Arriva “Blues is more”, nuovo lavoro di Claudio Angeleri

Prodotto dall’etichetta pugliese Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store online da Believe Digital, lunedì 4 febbraio esce “Blues is more”, ventesimo progetto discografico come leader di Claudio Angeleri. Il disco propone sette composizio ni originali del pianista, che vanta una carriera quarantennale costellata di tante collaborazioni con importanti musicisti italiani e stranieri come Charlie Mariano, Bob Mintzer, Franco Ambrosetti, Gianluigi Trovesi, e tre riletture dei celebri brani “Dance of the infidels” di Bud Powell, “A new world a comin” di Duke Ellington e “Monk’s dream” di Thelonious Monk e Jon Hendricks.

Nel disco il compositore e musicista lombardo è affiancato dal sassofonista Gabriele Comeglio, solista e arrangiatore sia nel jazz (Yellow Jackets, Randy Brecker e Lee Konitz) sia nel pop (Mina, Battiato e Lucio Dalla); dal bassista Marco Esposito, che con Angeleri ha condiviso diversi festival e incisioni e ha al suo attivo collaborazioni con Gianluigi Trovesi, Franco Ambrosetti, Bob Mintzer; dal trombonista Andrea Andreoli, appena rientrato da alcuni concerti con la WDR Orchestra insieme a Bill Lawrence (Snarky Puppy) e Bob Mintzer; dal batterista e percussi onista Luca Bongiovanni, con all’attivo esibizioni al Blue Note di Milano, all’International Jazz Day, Bergamo Jazz e Iseo Jazz. Ospiti anche la cantante Paola Milzani (in “Monk’s dream”), che collabora con il pianista dal 2001 e con lui ha realizzato il progetto sulle Città Invisibili di Italo Calvino e sulla musica argentina ispirata alla poetessa Alfonsina Storni, e il flautista Giulio Visibelli (“Paths”).

Il disco sarà presentato ufficialmente nel giorno dell’uscita (lunedì 4 febbraio – ore 21) nell’Auditorium della Libertà di Bergamo nella serata inaugurale della 115° stagione della Società del Quartetto (info www.quartettobergamo.it). Un’istituzione prestigiosa che ha ospitato negli anni musicisti di livello a ssoluto come Bela Bartok, Arturo Benedetti Michelangeli, Friederich Gulda, John Taylor e Uri Caine. Per l’occasione Angeleri presenterà un programma variegato dal titolo Ellingtones composto dalle composizioni originali del nuovo disco e da diversi arrangiamenti inediti di Duke Ellington, di cui ricorre quest’anno il 120° anniversario della nascita. Durante il live, oltre alla formazione del disco, si esibirà anche il trombettista Emilio Soana, tra i più autorevoli interpreti del repertorio ellingtoniano.

Questo disco è il risultato di una recente ricerca compositiva che si è sviluppata anche nella attività concertistica del quintetto. Si tratta di una rilettura delle idee del compositore e teorico svizzero, naturalizzato americano, Ernst Levy in materia di teoria musicale e di armonia negativa o “assoluta”. Lev y ha fornito una nuova chiave di lettura del nostro sistema tonale da Zarlino ad oggi, sistemando alcuni equivoci teorici lasciati in sospeso in cinque secoli di musica. Quella di Levy è una “riforma” dall’interno che raggiunge, e supera, i confini della tonalità seguendo la struttura del suono fisico – gli armonici naturali – e del suono interiore – gli armonici inferiori. Non si tratta di un esercizio teorico ma di una scommessa creativa a cui si sono dedicati tanti musicisti del recente passato anche in ambito jazz. Le teorie di Levy, messe a punto negli anni Quaranta, si sono diffuse solo recentemente grazie all’interesse e alla ricerca di Steve Coleman e del movimento M-Base, di Herbie Hancock e di Jacob Collier.

«L’idea del disco è quella di introdurre alcune formule “assolute” nella tavolozza compo sitiva partendo innanzitutto dalle forme classiche del jazz, come il blues di “Blues is More” e i rhythm changes di “Absolutely”», sottolinea Angeleri. «I “suggerimenti” danno quindi lo spunto ai musicisti per sviluppare le loro idee condividendole nel gruppo. In Blues is More, ad esempio, il primo assolo è un collettivo dei fiati che ci riporta ai colori del primo jazz richiamati dalla “second line” della sezione ritmica mentre l’improvvisazione del piano è condotta melodicamente in gran parte con idee polari. In Absolutely sono invece le armonie del bridge ad essere trattate nello stesso modo. L’armonia assoluta è applicata alle progressioni circolari di Seascape che tendono a non risolvere per effetto delle soluzioni a specchio degli accordi, un effetto ancora più evidente nella introduzione improvvisata della batteria con gli interventi delle tastiere di Voicings. Paths esplora diversi intrecci polimetrici, melodici e armonici: uno dei temi diventa, improvvisam ente, quasi cubano, per la sovrapposizione di un tumbao dei bassi alla linea melodica sincopata. Easy si basa invece sulla “cantabilità” melodica su una forma ballad di venti battute», prosegue. «Le tre composizioni non originali incluse nel disco rappresentano infine alcuni esempi autorevoli di sperimentazione dell’armonia assoluta sebbene, di fatto, non fosse stata ancora declinata e diffusa secondo le idee di Levy. I brani sono di Ellington, Monk e Powell, tre compositori geniali che, pur con caratteristiche e qualità differenti, hanno sviluppato non solo la tonalità ma hanno dato un contributo innovativo alla musica del XX secolo sotto diversi aspetti melodici, armonici, ritmici, sonori. Ellington è un compositore descrittivo, un pittore dei suoni. La sua A new world a comin, qui presentata in un mio arrangiamento per piano solo, nella sua alternanza tematica dipinge un vero e proprio affresco sonoro, pennellato ora al maggiore ora al minore con spregiudicatezza. La stessa libertà che troviamo in Monk e Powell: Monk’s Dream e Dance of the infidels ne sono un esempio. Monk “ha inventato”, secondo Gillespie, l’accordo minore con la sesta al basso, un cardine della teoria assoluta di Levy», continua il pianista. «In realtà è uno dei tanti “tricks” del bebop ampiamente utilizzati da Gillespie, Parker e Powell, a ulteriore dimostrazione della profondità della ricerca del jazz. Da notare che l’improvvisazione vocale di Paola Milzani in Monk’s dream riproduce in parte l’assolo “storico” dell’organista Larry Young del 1966. Chiude il disco un’ultima composizione originale: Dixie. Si tratta di un ragtime pianistico per ricordare la meravigliosa continuità del jazz».

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