Recensione: Antonello Breggia, L’effimera gloria di un numero zero. Quando la finanza si tinge di noir.

Recensione: Antonello Breggia, L'effimera gloria di un numero zero. Quando la finanza si tinge di noir.L’avidità chiarisce, taglia e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità, in tutte le sue forme, l’avidità per la vita, per il denaro, per l’amore, per la conoscenza, ha segnato l’impennata dell’umanità, e l’avidità, segnate le mie parole, non solo salverà la Teldar Paper, ma quell’altra società malfunzionante chiamata STATI UNITI D’AMERICA. Grazie mille.

 Wall street, Oliver Stone (1987)

Queste parole pronunciate da Gordon Gekko, il personaggio interpretato da Michael Douglas nel capolavoro di Oliver Stone, sono ancora attuali e possono fare da chiosa al libro L’effimera gloria di un numero zero di Antonello Breggia pubblicato da Baldini e Castoldi nel 2026.

Il romanzo è presentato come un financial thriller dal ritmo serrato, che mescola finanza, ambizione e tensione psicologica e fino a un certo punto mantiene le promesse: una quotazione in borsa di una grande azienda che produce gioielli e profumi, cambi al vertice, alleanze che saltano, un CEO americano che spariglia le carte di un bilancio contraffatto.

Il linguaggio è molto tecnico e preciso e, pur non essendo un grande esperto di economia, non ho avuto grandi difficoltà a districarmi tra acquisizioni, fondi e bilanci.

Ecco, forse le questioni finanziarie più che un romanzo thriller compongono una partitura musicale drammatica, un fondale scenico davanti a cui si muovono i personaggi. Il tecnicismo esasperato, proprio del mondo della finanza, alla lunga rischia di distogliere attenzione, di distrarre dalle azioni dei personaggi che sono forse un po’ telefonati, così come la trama del libro.

Manca anche una descrizione più precisa della città, i suoi locali, i suoi panorami urbani, le persone che lavorano e che si muovono per vivere e studiare. Questo avrebbe reso più agile e interessante la trama – dove il protagonista è spesso solo il Denaro con i suoi movimenti misteriosi e sotterranei mentre le azioni dei personaggi sono quasi pressati contro una quinta teatrale.

La tensione ne risente, si abbassa, e alcuni personaggi corrono il rischio del macchiettismo – Don Shoellander, manager americano che assomiglia a un cattivo dei film di 007 è, a mio parere, uno scivolone trash, anche se Richard Kiel e la sua dentatura esercita un suo fascino perverso – altri personaggi sono sicuramente più riusciti. Penso a Mario Marini, emblema di un mondo che cambia e che non riesce ad accettare, o ad Alberto Bresciani, che impara a sue spese che le norme non sempre sono valide per tutti e che il mondo della finanza gioca spesso con regole truccate. Anche il finale, dove il signor Adrian Ortega si vendica con una Beretta M12 a New York, che funge da agnizione per Alberto Bresciani del pericoloso intrigo in cui era stato coinvolto, non mi convince fino in fondo, sembra quasi incollato come finale moralista.

A mio avviso un romanzo non perfettamente riuscito; probabilmente, se l’autore avesse osato, ordendo una trama più attenta all’avidità e alla cupidigia, avrebbe potuto suscitare una sorpresa in molti lettori, oltreché provocare sicuro interesse per gli amanti della finanza e dei suoi lati oscuri.

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