C’è una domanda che mi perseguita da anni, e che ho smesso di fare per non passare da nostalgico. Eccola, nuda e cruda: come ha fatto una generazione che ha avuto il privilegio di vivere in prima persona la stagione più straordinaria della musica italiana a non riuscire a trasmetterla a chi è venuto dopo?
Non è una domanda retorica. Non è il lamento di chi rimpiange il passato. È una questione di responsabilità culturale. Ed è una questione che brucia ancora.
L’apice: quando l’Italia inventò qualcosa di unico al mondo
Bisogna partire dall’inizio, e l’inizio è quasi incredibile a raccontarsi. Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta, l’Italia non si limitò a recepire il progressive rock britannico: lo rielaborò, lo trasformò, lo fece proprio in un modo così originale da creare una corrente autonoma che il mondo musicale riconosce ancora oggi con un nome specifico — italprog — e che viene considerata, nel suo complesso, seconda soltanto a quella britannica.
Il rock progressivo italiano si diffuse lungo tutta la penisola a partire dal 1970 fino al 1976, anno in cui vennero meno le condizioni necessarie alla sua sopravvivenza. Ma in quei sei anni accadde qualcosa di straordinario: gruppi come la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso e Le Orme riuscirono a costruire una musica che contaminava i modelli d’oltremanica con sonorità mediterranee e balcaniche, sviluppando un linguaggio capace di veicolare le aspirazioni di un’intera generazione altamente rivendicativa, riflettendone al contempo le inquietudini più profonde.
Ciò che distinse il prog italiano da tutti i suoi omologhi europei furono le condizioni sociopolitiche eccezionali in cui nacque e si sviluppò: quegli anni di piombo innescati dagli attentati del 12 dicembre 1969, i cui effetti sconvolsero l’assetto dell’intera nazione e della galassia alternativa dalla quale il prog attinse pubblico, ispirazione e linfa vitale. Non era musica da salotto. Era musica che portava i segni del suo tempo, e li portava con una consapevolezza artistica rarissima.
A differenza delle tendenze commerciali dell’epoca, i solisti e i gruppi prog si concessero libertà assoluta di spaziare, producendo dischi che prendevano spunto da stili che andavano ben oltre il connubio rock-classica-jazz-folk, spingendosi a toccare l’elettronica, la musica contemporanea, le sperimentazioni vocali, il minimalismo, la world music. Non si preoccupavano dell’orecchiabilità, dei singoli da classifica (anche se poi in classifica ci finivano), dell’immagine vincente. Erano artisti nel senso più pieno e scomodo del termine.
Il risultato fu riconosciuto in tutto il mondo. Il riscontro dal Giappone fu straordinario: ancora oggi le storiche band prog italiane si recano in tour in quel Paese. I loro dischi, incredibilmente, sono ancora presenti sugli scaffali dei negozi di musica di tutto il mondo dopo oltre cinquant’anni. Non è nostalgia: è classicità.
Il crollo: non un declino, una resa
E poi? Poi è accaduto qualcosa di difficile da spiegare con la sola logica del mercato. Il prog italiano non è tramontato semplicemente perché è cambiata la moda musicale. È tramontato perché la generazione che lo aveva prodotto e vissuto ha smesso di difenderlo, di raccontarlo, di insegnarlo.
Il pensiero di Stravinskij, formulato quasi cent’anni fa, sembra fotografare con precisione inquietante quello che è accaduto: “I moderni mezzi di diffusione, anziché sviluppare nelle masse l’amore e la comprensione della musica, danno luogo a risultati esattamente opposti, ossia all’indifferenza e all’impossibilità di riconoscersi e di orientarsi in essa.” Parole scritte nel 1935, applicabili con chirurgica precisione all’Italia musicale degli ultimi quarant’anni.
Perché il punto non è che la musica sia cambiata — la musica cambia sempre, è nella sua natura. Il punto è che la trasmissione si è interrotta. Quella generazione che aveva avuto il privilegio di ascoltare dal vivo il Banco del Mutuo Soccorso, di portare a casa il vinile delle Orme, di scoprire che la musica poteva essere complessa e popolare insieme, profonda e accessibile nello stesso istante — quella generazione non ha fatto abbastanza per passare quel testimone.
La responsabilità che nessuno vuole riconoscere
È qui che il discorso si fa scomodo, ma necessario.
Il progressive rock italiano non era soltanto musica bella. Era un ecosistema culturale straordinariamente ricco: richiedeva studio, attenzione, partecipazione attiva dell’ascoltatore. Richiedeva quello sforzo attivo che Stravinskij identificava come condizione necessaria per la vera comprensione musicale. Era musica che “parla alla mente oltre che ai piedi”, come disse Robert Fripp dei King Crimson — frase che si applica perfettamente anche al meglio del prog italiano.
Questo significa che avvicinarsi a quella musica stimolava naturalmente lo studio degli strumenti, la curiosità armonica, la comprensione della struttura compositiva. I tempi inconsueti, le tastiere e i sintetizzatori, i testi complessi, i concept album, l’estetica curata delle copertine — tutto concorreva a formare non solo ascoltatori, ma persone capaci di pensare la musica in modo articolato.
Se quella musica fosse stata tramandata con la stessa passione con cui era stata vissuta, avrebbe potuto formare generazioni di musicisti più consapevoli, di ascoltatori più esigenti, di giovani capaci di riconoscere la differenza tra un arrangiamento sofisticato e una progressione accordale elementare ripetuta all’infinito. Avrebbe potuto, in una parola, elevare il gusto collettivo invece di lasciarlo appiattire.
Invece è successo il contrario. Invece di essere insegnato nelle scuole, raccontato in televisione, celebrato nei media mainstream, il prog italiano è stato relegato a un culto di appassionati, a circuiti di nicchia, a ristampe per collezionisti. La critica e il giornalismo musicale italiano — incantati come sempre da Gran Bretagna e Stati Uniti — hanno trattato per decenni la scena italiana come qualcosa di periferico, quasi imbarazzante da difendere.
Il patrimonio che non abbiamo saputo custodire
Gli Area, considerati dalla critica specializzata il gruppo progressive italiano per eccellenza, capaci di incarnare gli aspetti più sperimentali e visionari del genere, meritavano di essere insegnati nei conservatori tanto quanto venivano studiati i classici del jazz. Il Banco del Mutuo Soccorso avrebbe potuto essere il punto di partenza per spiegare ai ragazzi cosa significa costruire un’architettura armonica complessa senza perdere la comunicazione con il pubblico. Le Orme avrebbero potuto insegnare come la malinconia può diventare forma musicale pura.
Nulla di tutto questo è avvenuto in modo sistematico. E il risultato, cinquant’anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: una musica italiana che fatica a trovare una propria identità forte, che insegue modelli stranieri senza avere la solidità di una tradizione riconosciuta e valorizzata, e un pubblico di giovani che spesso non sa nemmeno che esiste una stagione in cui il proprio Paese era all’avanguardia musicale mondiale.
La generazione del prog italiano ha avuto tutto: la creatività, il talento, il coraggio artistico, il riconoscimento internazionale. Ha avuto una stagione in cui la musica italiana era “forse inferiore solo a quella britannica” — e questo, per un Paese non anglofono, era un risultato straordinario, quasi impossibile. Ha avuto dischi immortali, concerti memorabili, una scena viva e capace di dialogare con il mondo.
Quello che non ha avuto — o quello che ha scelto di non esercitare — è stata la responsabilità pedagogica. La responsabilità di trasformare un’esperienza generazionale in un patrimonio collettivo trasmissibile. Di fare del progressive rock italiano non solo un ricordo glorioso, ma uno strumento vivo di formazione culturale e musicale.
Non è troppo tardi, ma quasi
Oggi sopravvivono gruppi e musicisti straordinari che portano avanti quella tradizione con fedeltà e passione. Ci sono festival, ristampe, reunion, concerti che radunano tre generazioni di pubblico nello stesso spazio. Segnali che quella fiamma non si è del tutto spenta.
Ma la vera sfida non è conservare. È trasmettere. È fare in modo che un ragazzo di quindici anni che si avvicina alla chitarra o al pianoforte sappia che esiste un Vittorio Nocenzi, che esiste una tradizione italiana di musica complessa e ambiziosa che non ha nulla da invidiare a nessuno. Che la complessità non è elitarismo: è un invito. Un invito allo studio, alla curiosità, alla scoperta di sé stessi attraverso la musica.
Questa è la conversazione che quella generazione avrebbe dovuto avviare decenni fa. Non è troppo tardi per aprirla adesso. Ma bisogna avere il coraggio di riconoscere, prima di tutto, che il silenzio di questi anni non è stato una fatalità. È stata una scelta. E come tutte le scelte, porta con sé una responsabilità.
Il progressive rock italiano non ha bisogno di essere rimpianto. Ha bisogno di essere raccontato. C’è una differenza enorme, e sta tutta in quella parola: responsabilità.
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