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Recensione: "La linea di sangue" Caso e Libero Arbitrio lungo l'antica via LatinaLa linea di sangue
di Dario Piermarini,
Ensemble Edizioni

Roma che mangia Roma, l’uomo che mangia l’uomo, il passato che mangia il presente, e viceversa. Un conflitto senza tempo, dove non vince nessuno, perdono tutti.

Il romanzo inizia con una fine, come in un classico telefilm poliziesco. Rincorre il cammino di un uomo che si reca al lavoro, sta alle calcagna dei suoi pensieri, tallona la sua indolenza, aderisce alle sue abitudini, lo scorta nel bar dell’amico dove si ferma per un caffè. Tedio, noia, gesti ripetuti all’infinito. In questo incedere lento arriva lo strappo della morte. Il nulla che inghiotte i respiri e il vissuto, senza scampo. Il nulla, per mano di un’ombra nella notte. Un volo tragicomico e scomposto dal terrazzo di un ospedale e cala il sipario: la fine con cui si dà inizio alla storia.

Non fai in tempo a possedere un personaggio in questo libro, a percepirne i suoi legami con la trama, che esso svanisce, o si trasforma.

Gli avvenimenti si susseguono lungo una linea spaziale e temporale, una linea “di sangue”, su cui inciampano due ragazzi di periferia, Cucchio e Morene. La periferia romana che tende le braccia imploranti verso una mamma Roma che mostra in risposta il suo ghigno da matrigna.

Si dice spesso che siamo causa dei nostri mali. E si parla altrettanto spesso di destino. Le due cose sono tra loro in contrapposizione evidente. Ma è una reale contrapposizione?
Caso e Libero Arbitrio.
Per Caso Morene e Cucchio si imbattono in due borsoni imbottiti di banconote fuori corso, oro e armi in uno scavo lungo l’antica via Latina. Il Caso ha un aspetto notturno, esoterico. Nasce da un pretesto e si identifica con quell’abbondanza di guai che viene dal sottosuolo.

I due ragazzi si trovano per Caso inghiottiti in una brutta vicenda, una vicenda iniziata in quegli anni della storia italiana chiamati poi anni di piombo. Anni macchiati di sangue e violenza. Una vicenda irrisolta di politica e malavita, come quelle ferite che fanno fatica a rimarginarsi e continuano a sanguinare e imputridire.

L’autore non si attarda sulle emozioni, descrive i fatti, le decisioni, il susseguirsi degli avvenimenti, intervallando le pagine con salti temporali di articoli di cronaca del passato: brigate rosse, malavita e terrorismo, batterie e esplosivi. Un recente passato, così terribile e tuttavia così denso di ideologie, seppur controverse. Così “vivo” anche se intriso del sentore della morte.

Da quei due borsoni emana quel sentore e quella energia che, da sempre e per sempre, tende a perpetuare se stessa. Un’energia senza fine. Un’energia affabulatrice anche se bollata di negatività: non bisogna ammetterlo, non si può parlarne. Un po’ come la Morte.

Il romanzo riconosce tra le righe che un pò di Caso esiste, anche se la storia nasce dal Libero Arbitrio coraggioso dei due ragazzi, da quella meravigliosa creatività senza fine della periferia, dal suo potere di partorire sempre idee di riscatto.
Due ragazzi diversi tra loro, Cucchio e Morene, legati da un’amicizia senza condizioni, novelli Romolo e Remo, attaccati alla tetta di una lupa selvatica e ben poco amorevole. Entrambi innamorati del progetto di rintracciare l’antica via Latina, ricostruirne il lacunoso tracciato ingoiato dalla Roma moderna, la “Roma che mangia Roma”, come spesso rimugina Cucchio tra sè e sè.
Nel seguirne la linea topografica, intercettano la stessa linea che conduce alle varie tappe di un progetto criminale iniziato anni prima, costellato da pozzanghere di sangue e tradimenti.

Il tradimento è il vero protagonista del romanzo, una macchia invisibile, ma profondamente intessuta nella natura dell’essere umano. Una macchia che contamina il corpo e guida la sua volontà. La sua missione, il suo senso primo ed ultimo, resta il riscatto da una condizione iniziale percepita come ingiusta.
C’è quindi una volontà maligna che porta in dono la morte. Una volontà che non è il volere della coscienza, è un piano più ampio quasi metafisico, forse addirittura ancestrale.

Il romanzo inizia con una fine, si diceva dunque, e si chiude senza una vera fine. Tutto resta irrisolto, gli avvenimenti si susseguono ingiusti e crudeli, nessuno spiraglio di luce, nessuna ricompensa. Solo domande senza risposte e dolore senza consolazione, sotto lo sguardo indifferente e annoiato di una Roma incantevole e distratta.
Tuttavia la vita comunque la intendiamo è un principio ordinatore, essa riesce sempre dal caos ad attuare un ordine, una logica, un motivo, una direzione. Un Destino appunto, che chi sopravvive avrà la responsabilità di incarnare.

Nelle ultime pagine l’autore consegna a colui che sopravvive e che consacra “eroe” del suo romanzo, un progetto. Un progetto attraverso il quale potrà, volendo, portare ordine in questa storia.

Un progetto che resta una ipotesi, un finale non scritto, che lascia il lettore libero di immaginare infinite variabili future.

Il libero arbitrio diviene luogo del lettore, in cui egli potrà decidere se incarnare il ruolo dell’eroe, assecondando il Caso, oppure no.
Il Caso e il Libero Arbitrio possono dunque allinearsi fino a divenire la stessa cosa, e il lettore può trasformarsi in autore di un finale che può proseguire in mille direzioni.

Dario PIermarini vive a Roma dove cerca di coniugare le sue due passioni: la storia degli antichi acquedotti romani e la bicicletta. “La linea di sangue” è il suo primo romanzo, consapevole o meno, è anche un aderente autoritratto dell’autore.

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