Ci sono dei libri che non capisco, e non per ragioni sintattiche.
Mi spiego meglio: non credo che tra i doveri primari di un essere umano ci sia quello di scrivere, o almeno: credo che chiunque si approcci alla scrittura debba farlo (quantomeno) con un obiettivo chiaro, concreto, anche in dialogo con i tempi in cui vive.
A chi scrivo? Perché?
Capisco molto bene, per assidua frequentazione, quel tipo di umanità che si raccoglie attorno all’aggettivo appassionato; anch’io sono appassionato di tante cose.
Per scrivere un libro, però, occorrono (anche) altre cose. Occorre farsi la consueta domanda in più.
Ora, mi ritrovo fra le mani un piccolo volume a firma di Franco Marucci dal titolo L’occhio di Lynch – I magnifici otto (ed. Effigi, 119 pagg., 2026, 16 €); un libro che, ce lo dice l’autore, vuole essere una rilettura cronologica, spassionata e obiettiva dei film principali di Lynch.
David Lynch, per chi non lo conosca, è stato uno dei più grandi artisti del ’900: nato pittore, ben presto incontra il cinema e diventa uno dei registi, sceneggiatori, produttori più importanti della storia della settima arte. È stato anche musicista, con ottimi riscontri. Insomma, una vera e propria icona.
Il volume di Marucci – professore di letteratura inglese all’università Ca’ Foscari di Venezia, autore di numerosi libri come storiografo e critico del testo e che coltiva, da tempo, uno spiccato interesse per il cinema nel cui ambito ha pubblicato già due volumi (uno su Bergman, l’altro su Hitchcock) –arriva a quasi un anno dalla scomparsa del grande regista (16 gennaio 2025) ed è, mi pare, a tutti gli effetti, un vero e proprio vademecum pensato non solo per chi non abbia mai visto un film di David Lynch, ma per chi, a un certo punto, a metà di uno di questi, abbia spento.
Gli otto film (escluso Twin Peaks, ma a malincuore dice Marucci) vengono letteralmente passati ai raggi X dall’autore, che ne snocciola la trama, il finale (mannaggia!), e – a volte – la genesi del progetto filmico, le motivazioni e la fortuna (o la sfortuna, alle volte) del suo impatto sul pubblico.
Risulta perciò un volume utilissimo agli studenti di facoltà universitarie come il DAMS, o per gli appassionati, ma poco per un lettore normale e curioso. Il linguaggio usato è molto tecnico, seppure scorrevole; in alcuni capitoli sono rivelati retroscena, chicche a uso e consumo degli appassionati, insomma: l’opera rientra a pieno titolo nel novero dei volumi critici e monografici che possiamo trovare negli scaffali dedicati al cinema nelle grandi e piccole librerie.
Da appassionato di cinema, come l’autore, mi permetto di muovere una serie di osservazioni: il prezzo del libro risulta eccessivo: un volume di nemmeno 120 pagine non può costare più di 15 euro. Capisco la necessità e le spese delle piccole case editrici come Effigi, ma un rapporto pagine prezzo di quel tipo non invoglia all’acquisto, soprattutto oggi, quando troviamo volumi monografici dedicati ai grandi registi correlati da foto, materiale inedito, saggi a firma di grandi critici, rilegati e confezionati, distribuiti da importanti editori come la Cineteca di Bologna, per esempio.
La domanda in più di cui parlavo nel mio incipit, dunque, riguarda il confezionamento di un progetto editoriale. Oggi, a mio modestissimo parere, editare libri (soprattutto di questo tipo) obbliga chi li scrive e chi si impegna a distribuirli a pensare un modo originale per proporli al pubblico. La domanda è puramente cinematografica: Che novità apporta questo volume, nel mercato?. Come possiamo invogliare il cliente ad acquistare un libro che tratta un argomento certamente di nicchia ma narra, d’altra parte, l’opera di un grande artista?
Si può lavorare sul contenuto; si può lavorare sulla confezione. Trovo che le due cose non possano e non debbano essere separate.
Anche perché, come nel caso della prova di Marucci, ci troviamo di fronte a un’opera scritta con passione, scorrevole, scritta certamente da un esperto abituato a masticare un linguaggio accademico, ma alla portata di tutti.
A volte, molte, troppe volte – lo dico a malincuore – un libro si giudica soprattutto a partire dalla sua esteriorità.
Non ho detto copertina perché il giallo di cui si fodera il libro e il disegno del grande Lynch stampato sopra è un tentativo che apprezzo ma che può essere migliorato.
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