Quando lo schermo si accende tardi, si spegne qualcosa di più importante
C’era una volta la prima serata. Cominciava alle 20.30, talvolta alle 20.45. Dopo il telegiornale partiva lo sceneggiato, il varietà, il grande show del sabato sera. Alle 23.00 si era già verso la chiusura, e il pubblico andava a dormire soddisfatto. Non serve tornare al Carosello per trovare quel patto implicito, quasi rituale, tra la televisione e il suo pubblico. Basta tornare indietro di qualche decennio. Un patto che oggi è stato bellamente disatteso.
Oggi quella stessa “prima serata” prende il via intorno alle 21.30 quando va bene — ovvero raramente — e sempre più spesso uno show, una fiction o un programma si allunga ben oltre la mezzanotte. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il pubblico è stanco, i social sono pieni di lamentele, e la sensazione più diffusa è che qualcosa nel rapporto tra la televisione generalista e i suoi spettatori si sia incrinato in modo forse irreparabile.
Ma soprattutto — ed è questo il punto che più brucia — quella deriva oraria ha trascinato con sé una vittima collaterale di cui quasi nessuno parla: la seconda serata. Un tempo spazio nobile di approfondimento, cultura, cinema d’autore e pensiero critico. Oggi ridotta a un deserto di repliche e stanchezza.
Dalle origini al presente: una storia di fasce orarie
Per capire dove siamo arrivati, occorre fare un passo indietro e osservare come si è strutturato nel tempo il palinsesto televisivo italiano.
Quando la RAI iniziò le trasmissioni regolari, il 1° gennaio 1954, non esistevano ancora le fasce orarie nel senso moderno del termine. La televisione era un lusso, i programmi erano pochi e concentrati nelle ore serali, e il pubblico si organizzava intorno a ciò che veniva offerto senza troppe alternative. La struttura della giornata televisiva si sviluppò progressivamente, modellandosi sui ritmi di vita degli italiani: la mattina era dedicata ai programmi educativi e per bambini, il pomeriggio all’intrattenimento leggero, la sera al grande spettacolo.
Il concetto di prima serata — o prime time, per usare il termine anglosassone ormai universalmente adottato — nacque proprio dall’osservazione di quei ritmi: era la fascia oraria in cui il maggior numero di persone si trovava a casa, riunita davanti allo schermo dopo cena. Dato che gli introiti pubblicitari si basano sugli ascolti, divenne naturalmente anche la fascia più redditizia per l’emittente.
A questa si affiancò progressivamente il preserale, quella fascia che corrisponde al periodo di messa in onda dei programmi tra le ore 18 e l’edizione delle 20 del telegiornale. Fu qui che, nel corso degli anni, nacquero e proliferarono i grandi quiz televisivi italiani: dall’Eredità a Reazione a catena, da Caduta libera ad Avanti un altro!, tutti prodotti costruiti per accompagnare lo spettatore verso la prima serata vera e propria, fungendo da rampa di lancio emotiva e commerciale.
Poi arrivò l’access prime time: quella fascia che va dalle 20.30 alle 21.30 circa, nata originariamente come semplice “cuscinetto” di accompagnamento verso il prime time. Ed è qui che la storia si fa interessante — e preoccupante.
Il ribaltamento: quando il corridoio diventa il salotto
Nelle stagioni televisive degli anni Ottanta e Novanta, il prime time era un appuntamento quasi sacro. Programmi come Fantastico, Domenica In, Il processo del lunedì o le grandi fiction Rai entravano subito nel vivo dopo il telegiornale. L’idea era intercettare il pubblico familiare nel momento in cui si riuniva davanti allo schermo, con un’offerta capace di tenere insieme generazioni diverse.
Canale 5, vent’anni fa, poteva contare su un access fortissimo con Striscia la notizia che poi cedeva la linea a prodotti freschi e altrettanto potenti: il Grande Fratello nella sua stagione d’oro, le partite di Champions League, fiction di successo come Elisa di Rivombrosa, Distretto di polizia, I Cesaroni, la comicità di Zelig, l’intrattenimento di Ciao Darwin e Scherzi a parte. Contenuti capaci di numeri enormi, costruiti per la prima serata e pensati per quella fascia.
Oggi quella catena si è spezzata. Come spiega con onestà disarmante Gerry Scotti: «L’access prime time era nato solo come scivolo, un piccolo cuscinetto di accompagnamento verso il prime time, un tempo centrale per le strategie dei broadcaster. E invece i ruoli si sono completamente ribaltati. Adesso può capitare di vincere il prime time con ascolti attorno ai 2,5 milioni di telespettatori, e di non vincere in access anche se si raggiungono i cinque milioni. Ora comanda l’access».
I numeri parlano da soli: picchi di oltre sette milioni per La Ruota della Fortuna con Scotti, vette da quasi sei milioni per Affari Tuoi con Stefano De Martino su Rai 1. Trovare milioni di italiani alla stessa ora per lo stesso programma non è cosa da poco. Ma questo primato dell’access ha avuto una conseguenza devastante: ha svuotato di senso e di urgenza la prima serata, posticipandola progressivamente fino a renderla quasi una seconda serata mascherata.
La logica commerciale che sacrifica il pubblico
La scelta di posticipare la prima serata non è casuale né involontaria. È una precisa decisione editoriale delle aziende televisive, che ha una sua logica interna — anche se a chi guarda da casa quella logica risulta incomprensibile o semplicemente inaccettabile.
Il meccanismo è semplice quanto spietato: l’access prime time è diventato il vero terreno di battaglia delle reti, la fascia che fa la differenza in termini di ascolti, attenzione del pubblico e — soprattutto — raccolta pubblicitaria. Allungare Affari Tuoi o La Ruota della Fortuna significa massimizzare gli introiti nella fascia più redditizia, a prescindere da quello che accade dopo.
Daniele Cesarano, direttore Fiction RTI-Mediaset, ammette candidamente: «Ridurre l’access è complicato. Pier Silvio Berlusconi anni fa provò ad anticipare il prime time, partiva alle 21:35. C’è una sensibilità da parte di Mediaset sul tema, e non riguarda solo la fiction: partendo alle 22 si finisce a mezzanotte».
Il risultato concreto lo descrive con precisione millimetrica l’analisi degli orari reali: su Rai1, Affari Tuoi finisce alle 21.44, segue una sintesi delle puntate precedenti della fiction, poi quattro minuti di pubblicità. La fiction comincia alle 21.49. Su Canale 5, La Ruota della Fortuna va avanti, il riassunto del Grande Fratello dura mezz’ora, seguono altri spot. Prima di vedere apparire il conduttore in studio si sono fatte le 22.
Nessuno, in questi calcoli, sembra preoccuparsi di una domanda fondamentale: a che ora si svegliano le persone che dovrebbero guardare questi programmi?
Il prezzo umano di uno slittamento industriale
C’è una domanda che nessun direttore di rete sembra volersi porre seriamente: questo modello è ancora sostenibile in un Paese che invecchia e in cui la sveglia suona presto per milioni di persone?
I programmi di oggi sono strutturalmente più lunghi rispetto al passato. I talent show come Amici o The Voice, i reality come il Grande Fratello, gli show musicali: sono costruiti come maratone televisive fatte di eliminazioni, ospiti, clip, commenti, pubblicità. Ridurre la durata significherebbe comprimere il racconto, e la logica commerciale si oppone con fermezza.
Ma il punto non è solo la durata: è l’orario di inizio. Una prima serata che parte alle 22 è una prima serata che esclude sistematicamente i bambini, gli anziani, i lavoratori con orari rigidi, le famiglie con ritmi regolari. È una televisione che ha scelto, deliberatamente, di servire un pubblico selezionato disposto a fare le ore piccole, abbandonando al proprio destino una fetta molto più ampia di spettatori.
Pensate a una famiglia con figli in età scolare. La sveglia suona alle 6.30. Il bambino va a letto alle 21.00, i genitori alle 23.00 al massimo se vogliono dormire le ore necessarie. In questo scenario, la prima serata televisiva italiana è un prodotto che non li riguarda. Non perché abbiano scelto lo streaming. Ma perché la televisione ha scelto di non fare i conti con la loro vita.
Il vuoto di qualità dietro lo schermo dei numeri
Ma c’è un secondo problema, ancora più profondo, che lo slittamento orario porta con sé come un’ombra: la prima serata si svuota non solo di spettatori, ma di contenuti degni di questo nome.
Negli anni d’oro della televisione italiana, la prima serata era il luogo dove accadevano le cose straordinarie. Era lì che andavano in onda i grandi film, quelli che tutti avrebbero visto e di cui tutti avrebbero parlato il giorno dopo. Era lì che vivevano i varietà memorabili: Milleluci con Mina e Raffaella Carrà, Fantastico con Pippo Baudo, il Bagaglino nel suo periodo d’oro. Era lì che le grandi fiction italiane — La piovra, Il maresciallo Rocca, Un medico in famiglia — costruivano appuntamenti collettivi attorno ai quali si organizzava la settimana degli italiani.
Quella televisione sapeva cosa significava fare un prodotto per la prima serata: significava alzare l’asticella, investire risorse, chiamare i migliori talenti, costruire qualcosa che restasse. Oggi quella cultura produttiva è quasi scomparsa. Le reti preferiscono allungare ciò che funziona piuttosto che investire in ciò che potrebbe funzionare. Il risultato è una prima serata sempre più simile a un corridoio vuoto: ci si passa, ma non ci si ferma.
Come osserva con lucidità Carlo Conti: «In prime time ciascuno di noi si costruisce il proprio palinsesto, tra partite, intrattenimento, film, serie tv. L’aggregazione della famiglia ormai avviene di rado, solo con grandi eventi, tipo il Festival di Sanremo o con format consolidati». Parole che suonano come una resa consapevole, più che come un’analisi critica.
La vittima dimenticata: la seconda serata
E poi c’è lei. La vera vittima di questa storia, quella di cui quasi nessuno parla: la seconda serata.
Negli anni Ottanta e Novanta, la seconda serata era uno spazio nobile. Era il territorio dei programmi coraggiosi, di quelli che non avrebbero mai potuto andare in prime time ma che trovavano lì il loro pubblico ideale: adulto, curioso, disposto a restare sveglio per qualcosa che ne valesse la pena. Era lo spazio di Mixer di Giovanni Minoli, di Bontà loro e Maurizio Costanzo Show nelle sue edizioni più tarde, di Fuori orario di Enrico Ghezzi (anche se in questo caso si può parlare di terza serata) — straordinaria finestra sul cinema d’autore mondiale che formò generazioni di cinefili italiani. Era lo spazio del cinema europeo, dei documentari, del jazz, delle interviste lunghe e scomode.
Quella seconda serata era, in un certo senso, la coscienza critica della televisione. Il luogo dove il mezzo si guardava allo specchio, dove si sperimentava, dove si rischiava. Dove si trattava il pubblico da adulto intelligente invece che da consumatore da fidelizzare.
Oggi quella seconda serata non esiste più. Non nel senso che non ci siano programmi in quella fascia: ci sono, eccome. Ma cominciano a mezzanotte passata, quando la prima serata — slittata alle 22 — finisce finalmente di occupare lo schermo. A quell’ora, il pubblico che avrebbe potuto apprezzare un buon documentario, un’intervista di qualità o un film d’autore è già andato a dormire da un pezzo. E chi è ancora sveglio non ha le condizioni mentali per affrontare contenuti complessi.
Lo slittamento della prima serata ha quindi prodotto un effetto domino devastante: ha compresso la seconda serata in una fascia oraria inutilizzabile, trasformandola in un cimitero di repliche, televendite e programmi di infimo livello. Ha cancellato uno spazio culturale prezioso che aveva contribuito a formare il gusto e la sensibilità di intere generazioni.
Il confronto europeo: uno specchio impietoso
Già nel 2020 la televisione pubblica spagnola RTVE aveva compreso il problema e lanciato la campagna “We do it for you”, anticipando il palinsesto dei programmi più visti per aiutare gli spettatori a dedicare più tempo alla famiglia e al lavoro. In Spagna la prima serata cominciava alle 22:45 — all’incirca l’orario in cui in Germania la maggior parte delle persone va a dormire. La soluzione fu anticipare alle 22:00.
È paradossale — e un po’ avvilente — che l’Italia del 2026 stia ancora discutendo di un problema che altri Paesi avevano già riconosciuto e almeno parzialmente affrontato sei anni prima. In Francia, in Germania, nel Regno Unito, il prime time inizia stabilmente tra le 20.30 e le 21.00. I programmi di punta finiscono entro le 23.00. La seconda serata mantiene una sua dignità e una sua funzione. Non è un modello perfetto, ma è un modello che rispetta i ritmi di vita delle persone.
In Italia, invece, si continua a spostare in avanti le lancette dell’orologio televisivo, come se il problema non esistesse o come se il pubblico fosse infinitamente disponibile a adattarsi alle esigenze del palinsesto invece che il contrario.
Una riflessione per il futuro
Il rischio concreto, se nulla cambia, è che la prima serata diventi un prodotto sempre più orientato a un pubblico di nicchia, disposto a fare le ore piccole, mentre una fetta sempre più ampia di spettatori si rifugia nello streaming on demand — sulle piattaforme delle reti principali come RaiPlay o Mediaset Infinity, dove si recupera ciò che non si è riusciti a vedere in diretta. Il che, paradossalmente, depotenzia ulteriormente la diretta televisiva, svuotandola di quella forza aggregativa che era la sua ragion d’essere.
La televisione generalista italiana si trova dunque di fronte a un bivio. Può continuare a ottimizzare i propri introiti nell’access prime time, posticipando indefinitamente una prima serata sempre più spettrale e una seconda serata ormai inesistente. Oppure può scegliere di tornare a fare un patto serio con il proprio pubblico: contenuti di qualità, orari rispettosi dei ritmi di vita reali, e la consapevolezza che la fiducia degli spettatori — una volta persa — è straordinariamente difficile da riconquistare.
La prima serata non è morta. Ma qualcuno, in questi anni, ha fatto di tutto per ucciderla. E con lei ha trascinato nel buio anche quella seconda serata che era, forse, la parte più bella e più libera di tutta la televisione italiana.
Recuperare quello spazio — in termini di orario, di qualità, di coraggio editoriale — non è nostalgia. È una questione di rispetto. Verso il pubblico, verso la cultura, e verso un mezzo che, quando vuole, sa ancora essere straordinario.
La televisione è stata il grande racconto collettivo dell’Italia del Novecento. Meriterebbe, nel nuovo secolo, di tornare a raccontare qualcosa che valga la pena di ascoltare. Possibilmente a un’ora decente.
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