Agiografia: /a·gio·gra·fì·a/ letterat. sostantivo femminile
- Letteratura relativa alla vita dei santi.
- Propensione a esaltare una personalità o un fatto storico, tessendovi attorno miti e leggende.
Nel mondo delle recensioni (e dei recensori) quando ci troviamo di fronte all’ennesima biografia più o meno autorizzata, c’è una frase che va per la maggiore: Va detto che l’autore/l’autrice riesce nell’intento di non trasformare il proprio lavoro in un’agiografia.
Quando si parla di figure più che note del panorama artistico (non solo italiano), il rischio di dare vita a sviolinate a uso e consumo dei lettori è dietro l’angolo.
Mi pare non esuli da questa categoria il libretto di Serena Ardissone La curva del sorriso – Monica Vitti: commedia e rivoluzione (Ed. Augh!, 176 pagg., 17€) nel quale si ripercorre l’intera vita di Santa Monica, o meglio: l’intera vita comica di Santa Monica – escludendo (direi tranciando) senza esitazione quella che, a mio modestissimo parere, è la parte più importante della carriera dell’attrice: gli inizi, e tentando di legare alcuni capitoli sulla mutazione della figura femminile dal primo al secondo dopoguerra, con altri che esplorano, in modo molto soggettivo a mio parere, la biografia di un’attrice.
Partiamo dal principio: intitolare un libro sulla Vitti, che non ho mai visto sorridere davvero nemmeno mezza volta, La curva del sorriso, già mi pare un azzardo più che temerario; sostenere, però, teorie come: Vitti non ha rinnegato le problematiche presenti nella sua epoca, basti pensare a quante volte le varie protagoniste raccontate vengono picchiate, ma ha donato alle sue donne una dignità prima sconosciuta; la forza e la volontà di affermarsi sono quanto rimane di questi personaggi mi pare francamente una forzatura tutta moderna.
La Nostra, è vero, si presentò all’Accademia d’arte drammatica come una vera e propria outsider, ma per quanto la sua differenza colpì il direttore Orazio Costa, la sua bellezza abbagliò un certo Michelangelo Antonioni (e poi Carlo Di Palma, suo direttore alla fotografia), togliendo al teatro (giustamente) un’attrice che ebbe il buon gusto e l’intelligenza di capire i suoi tempi e di lavorare su sé stessa.
Sull’esempio che la Vitti possa essere diventata per le donne e per il cambiamento della visione del femminile nella nostra società, scusate, ma nutro ancora dei forti dubbi: nei film con Sordi non c’è la minima traccia di rivendicazione femminile o femminista: la Vitti interpreta spesso il cliché della svampita ma non troppo, che prende – dal maschio di turno – botte su botte, infilando, tra uno schiaffo e l’altro, il suo consueto e italianissimo Mammamiamammam’haifattomale. Una figura eroica? Può essere. Del resto anche i kamikaze sono considerati eroi.
Monica Vitti ha invaso il campo maschile per portare alla conquista della possibilità di essere donna (questa frase, sinceramente, non l’ho capita: è un refuso? Per partire alla conquista?), di acquisire mezzi per esserlo consapevolmente, di poter mutare costantemente, di essere liberamente tutto ciò che una donna è e questo con la grazia della sua sensibilità, con la profondità della sua intelligenza, con la sua tenacia di donna.
Non voglio negare i più che nobili intenti della signora Ceciarelli alias Monica Vitti, ma appunto: stiamo parlando della persona, dell’attrice, o del personaggio? Perché in Amore mio aiutami, Io so che tu sai che io so; ne La ragazza con la pistola, Le fate, in Polvere di stelle e in tanti altri film che appartengono alla fase comica dell’artista, personalmente vedo una donna più che mai schiava delle convenzioni, o che comunque a quelle convenzioni si piega (un po’ come Caterina ne La Bisbetica Domata) per ottenere ciò che vuole.
Dov’è la libertà di mutare costantemente nell’indimenticabile sequenza degli schiaffoni in spiaggia di Amore mio aiutami? Dov’è la consapevolezza di essere donna nell’omertoso rapporto madre-figlia (quella sì, tutta femminile, e soprattutto italiana) del personaggio della moglie di Sordi in Io so che tu sai che io so?
Sono le ri-proposizioni di certi stilemi femminili borghesi che portarono la Vitti al successo, questa è la verità. Non a caso lo dichiara anche lei, in un’intervista citata dalla Ardissone a pag. 79 del suo libro: A essere donna nel cinema ci sono ancora delle difficoltà, almeno a esserlo in un certo modo… Sai la fatica che ci sto mettendo per arrivare a fare un film che parli di una donna. Io continuo a ripetere che bisogna andarci cauti, perché ci sono le donne, appunto, e ci sono i movimenti femministi…
La Vitti aveva capito come far ridere, cioè rappresentando la donna per come era: un essere schiacciato tra mille doveri, il cui unico diritto era quello di sorridere e di farci, tentando di convincere i maschi di turno di esserci, non so se mi spiego.
Il resto del libro è una serie di re-interpretazioni a uso e consumo moderno di film degli anni ’60 -’70, dove (deo gratia!) non esistevano ancora pruderie di alcun tipo, né all’interno delle case di produzione cinematografiche, né negli sceneggiatori, registi, attori e attrici dello star system. Il Paese, inoltre, era paradossalmente molto più libero nel vivere i rapporti (di tutti i tipi). Rapporti che oggi non esistono più.
Il libro invece parte dall’errore più moderno che ci sia: vedere il passato con gli occhi di oggi, demonizzando o santificando. Per questo gli pronostico uno straordinario successo.
Leggere tra le righe non è, infatti, uno degli sport preferiti dagli italiani, che amano i santi e gli eroi (veri o presunti, negativi o positivi che siano). L’avvento di attrici come la Loren e la Vitti corrispose al tramonto (voluto dal sistema cinematografico italiano tutto) di un’attrice come Anna Magnani, una donna, lei sì, che in un film del ’59 (Bellissima, di un certo Luchino Visconti) urlava in faccia a suo marito: «M’hai stufato!», e non aveva paura di essere sminuita o spaventata da nessuno schiaffone – sia pure quelli del marito.
La differenza, da quel momento in poi, sarà solamente tra gli attori e le attrici che godono (o meno) di ottima stampa. Ecco perché oggi ricordiamo più volentieri personaggi meno scomodi come la Vitti e la Loren. Perché sono due tipi di attrici benvolute dal sistema, che non aveva e non ha nessunissimo interesse a che le cose cambino nel modo di vedere le donne, ma che ha tutto l’interesse a farci credere il contrario.
Del volume di Ardissone salvo, senza dubbio, l’analisi critica (in molti casi attenta) di buona parte dei film di Monica Vitti. Una guida cinematografica da consultare, senza prendersi troppo sul serio, per gli appassionati della commedia all’italiana.
Buongiorno
Ho apprezzato la lettura di Francesco Tozzi del mio saggio, e avrei piacere di dialogare con lui su alcuni punti, o meglio spunti, di riflessione interessanti.
Un altro punto di vista sul proprio lavoro, specie se espresso con chiarezza e riflessione attenta, consente di guardare sotto nuove angolazioni quanto creato ed è quindi apprezzato.
Grazie
Serena Ardissone