L’Editoriale: Il caso Piantedosi-Conte, quando il giornalismo perde la bussola

L'Editoriale: Il caso Piantedosi-Conte, quando il giornalismo perde la bussolaUna storia che ci riguarda tutti. E che avremmo preferito non dover raccontare

C’è una frase che Claudia Conte pronunciò in televisione, su La7, ai tempi dello scandalo Sangiuliano-Boccia, e che oggi risuona con l’eco imbarazzante di un boomerang perfettamente calibrato. Parlando di Maria Rosaria Boccia, disse: “Non doveva unire le vicende private con incarichi pubblici”. E ancora: “Da giovane donna mi dispiace che per avere successo, è stata pronta a tutto”.

Quelle parole sono ancora lì, sul suo sito personale, a testimonianza di una lucidità morale che — alla luce di quanto è emerso in questi giorni — appare oggi come una delle più clamorose contraddizioni della recente storia del giornalismo italiano.

La notizia e il contesto

Tutto nasce da un’intervista rilasciata al sito Money.it, nella quale Claudia Conte — giornalista, scrittrice, opinionista televisiva, classe 1992, originaria di Cassino — risponde a una domanda sui rumors che circolavano da tempo nei salotti romani. La domanda era diretta: esiste una relazione sentimentale con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi? La risposta, tra un sorriso e una schermaglia retorica, fu: “È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata”.

Una conferma implicita, dunque. Che ha scatenato una reazione a catena politica e mediatica di proporzioni significative, portando le opposizioni a chiedere chiarimenti — e in alcuni casi le dimissioni del ministro — e mettendo in imbarazzo una maggioranza già alle prese con una fase politicamente delicata.

Ma la questione politica, per quanto rilevante, non è quella che interessa in questa sede. Ciò che interessa — e che dovrebbe interessare chiunque si occupi di informazione con un minimo di senso critico — è altro: chi è Claudia Conte, cosa rappresenta, e cosa ci dice questa vicenda sul giornalismo italiano.

Il profilo: una carriera costruita tra red carpet e palazzi del potere

Claudia Conte ha un curriculum che merita di essere esaminato con attenzione, perché è in quel curriculum che si annida il problema vero. Conduttrice di una rubrica su Rai Radio 1 all’interno della trasmissione La mezz’ora legale — uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato, che dipende direttamente dal ministero dell’Interno — con un contratto che prevedeva un compenso di 180 euro a puntata per 24 puntate, rinnovato anche per la stagione successiva.

Poi c’è la nomina, il 12 febbraio scorso, come consulente a titolo gratuito della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sul degrado delle città e delle periferie, presieduta dal deputato di Forza Italia Alessandro Battilocchio. Ha organizzato eventi con il patrocinio della Polizia, tra cui la cerimonia per il 172esimo anniversario della fondazione della Polizia. Ha moderato incontri pubblici sulla sicurezza promossi da partiti di destra.

Sul suo profilo Instagram — 311mila follower — compaiono foto con esponenti politici e personaggi pubblici di ogni area. Il suo sito ufficiale la descrive come “volto e producer di grandi eventi in collaborazione con Ministeri, Ambasciate, Regioni e Comuni, Santa Sede ed Enti del Terzo Settore”.

Non è una carriera illegittima, se prendiamo ogni frammento singolarmente. È la somma di questi elementi — e la loro combinazione con la relazione sentimentale confessata — a renderla politicamente e deontologicamente esplosiva.

Il nodo deontologico: indipendenza come fondamento

Il Codice deontologico dei giornalisti italiani è chiaro: il giornalista deve garantire il diritto del pubblico a essere informato, deve operare con indipendenza e deve evitare qualsiasi situazione che possa compromettere la sua autonomia professionale.

Non si tratta di moralismo. Si tratta di struttura. Il giornalismo funziona — può svolgere la sua funzione sociale — solo se chi lo pratica mantiene una distanza critica dal potere che è chiamato a osservare, raccontare e, quando necessario, contestare. Non è una questione di purezza ideale irraggiungibile: è il presupposto minimo perché l’informazione abbia senso.

Una giornalista che intrattiene una relazione sentimentale con il ministro dell’Interno, che ottiene incarichi in ambiti direttamente riconducibili al Viminale, che conduce una rubrica realizzata insieme alla Polizia di Stato mentre frequenta il capo di quella stessa istituzione — quella giornalista ha un problema di indipendenza. Non perché sia necessariamente disonesta: ma perché la sua posizione oggettiva rende impossibile distinguere il merito dalla prossimità.

E questa distinzione, nell’informazione, non è un lusso: è tutto.

Il paradosso Boccia: le parole che si ritorcono

Il caso Sangiuliano-Boccia è servito a Claudia Conte per costruire visibilità e credibilità televisiva. Le sue dichiarazioni di allora erano precise, dure, moralmente impeccabili nel tono. “La vicenda Boccia svilisce tutte le donne”. “Il pregiudizio delle donne aumenterà con questa vicenda”. “Sangiuliano non doveva unire le vicende private con incarichi pubblici”.

Parole che oggi, alla luce di quanto emerso, non possono essere lette senza un senso di disagio profondo. Non perché il giudizio espresso fosse sbagliato in sé — era corretto. Ma perché chi lo esprimeva si trovava, già in quel momento o poco dopo, in una situazione speculare a quella che criticava con tanta sicurezza.

Questo non è solo un problema di coerenza personale. È un problema di credibilità del sistema informativo nel suo complesso. Quando un volto televisivo che commenta gli scandali del potere è, al tempo stesso, parte intrecciata con quel potere, il pubblico ha ogni ragione di chiedersi: di chi mi posso fidare?

La domanda costruita a tavolino

C’è un ulteriore elemento che aggrava il quadro e che non può essere liquidato come dettaglio. Marco Gaetani, il conduttore del podcast di Money.it che ha posto la domanda sulla relazione, è dirigente di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, e conduce Radio Atreju. Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, sarebbe stata la stessa Claudia Conte a chiedergli di porle quella domanda.

Se questa ricostruzione fosse confermata, avremmo di fronte qualcosa di ancora più complesso: non una notizia emersa grazie al lavoro giornalistico, ma una rivelazione orchestrata. Una scelta comunicativa deliberata, costruita con la collaborazione di un giornalista organico al partito di governo, con l’obiettivo — presumibilmente — di controllare la narrativa prima che la notizia emergesse per altre vie.

Questo cambierebbe radicalmente il senso della vicenda: non più uno scoop, ma una gestione strategica dell’immagine pubblica, mascherata da intervista giornalistica.

Il sistema che permette tutto questo

Sarebbe però sbagliato — e intellettualmente pigro — fare di Claudia Conte il capro espiatorio di un sistema che lei non ha inventato. La prossimità tra giornalisti e potere politico in Italia ha radici profonde e ramificate. I palazzi romani sono da decenni abitati da figure che si muovono con disinvoltura tra informazione e istituzioni, tra rubriche televisive e consulenze, tra interviste e incarichi.

Il problema non è solo individuale. È strutturale. È un sistema che non ha mai davvero messo in discussione questo intreccio, che lo ha normalizzato, che spesso lo ha celebrato come prova di “competenza” e “conoscenza degli ambienti”. Un sistema in cui il confine tra fonte e soggetto, tra osservatore e protagonista, si è dissolto progressivamente fino a diventare invisibile.

In questo senso, la storia di Claudia Conte è uno specchio. Riflette qualcosa che il giornalismo italiano farebbe bene a guardare in faccia, senza sconti e senza deviare lo sguardo.

Una riflessione per il futuro

Il giornalismo italiano ha bisogno di recuperare un principio che sembra ovvio ma che evidentemente non lo è abbastanza: la distanza dal potere è un valore, non un limite. Non significa ignoranza o isolamento. Significa rispetto per il proprio ruolo e per il pubblico che si serve.

Significa che un giornalista che aspira a raccontare le istituzioni non può essere, al tempo stesso, parte integrante di quelle istituzioni. Significa che gli incarichi pubblici, i patrocini ministeriali, le consulenze parlamentari non sono accessori compatibili con l’esercizio libero e indipendente della professione giornalistica.

Significa, in ultima analisi, che la credibilità non si costruisce a colpi di follower su Instagram o di ospitate televisive. Si costruisce con scelte difficili, a volte scomode, a volte costose: la scelta di dire no a un incarico che crea conflitto di interessi, la scelta di non frequentare certi ambienti per non compromettersi, la scelta di raccontare il potere invece di abitarlo.

Claudia Conte, intercettata dalla cronista di Rete 4, ha detto: “Voglio un po’ di rispetto, basta con l’odio”. È una richiesta comprensibile sul piano umano. Ma il rispetto, nel giornalismo, si guadagna sul campo. Si guadagna con la trasparenza, con la coerenza, con la capacità di applicare a se stessi gli stessi criteri che si applicano agli altri.

Quelle parole pronunciate su La7 ai tempi di Sangiuliano sono ancora lì. E chiedono, silenziosamente, di essere onorate.

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