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Recensione: “Mumble Mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte” – La ghiandola pineale di Emanuele Salce

Recensione: “Mumble Mumble - ovvero confessioni di un orfano d’arte” - La ghiandola pineale di Emanuele Salce Altrove Teatro Studio, Roma. Inaugura la nuova stagione lo storico spettacolo “Mumble Mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte” di Emanuele Salce e Andrea Pergolari.
Quattrocento repliche e dieci stagioni, questi i numeri.

“Mumble mumble, mumble mumble, mumble…”, lo senti quasi il suono del lavorio fitto fitto del cervello che mette insieme frammenti e ricordi, che scava nel passato e nelle ferite, che accende riflettori su spezzoni di vita, “quella volta che…”, “e quella poi…”, “mumble, mumble”. Messa in moto la macchina del tempo, questa va avanti da sè srotolando lacrime, risate, incomprensioni, vita.

Mumble Mumble, così era chiamato da bambino per il suo rimuginare, per il sommesso borbottare con cui rispondeva all’eloquenza dei Grandi, che erano grandi in tutto, immensi. Luciano Salce, suo padre naturale e Vittorio Gassman, successivo marito di sua madre, sono i colossi con cui deve fare i conti fin da subito.

E va in rewind la ghiandola pineale di Emanuele Salce, affiora continuamente la sua natura emotiva e scava, scava, scava nei suoi ricordi a piccoli, precisi tocchi, impilandoli gli uni sugli altri in questo atto unico diviso in tre parti, in cui infanzia, giovinezza e maturità chiudono per un attimo il cerchio. Da questo esercizio di metafisica sentimentale si delinea l’uomo e l’attore che ha riflettuto lentamente sulla memoria e sulla consapevolezza di sé come emanazione del patrimonio familiare.

Così Emanuele Salce accompagnato in scena da Paolo Giommarelli, si regala al pubblico.
Congeniale l’atmosfera minimalista e la creazione di un ambiente sonoro che avviluppa lo spettatore e diventa un metalivello narrativo e didascalico del visibile. Salce calamita il nostro sguardo, lo vediamo farsi minuscolo, farsi sempre più piccolo, fino a scomparire nell’ombra di talentuosi genitori, prima l’uno poi l’altro.
Avvolto in un mantello troppo ampio, troppo lungo, la voce tonante squarcia il silenzio con un non troppo convincente Dostoevskji… Qui entra in scena il disappunto, il suo doppio e anche il suo contrario, nel personaggio del regista/amico che raddrizza il tiro della sua barocca esibizione. Un pò meno questo, un pò più quello, questo no, questo sì, meno, meno, togli, elimina…
Amico, attore, alter ego, lo costringerà a spogliarsi di quel mantello, dei gesti ampi, della maschera inappropriata.

Cosa resta, di Emanuele Salce, di quella sua fraintesa sicurezza?
Resta l’affannarsi, il correre ai provini. Resta, ed è ancora tutto lì, il tempo trascorso a studiare in silenzio i suoi “due padri”, e il momento catartico della loro dipartita. Resta il ricordo luminoso come la stella polare in una notte di velluto nero, di un Luciano Salce che affronta con coraggio il suo male oscuro solcando i mari con una barchetta.

Ma come liberarsi da esempi così ingombranti? Sarà il passaggio finale, la morte di entrambi i padri che metterà in mostra la loro umanità e segnerà un passaggio di svolta da una sponda all’altra per l’attore.
Il fiato della morte mescolato alle assurde risate, illogiche, grottesche come la voce di Iolanda, la badante, che in segreteria gli annuncia la scomparsa di suo padre, Luciano Salce.

E la seconda morte, quella di Vittorio Gassman, marito di sua madre, più teatrale, costellata di una galleria di personaggi fuori luogo, una sfilata di “tipi umani” che sgomitano per essere notati: “Vittorio è morto ed io c’ero”. La semifinale degli Europei del 2000 Olanda-Italia fa da sfondo.

Poi, come accade a teatro, ecco la magia: l’artista se n’è andato, resta l’uomo. S’è disteso sul divano a guardarsi guardare. E quel goffo mantello troppo grande è lì da solo. Emanuele se ne sta lì, nell’angolo del divano, raccontando ora di sè, prima di sgretolarsi, con una metafora amorosa/viscerale. Perché l’amore a volte è un lassativo. E gli approcci non sono tutti luminosi come sogni di panna e cuoricini, come versi di Achille Campanile o Petrarca. Possono essere tuberi sgraziati, mostri di cibo e ricordi grattati via dall’intestino. Sgorgano così le risate di pancia per un fatto di pancia. Una storia d’amore con una bella bionda australiana, iniziata in maniera esilarante con un incidente intestinale alquanto “prorompente”.

L’affetto pervade il piccolo teatro, diffuso da una voce ormai pacata. Un’eco sommessa. E nel fruscio dolce della nostalgia, commuovendosi come davanti alle foto della nostra infanzia, si vorrebbe finalmente sfilarsi dal cuore le parole che non si è detto ai propri genitori.

Essere se stessi, finalmente, dopo tanta faticosa imitazione, essere nudi davanti al pubblico, alla vita e allo specchio. Perchè essere se stessi davanti allo specchio è la cosa più difficile…
La chiave più ambigua e sincera di tutta l’opera.

Scendere gli ultimi scalini, arrivare in fondo, riconoscere a fatica la propria debolezza tutta umana, e da lì risalire.

L’attore chiuderà per sempre il mantello nella cassapanca dei costumi?

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