due… Tre… Quattro secondi senza dare segno di vita.

Ti prende la paura. Una paura che ti attanaglia, perché lui, il tuo cuore su cui prima facevi un affidamento assoluto, ora non è più lui. È diventato inaffidabile.

Aritmia ventricolare destra cronica. Questa è la diagnosi che viene formulata alla nostra infermiera. E dunque medicine, esami, visite di controllo periodiche: un mese, due mesi, tre mesi. Una visita annuale di controllo generale. La terapia finalmente aggiustata, ma che abbisogna di verifiche annuali.

C’è da mettersi a letto per il resto della vita, anche se lei ha appena trent’anni.

E invece no.

L’autrice è appassionata di nuoto e dunque torna in piscina. Niente agonismo, naturalmente, ma già dal primo giorno si fa un discreto numero di vasche. Non contenta, pur se fra mille apprensioni, comincia a viaggiare. Dapprima in Italia, poi sempre più lontano. Le mettono un defibrillatore, che lei battezzerà Thor. E con quello addosso si spingerà a prendere l’aereo.

A ogni viaggio – per vivere tutto con una certa normalità – si deve portare dietro le medicine previste dalla terapia. Deve stipulare una polizza di assicurazione, ogni volta ad hoc, a seconda del Paese che visita. Deve pensare, di volta in volta, che potrebbe essere vittima, in qualsiasi momento, di un’emergenza come quella vissuta e descritta nel prologo. E allora in quali Paesi andare per stare tranquilli?

Tutti quelli attrezzati per emergenze mediche, si capisce.

E invece no. A un certo punto va in Africa, in Mozambico. E poi un suo amico medico la porta in Uganda: una settimana di volontariato in un posto abbandonato da Dio, dove sciami di bambini aspettano a gloria che qualcuno si prenda cura di loro.

E il tempo passa e la sua salute peggiora, finché non si arriva alla vasocostrizione. Il sangue che non ce la fa a raggiungere le estremità dei piedi, delle mani, infine del viso.

Ma lei insiste e continua a vivere una normalità sempre più difficile da affrontare.

Insegna a vivere, questo libro.

Insegna ad affrontare la vita senza paura, senza piangersi addosso, ma dandosi con altruismo e generosità. Insegna a superare ogni ostacolo che il quotidiano ti mette davanti. Insegna ad avere fiducia nelle proprie capacità e nella propria volontà per reagire di fronte a ogni avversità.

E insegna perfino ad accettare, nella vita, il ruolo che ci è destinato. Senza pianti, senza sbavature, senza il minimo rancore.

Scritto in bello stile, il libro si legge tutto d’un fiato. Non ci sono abbellimenti né fronzoli letterari, una narrazione che ti porta con sé, per mano, fin dentro le aritmie, l’extrasistole, le cicatrici che graffiano il cuore, a tal punto che, mentre leggi, ti sembra di essere lì, in quel lettino di ospedale, ad affrontare gli stessi problemi che affronta l’autrice.

Ci vuol coraggio ad affrontare una vita così.

E ci vuol coraggio a raccontarla, mettendosi in gioco senza veli né compiacimento alcuno.

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