Morire a Long Beach di Venita Blackburn, edito da Minimum Fax, che doveva intitolarsi inizialmente Lesbiche assassine alla fine del mondo – un titolo un po’ Tarantiniano che avrebbe spiazzato molti lettori – a me fa venire in mente una Chuck Palahniuk più sperimentale.
Venita Blackburn, attiva a Compton ai tempi dei NWA (Niggaz Wit Attitudes) pionieri del Gangsta Rap che nelle loro canzoni non nascondevano temi come la violenza e la vita di strada, si distingueva per essere una scrittrice arrabbiata. Adesso vive a Fresno e organizza corsi di scrittura creativa per ragazzi di colore.
La storia è disorientante, Jay muore suicida nel suo appartamento e la sorella Coral arrivata sul posto, colpita dall’assenza del fratello morto e sopraffatta dagli oggetti a lui appartenuti, in particolare dal suo cellulare – quasi una sua/nostra estensione della vita – rifiuta la morte di Jay e per una settimana ne prolunga la vita rispondendo ai messaggi trovati sul cellulare non avvertendo nessuno degli amici, nemmeno la figlia, negando semplicemente l’accaduto.
Nei successivi sette giorni, Coral continua ad andare a lavorare, incontrare amiche conosciute su app di dating, e continua con sempre maggiori difficoltà a mantenere in vita il fratello, quasi diventandone un alter ego. Mentre vive in questa finzione, viene investita da ricordi, riflessioni e ossessioni.
Lo sfarinamento della sua psiche sarà completo quando scopriremo che il racconto delle nostre vite, perché è difficile non ritrovarsi nelle vite accelerate e nevrotiche dei protagonisti, è narrato da un coro di voci che altro non sono che il coro delle voci dei suoi romanzi, che avranno il compito di ricordare il mondo perduto dopo la catastrofe e l’estinzione della razza umana.
L’alternanza dei vari registri mi ha sinceramente sorpreso, siamo di fronte a uno sci-fi, a un romanzo umoristico, si ride ve lo assicuro; le pagine in cui viene presentata Anemone, scienziata e medico molto stimata, seduttrice, voluttuosa, piena e burrosa, alle prese con un pene biosintetico in cerca di un brivido nel tentativo di riscoprire la ricetta della lussuria, hanno una loro oscura comicità. Come la descrizione dei Fandon fumettistici, dove l’autrice alterna ironia e sarcasmo con studiata perfidia.
Oppure quando ci troviamo a leggere una riflessione sulla perdita, sulla memoria e sui legami che permangono nonostante la tragedia di un suicidio nel caso di Coral e Jay, che in una visione più ampia ci riconduce al suicidio della razza umana e ai ricordi che di essa permangono e di cui sono custodi le intelligenze scaturite dai suoi romanzi che ricordano e rimettono in scena, come un tableau vivant urlante, non solo la vita individuale di Coral ma anche le nostre esistenze collettive.
Non resta che leggere il romanzo per farsi una personale opinione e per non perdere un libro quantomeno originale che si trasforma spesso in un flusso di coscienza che riguarda le nostre vite e i nostri tempi – mai così vicini all’Apocalisse – e il nostro privato, i nostri sentimenti, spesso tanto confusi ma pieni di una vita da vivere fino in fondo.
P.S.
Faccio ammenda sul paragone con Chuck Palahniuk, lui è più crudo e ironico, spietato e centrato come stile e scrittura. Venita Blackburn l’ho trovata più sperimentale, come se scrivesse dall’alto e senza rete, senza paura di cadere rovinosamente e questo trovo che sia un grande pregio per un autore e un romanzo che voglio scoprire.
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