
Affannatissimi fans di Maremma Civetta… È arrivato Il Civettone, un focus più specifico sul fatto della settimana. Sempre a cura del vostro Francesco Tozzi.
Pronti? Andiamo a RI-cominciare!
Il corso di vita
Dove non arriva l’esperienza, ecco spuntare il corso di turno, che può riempire, supplire, sostituire, e decretare soprattutto, anzi anzi, direi proprio certificare una cosa specifica: che noi sappiamo, che siamo pronti.
A cosa? A tutto, a ogni evenienza, pericolo, imprevisto. Noi sappiamo tutto. È scritto, nero su bianco.
Ma… in realtà? Siamo sicuri di avere tutto sotto controllo? Basta un corso a renderci edotti su ogni possibile casistica e – soprattutto – sulla comprensione di qualunque fenomeno?
Ovviamente no, mi prendo la responsabilità di rispondere subito.
E la risposta è no proprio perché, come scrivevo sopra, un corso allena a tutto meno che alla comprensione del famigerato qui e ora.
Mi spiego meglio: negli ultimi mesi sto conducendo molti laboratori teatrali nelle scuole di ogni ordine e grado della provincia in cui sono nato e cresciuto.
Sono rimasto sorpreso da alcune cose, deluso da altre, ma questo non è molto importante.
Ciò che ho realmente capito è che la cosa più difficile da fare, oggi, è riuscire a entrare in contatto con i ragazzi e le ragazze senza sembrare uno scemo, e quindi tentare pateticamente di scendere sul loro terreno, cercare di dirgli: Ehi, anche io sono giovane, regaz! Non sono mica come quei vecchi bacucchi dei vostri prof.
No. Io non avrò l’età della maggior parte degli insegnanti che incontro; ma è certo che: 1) non sono più un giovane, 2) non ho mezza laurea, ma ho la stessa dignità di un insegnante, con me non si cazzeggia.
Ci ho provato, i primi tempi, a dire: «Datemi del tu, io non sono un professore». Fallimento totale.
Perché i ragazzi e le ragazze vogliono una figura di riferimento. Vogliono un esempio, qualcuno che senza urlare gli dimostri concretamente che si può pensare, muoversi, camminare, correre, parlare in un’altra maniera rispetto a come sono abituati a vedere.
I miei insegnanti erano tutti molto più anziani di me; questo – sembra paradossale dirlo ma è così – è un mondo formato, in maggioranza, o da vecchissimi o da giovani nostalgici. Manca la pratica del passaggio, l’arte, cioè, di mostrare con pazienza quale sia la via giusta senza pretendere che gli altri, i giovani, seguano il medesimo percorso che hai fatto tu, metro per metro, centimetro per centimetro. E i ragazzi, intorno a loro, vedono quasi solo esempi giovani e/o giovanilistici.
Queste che ho incontrato sono forse le prime generazioni che non desiderano affatto diventare come i loro genitori, che si sentono diverse (e quindi a disagio) con un mondo che non le capisce e le sfida. Che vogliono essere ragazzi come lo siamo stati noi, ma correndo qualche rischio in più, parlando in maniera diversa, ma sostanzialmente amando, odiando e vergognandosi proprio come abbiamo fatto noi.
Personalmente, appena un insegnante mi dice: Attenzione, quello/a è un/una ragazzo/a problematico/avado subito da lui/lei e gli/le chiedo: Mi dai una mano?.
Perché questi giovani vivono una grande frustrazione e un notevole complesso di inferiorità, che manifestano come possono, con i loro strumenti. O col silenzio.
È notizia di ieri: un ragazzo ha accoltellato la sua professoressa. Ha solo 13 anni.
«Dov’è la famiglia?» «Abbassiamo la maggiore età» «Diamogli quello che si merita.»
Io invece dico: lavoriamo diversamente tutti i giorni, signore e signori.
Manca completamente il senso di comunità; le classi pullulano di gruppetti e sotto gruppetti iper-polarizzati, alcuni ragazzi (già alle elementari) non vogliono lavorare con le ragazze, ci si tocca a fatica l’uno con l’altro/a.
Lo sbaglio di uno ricade su tutti. Dobbiamo cercare di stimolare l’originalità e togliere i personalismi, le dinamiche individualistiche. Altrimenti rischiamo di ritrovarci con una scuola che promuove a spron battuto incontri, iniziative, CORSI sull’inclusione, la violenza, la tossicodipendenza, etc. con, contemporaneamente, il problema sott’occhio e che, dulcis in fundo, fa finta di non vedere e/o reclama l’intervento della famiglia.
È chiaro che la spinta dei genitori sia fondamentale; ma è una comunità che deve rivolgersi a un’altra per chiedere aiuto, per domandare: cosa succede da voi?
Allora sparirà la necessità dei corsi, un po’ come a me è sparita la voglia di carboidrato: non ne ho bisogno. Ho potenziato il dialogo, non resto (e non faccio restare) a scuola più del necessario; preferisco la vita. E lo scontro, perché no? Anche acceso. Senza urla.
Con l’esempio concreto.
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