
È tornato Il Civettone, un focus più specifico sul fatto della settimana sempre a cura del vostro Francesco Tozzi.
Pronti? Andiamo a RI-cominciare!
Bosnia – Italia, è inutile che ve lo dica, l’ho vista anch’io. L’ho guardata tutta, perché l’amaro calice va bevuto fino in fondo e, come se non bastasse, il giorno dopo, andando a lavorare, mi sono ascoltato anche una ridda di commenti di giornalisti/youtuber/content creators più o meno famosi sull’ennesima qualificazione mancata dalla nazionale maschile di calcio.
Ovviamente, come si usa fare da qualche anno a questa parte, si invocano riforme, interventi SERI, PROFONDI, IMPORTANTI.
Rido.
Perché, anzitutto, come dice Arrigo Sacchi: il calcio è la più importante delle cose meno importanti; e poi perché il problema, se c’è, non è solamente sportivo ma sociale. Parte dalle attitudini di noi adulti e dei nostri ragazzi e dal modo in cui guardiamo il mondo.
Personalmente non credo, come sostengono tanti, che la nazionale di calcio rappresenti il Paese; semmai ne sintetizza i difetti, e si sa: generazione che prendi, difetto che trovi.
Da qui alla civetta che ho scelto questa settimana – credo – il passo è breve.
Manca completamente, o quasi, il concetto di impegno. È andato a farsi benedire, non sappiamo più cos’è, perché è subentrato, da un po’ di anni a questa parte, un utilitarismo cronico dovuto, va detto, anche a cause concrete che cercherò di enunciare e analizzare.
A me dispiace che l’Italia non vada ai mondiali, non tanto per il sistema calcioo per i ragazzini che ancora non ne hanno visto uno – penso ci siano cose più importanti da vedere, basta staccare gli occhi dal cellulare – quanto perché stanno trionfando sportivi che giocano da soli, convincendo chi li guarda che da soli è meglio e che a cercare di giocare bene insieme o in più di sei persone si perda solo tempo: è inutile, anzi è difficile, troppo difficile.
Il convincimento che va per la maggiore è che l’obiettivo è vincere per guadagnare e guadagnare per (sperare di) vincere. Altrimenti è inutile giocare. Giocare, poi, se si sta un po’ in mezzo ai ragazzini (sottolineo ragazzini, alle scuole elementari, non ragazzi), si capisce che, per la maggior parte di loro, è una cosa da bambini dell’asilo. Meglio chiudersi, arroccarsi sulla propria (presunta) originalità senza fare un solo passo indietro per favorire una dinamica di gruppo.
Perché succede questo (nella maggior parte dei casi)?
Il problema, com’è ovvio, comincia in casa, nelle famiglie. Queste ultime generazioni sono figlie, sempre nella maggioranza dei casi, di genitori giovanissimi o che sono arrivati ad avere figli in età più matura rispetto a quella che avevano le loro madri e i loro padri.
Questo, molte volte, crea difficoltà nel fare il cosiddetto passo indietro, cioè mettersi un metro dietro al/alla figlio/a e guardarlo/lasciarlo sbagliare, intervenendo al momento giusto (cioè non ogni minuto e mezzo). Oggi poi, rispetto a venti/trenta anni fa è tutto cambiato: mia madre non lavorava, ha cresciuto me e mio fratello tenendoci d’occhio tutto il giorno, andando a parlare con gli insegnanti, etc. Oggi è (quasi) impossibile. E questo crea, nella maggior parte dei genitori la sindrome di abbandono o da carenza di affetto: non ci sono quasi mai, devo rimediare; ho poco tempo per mio figlio, quando sto con lui non voglio litigare, creare tensione, quindi gli dico “sì”, gli faccio capire che possiamo essere complici, così salvaguardo il clima familiare senza rischiare.
Torniamo alla civetta: leggiamo che ormai, a fare il servizio civile, non va (quasi) più nessuno.
Tempo fa non era così – lo so benissimo per esperienze personali: quando ero un ragazzino mio padre, che è un vecchio soldato, assieme a mio fratello, si lamentavano del fatto che molti, invece che fare il servizio militare, si rinchiudessero in uffici (più o meno pubblici) a non fare niente (secondo loro, è ovvio), riempire scartoffie, fare pulizie.
Penso che oggi pregherei per vedere una maggioranza – di giovani, soprattutto – che si impegna do ut dem (do per dare). Il servizio civile è un pretesto, il punto è che oggi, tutti, Stato compreso, ai ragazzi, non chiedono (quasi) niente. O, comunque, poco. È di alcuni giorni fa la frase di un insegnante col quale collaboro che recita, più o meno: Sai, a questi ragazzi meno chiedi e meno danno.
«Minchia, allora sarà il caso di chiederli di più. No?»
Noi adulti, però, esaminiamoci bene bene: quanto chiediamo a noi stessi? Quanto sappiamo ancora giocare di squadra, in vista dell’obiettivo a lungo termine, mettendo da parte i personalismi, le nostre (ripeto) presunte originalità? Un carisma individuale conta solo se è teso a crearne uno collettivo. Sennò è pura vanità. Non serve a niente.
E se il calcio, il gioco del calcio, in Italia, perde importanza, viene svilito – lo facciamo giocare ad altri, insomma – è un problema che riguarda anche gente che magari, finora, col calcio, non aveva (o non voleva avere) nulla a che fare.
È un problema per il nostro futuro.
Commenta per primo