Recensione: “Russki mir: guerra o pace” – La forza delle parole

Recensione: "Russki mir: guerra o pace" - La forza delle paroleRusski mir: guerra o pace
di Mikhail Shishkin
Traduzione di Veronica Giurich Pica
21 lettere Edizioni

“Fa male essere russi.”
In copertina il fondo rosso, le guglie tipiche bizantineggianti e due occhi azzurri. Gli occhi di un bambino, tondi, limpidi.
E poi la sensazione che qualcosa è andato storto. Qualcosa “suona” male in quella divisa da soldato che il bambino indossa.

“Fa male essere russi”, inizia così questo libro e subito comprendi che è la voce di qualcuno che quel dolore lo porta inciso sulla pelle.
“Fa male”, quanta importanza diamo a queste parole?
“Fa male”, queste parole hanno un significato ben preciso.

La sensazione è che troppo spesso dipenda dalle parole, dalla difficoltà di tradurre alcuni termini nel momento in cui attraversano il confine russo. Così in modo “spaventoso” il contenuto delle parole viene segretamente sostituito o semplicemente “i termini migliori, i più belli, perdono il loro significato nel contesto russo”.

“Fa male essere russi”
Mikhail Shishkin lo scrive per noi, nella prefazione all’edizione italiana del suo libro, dove prova a spiegarci perché è infondata l’ammirazione diffusa per Putin e immorale la glorificazione delle sue atrocità. Putin come Dracula. Come Stalin.

Raccontando di sé, della sua famiglia, dei suoi ricordi d’infanzia, dei timori dei suoi genitori, del clima di paura costante Shishkin ci spiega cosa è in Russia “il paradosso della menzogna”, titolo di uno dei capitoli, e base della potenza dei leader russi, tutti.

La potenza, il pugno di ferro, erano caratteristiche indispensabili all’ordine, secondo il comune sentire del popolo russo. Questo comune sentire viene spiegato storicamente, partendo dalle invasioni vichinghe. Perchè la storia può essere lo specchio in cui prendere coscienza del proprio “difetto”.
Un difetto quasi di “dignità” del popolo russo, così marcato da instillare nel pensiero occidentale il mistero dell’anima russa.

Un’anima che non solo non evita la sofferenza, ma che pare corteggiarla e farne un baluardo della propria identità, la propria dignità.

In realtà non c’erano parole per l’idea di dignità umana in Russia. Termini mancanti quali pubblicità, infatuazione, umanità, letteratura furono introdotti dall’esterno e nel giro di poche generazioni queste parole riescono a innescare la più importante trasformazione della storia. La nazione si è scissa, come fosse composta da “gemelli siamesi, con un corpo comune ma menti che non si capivano”.

L’intera storia russa è una palude sanguinosa dalla quale il popolo deve essere tirato fuori. Il primo filosofo russo fu dichiarato pazzo per una semplice idea: i russi non erano un popolo scelto da Dio e Mosca non era la terza Roma.

Il paese dove Pietro il grande aveva aperto una finestra sull’Europa, fu chiuso ermeticamente da Stalin, ermeticamente con l’aiuto del sigillo di chiacchiere ideologiche marxiste, Stalin creò una dittatura personale perfetta.
Aveva il pieno controllo sul suo popolo, che era disposto a morire per la patria, così come il maresciallo della vittoria Žukov, comandante sul campo delle forze sovietiche, formulò nel modo più chiaro:
“le donne russe partoriscono ancora soldati”.

Questa è la Russia, la nazione che nell’anno del primo volo spaziale dell’umanità costruisce anche il muro di Berlino. L’ulus di Mosca segna il suo territorio.
A 16 anni Mikhail Shishkin aveva due sogni: diventare uno scrittore e viaggiare. Per lui fu un trauma rendersi conto che i genitori erano stati schiavi per tutta la vita e che lo era stato egli stesso. Il muro di Berlino era un confine solo per l’occidente, per i russi i confini erano innumerevoli, invisibili, si sviluppavano intorno a ogni singolo individuo, limitavano totalmente la loro libertà. Anche le libertà più semplici: nel 1979 arrivarono in Russia le bare della guerra in Afganistan, ai familiari dei soldati fu proibito indicare il luogo della morte sulla lapide.

Ma l’anima russa tutto sopporta, sopporta il dolore dei figli morti in guerre senza senso e senza nemici reali, tanto “le donne russe partoriscono ancora soldati”

Perchè il popolo russo ha necessità di un padrone, dittatoriale, crudele, insensibile, spesso ignorante, ma per loro sempre e comunque bàtjuška (dolce padre), per tale motivo Gorbačëv è stato un leader disconosciuto dalla maggioranza del popolo russo.

Shishkin con una prosa eccezionale riesce a descriverci il clima claustrofobico dell’egemonia dittatoriale che arriva fino a Putin e nel frattempo segna le tappe della letteratura russa, i grandi classici, i suoi filosofi, i suoi scrittori dissidenti che hanno fatto i conti con tale dittatura.

Oggi, ancora e ancora le donne russe partoriscono bellissimi soldati bambini dagli occhi azzurri, soldati ancor prima di nascere.
Bambini soldati che ti guardano un po’ stupiti dalla copertina di un libro che raccoglie i saggi quasi in forma di una accorata confessione di colui che ha lasciato un graffito sul muro di Berlino, prima che venisse abbattuto; colui che ha tracciato con uno spray verde: “Скоро” che significa “presto”, una parola che sembrava una promessa e una speranza insieme.
“Presto”, non c’è più tanto tempo…

Perchè le parole hanno un senso e una forza, e a volte le parole possono innescare una bomba a orologeria pronta a espoldere… perchè essere russi non faccia più “male”.

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