Recensione: Pierre Jourde, Dalla montagna perduta. Racconti e memorie dall’Alvernia

Recensione: Pierre Jourde, Dalla montagna perduta. Racconti e memorie dall'AlverniaIl Nero.

Il nero ricorre spesso in questa magnifica raccolta di racconti e memorie, Dalla montagna perduta, scritta da Pierre Jourde, pubblicata da Prehistorica Editore, 2025, traduzione di Sivia Turato.

L’Alvernia è un ricordo d’infanzia, Un ricordo nero è una frase di Alexandre Vialatte, un altro grande intellettuale alverniate, il nero della fuliggine, quello degli spazzacamini, quello delle pantofole di feltro, il nero è ovunque.

Alvernia tenebrosa, continua citando Vialatte, le vergini nere, le chiese oscure, le foreste cupe, nero è anche il vento di gennaio che spazza la neve, un paese che secondo l’autore è esilio e smarrimento, un non luogo che non si può abitare.

Ma Pierre Jourde – e grazie all’editore Prehistorica per avermi fatto scoprire un così grande scrittore – vive e ama la sua regione e scrive una guida turistica, un trattato antropologico, un memoir, un libro divertente e a tratti comico sulla regione meno conosciuta della Francia: qui i Galli dovevano essere particolarmente possenti perché Giulio Cesare fu sconfitto qui da Vercingetorige.

Smarrimento è un’altra parola chiave, lo spazio enorme, il vento, fanno sentire un’assenza di fondo che i piccoli oggetti del quotidiano rendono tangibile e reale. Non sono bastate le recinzioni e le demarcazioni a farne un luogo – memorabile è il racconto dedicato all’ombrello, immaginato più come un’antenna che mette in contatto con il reale, che un oggetto che protegga dalle piogge.

Ma è anche un libro che regala odori e profumi spesso dimenticati. Ho imparato che i non luoghi possono avere il profumo del pane e del formaggio, l’odore della quotidianità violentemente profumata. I non luoghi sono abitati da persone meravigliose innamorate della loro terra e delle loro montagne che portano avanti le tradizioni, anche quando non sono nobili come quelle bretoni e normanne, per esempio.

Un non luogo è quello tra il Puy de Dome e il Cantal, ed è proprio dove non è segnalato nulla che l’autore ci invita alla scoperta, perché la bellezza non la andiamo a trovare su appuntamento ma ci aggredisce improvvisamente.

Il massiccio centrale dell’Alvernia è quanto di più lontano si possa pensare della Francia da cartolina, non è il Far West ma il Far Center descritto con gustosa ironia. Le steppe dell’asia centrale e della Mongolia imparentate con gli Alverni?

Perché no? Ho adorato la lingua e la musicalità del volume, evidente l’ottimo lavoro della traduttrice Silvia Turato, che rende vive le tradizioni: paesi che si rinsecchiscono, formaggi profumati e la dura vita di montagna. Il vento, la curva dei paesaggi e il cielo, ovviamente nero, che grazie alle sue parole ci lascia ancorati alle sponde del reale.

Dolore. Un’altra parola che ricorre e sono meravigliose le pagine dedicate ad Alice che continuava quasi centenaria a salire contro il muro della montagna con un femore rotto a bruciare i ginepri; il rapporto con il dolore, morale e fisico echeggia in queste pagine e ce lo rende quasi confidenziale.

Aneddoti di storia familiare o di battaglie militari, ci fanno capire che il dolore è parte di noi, del nostro vissuto e questo spesso lo abbiamo dimenticato.

L’ultimo lungo racconto mi sembra un omaggio molto riuscito alle storie di fantasmi di Henry James, le vecchie case con i loro scricchiolii e le loro presenze. L’autore francese non si limita a spaventarci – e spesso ci riesce benissimo – ma si sofferma sulla psicologia del personaggio e la sua narrazione rende labile il confine tra conscio e inconscio, tra reale e slittamento in una irrealtà sospesa in cui il protagonista si immagina un fantasma che tormenta i prossimi ospiti della casa interamente nella sua assenza.

Ho amato questo libro e un plauso alla casa editrice Prehistorica che nel suo manifesto si propone di illuminare la grande narrativa dando rilievo ai classici di ieri e di oggi, così da proiettare le loro ombre lunghe nel mondo di domani.

 

 

 

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