
Ma… Vestirsi da Mario Brega?
Quello che mi chiedo, soprattutto negli ultimi tempi, è sempre la stessa cosa: ma, quando mia mamma o mio babbo erano giovani, esistevano le molestie?
Siccome io non c’ero ancora ai loro tempi, sono andato a chiederglielo.
Mi hanno risposto: «Certo che sì»; poi mia mamma ha fatto una pausa e stava per dire qualcosa, ma mio babbo l’ha anticipata: «… Poi c’erano quelli che se le tenevano per sé, come penso ci siano ancora oggi; e quelli che invece si sottraevano. Non so se mi spiego.»
Ovviamente faccio finta di non capire e rispondo: «Non ho capito, spiegati meglio.»
Allora mia mamma dice: «Era una società diversa, quella di quando eravamo giovani noi. Tu che lavori nelle scuole, dimmi una cosa: si toccano, tra di loro, i ragazzi?»
«Dipende. Alle medie poco. Diciamo che fino alle elementari (ma non in tutti i casi) sì. Poi…»
«… Poi è difficile, te lo dico io. E lì siamo nel più ampio consenso. Figurati nelle situazioni più maliziose. Ai tempi nostri era tutto un toccare – oddio, forse anche perché eravamo tutta gente di campagna; forse, in alcuni contesti, si esagerava; ma la società in cui siamo cresciuti io e tuo padre era molto più libera e ti puniva molto di più se sgarravi.
Non è che la manica fosse più larga, eh: tu non venivi censurato prima di agire; ma se agivi male venivi punito, ecco tutto. Tuo padre, e anche i suoi coetanei, lo sapevano che con noi ragazze si potevano azzardare fino a un certo punto ad allungare le mani. Soprattutto in una situazione di paese come quella in cui abitavo io. Rischiavi di ritrovarti i padri o i fratelli sotto casa, anche perché – se vuoi – pure la verginità aveva un altro valore negli anni ’70. Poi io avevo 18 anni, quando ci siamo conosciuti con tuo babbo; lui ne aveva 22. Eravamo dei ragazzini. Oggi, se vedi una ragazza o un ragazzo di 18 anni sembrano molto più grandi, superficialmente, ma sono molto più immaturi.»
«Era una società molto più violenta, la nostra. Ci si picchiava tanto.» continua mio babbo «Quando ho fatto il militare, e andavo a fare il servizio d’ordine alla Sapienza o all’Olimpico, per le manifestazioni studentesche o per le partite, ce le davamo senza pietà. Lasciando da parte, per un momento, i morti, ovviamente, era una società dove le questioni venivano risolte così. E, paradossalmente, si parlava molto di più. Ma non su temi educativi, su quello che avevamo o non avevamo fatto. Oggi si parla molto di massimi sistemi, a tavola. Con nonno non erano possibili i discorsi che fai te con noi, per esempio. T’avrebbe preso per il culo dopo trenta secondi.»
«Sì, babbo, d’accordo. Però continuo a non capire cosa intendevi con “C’era chi si sottraeva”.»
«Era una specie di stigma essere stati molestati, sai?» interviene mia mamma. «In una società come la nostra, dove i padri aspettavano i fidanzati birichini sotto casa, con la cinghia in mano, forse c’era più rispetto (in buona parte legato al timore di conseguenze nefaste) ma c’era anche la vergogna di essersi lasciati toccare, di non aver saputo reagire alla molestia.
Non eri un uomo se non reagivi, capito?»
«Beh, adesso non esageriamo, Silvana» prova a dire mio babbo.
«No, no, Franco, era così. Perché, con gli omossessuali? La stessa cosa? Era una vergogna. Oggi, forse, sono quasi gli etero che si vergognano, ma prima o rientravi nella normalità o cominciavano i problemi.»
«E le donne?» chiedo io.
Mia mamma fa un sospiro: «Ti dovevi sottrarre prima. Ti faccio un esempio: io e babbo ci siamo conosciuti nel ’75, lui era appena tornato dal militare. Stavamo insieme da nemmeno un mese e mezzo ed è successa la questione del Circeo, con la Colasanti e la Lopez. Ci fu un’ondata di sdegno, c’era chi voleva morti Izzo e Co.; ma c’erano pure tante mie amiche che dicevano: “Sì, però non si va in giro con gente che non si conosce bene”, capito? Il caso molestie di Teatro Due, quello dove sei stato tu, ai miei tempi non sarebbe successo. Perché non esisteva, per me e le mie sorelle, di andare a cena con un uomo molto più grande di noi, con un nostro datore di lavoro o con un nostro insegnante. Non si fa. Perché? ti potevi chiedere. Perché no. E basta. Noi ce lo siamo fatte andar bene, forse non era il modo giusto; ma sento pure che mi sono tolta da un sacco di pasticci, in quella maniera. Oggi puoi fare come vuoi, se qualcuno si azzarda ad avere anche solo un dubbio lo mangiano vivo, però non si fa altro che sentire casi di stupro, di violenza di gruppo. Da un lato c’è una società completamente repressa, dove i ragazzi non si toccano più (non si sa bene perché) e poi, chiaramente, quelle poche volte che lo fanno lo fanno in modo violento; dall’altro c’è la liberazione totale, puoi fare come vuoi. Boh, a me non sembra una grande idea; ma forse solo perché sono all’antica.»
Io resto a guardarli discutere, dal divano, e rifletto su due civette che ho visto questa settimana: una me l’ha mandata un collega; l’altra l’ho trovata io. Appena le ho viste ho subito pensato: “Le metto in coppia e faccio un pezzo dove dico: Ci vorrebbero più Mario Brega, nel senso che ci vorrebbero, forse, più padri all’antica, o più fratelli maggiori di una volta, dove i panni sporchi, forse, si lavavano in famiglia; ma dove certe questioni venivano sbrigate in maniera molto più diretta, pragmatica, senza lasciare troppi strascichi.
Però, sentendo quello che stanno dicendo mia madre e mio padre penso anche: “A parte il fatto che indietro non si torna; e poi siamo sicuri che prima era meglio? Forse, prima, tutti (o quasi), come diceva mia mamma, sapevano come si dovevano comportare; ma è anche vero che tutti (o quasi) appartenevano alla stessa etnia o comunità, c’era molta meno invasione di nuove tendenze, di nuove culture soprattutto, forse ancora più violente delle nostre.”
E allora? Cosa ci occorre, davvero, oggi, per fronteggiare questa che, almeno così pare, è una vera e propria emergenza? Siamo sicuri di dover lavorare solo su o con i ragazzi?
Forse dovremmo fare anche un piccolo lavoro su noi stessi, sul fatto che, con i figli ad esempio, non siamo e non saremo mai amici ma possiamo essere genitori. Sul fatto che si può stare insieme anche senza capirsi. Così, per provare a capirsi meglio.
Perché, forse, in questo modo, non occorrerà mascherarsi da super eroi, per salvare il mondo.
Commenta per primo