“Trame di libri”, l’occhio del fotografo sui volumi

Diversi mesi fa arriva in visita alla Kasa dei Libri Giovanni Breschi, fotografo fiorentino che lavora nel mondo dell’editoria e della legatoria. Di scorci e prospettive che si concedono volentieri all’obiettivo ce ne sono molti nei nostri tre piani affollati di libri. La simpatia con Kerbaker è immediata. “L’occhio del fotografo – scrive il fondatore della Kasa dei Libri nel catalogo – comincia a gironzolare di qua e di là con aria apparentemente svagata; e invece si tratta di uno sguardo molto concentrato, che individua subito quello che andrà ripreso. Infatti, dopo qualche minuto di chiacchiera generica, eccolo estrarre la macchina fotografica, e zac: un dettaglio di qua, uno di là, un gruppetto di volumi su uno scaffale, un altro lì per terra, uno e uno solo su di un tavolino”. Conclusa la visita fa ritorno nel suo studio per rielaborare il tutto.

 

Il risultato di quel lavoro è piacevolmente inaspettato. Perché in effetti quando la bibliofilia incontra l’amore per la fotografia nasce una splendida e affascinante forma d’arte come quella realizzata da Giovanni Breschi, che ha reso il suo amore per i libri un oggetto di ispirazione artistica. Si scopre che Breschi è un frequentatore assiduo di biblioteche e luoghi affini che radunino a vario titolo raccolte di libri e che ha l’abitudine di reinterpretarli attraverso la macchina fotografica: dalla biblioteca degli Uffizi di Firenze alla Biblioteca Classense di Ravenna, passando per la Kasa dei Libri di Milano fino alla libreria City Lights di San Francisco.

 

È per questo che Andrea Kerbaker, in occasione del Milano Photo Festival, ha scelto di destinare gli spazi della sua Kasa alle opere di Breschi con la mostra Trame di Libri, dedicando in questo caso ai suo amati libri uno sguardo più artistico ed estetico, meno letterario.

 

Parliamo infatti di libri esaltati nella loro dimensione fisica, che diventano nelle composizioni di Breschi l’unità geometrica principale di ardite architetture “librarie”.

Il fotografo sovverte l’ordine archivistico in cui sono disposti i libri e li approccia semplicemente come oggetti fisici ed estetici, composti di carta rilegata e di una copertina, a sua volta caratterizzata dal principale protagonista delle sue composizioni librarie: il dorso del libro. Visibile solitamente quando il volume è posto di taglio in una scaffalatura, diventa ora l’unico particolare visibile agli occhi di Breschi, che lo immortala nella bidimensionalità fotografica delle sue realizzazioni. Dentro quei particolari, le fotografie hanno captato il significato dell’insieme. Che però reso così, nell’immagine isolata, non lo restituirebbero a chi guarda.

 

A questo punto, nella tranquillità del suo studio, Breschi comincia la seconda parte del lavoro: di tanti dettagli ripresi, ne sceglie qualcuno particolarmente rappresentativo e lo duplica, lo triplica, lo moltiplica per infinite volte. E in quel momento l’immagine reiterata riporta al senso generale della biblioteca e “in fondo che cosa importa – dice Roberto Mutti – se a governare sono solo i dorsi che ora, come nel sogno surrealista di un labirinto indecifrabile, si trasformano in muri, si divaricano in linee, serpeggiano, attraversano lo spazio in diagonali audaci, si esaltano in un tripudio di blu, in un accendersi di giallo, in un evaporarsi di bianco”. L’artista realizza così trame e orditi di quelli che in apparenza sembrano essere preziosi tessuti, oppure lineari forme geometriche di ardite architetture, o ancora tasselli musivi; composizioni fotografiche di disposizioni bibliotecarie, dove i diversi materiali, dimensioni e colori dei dorsi dei libri sono scomposti e ricomposti al computer per creare forme e colori di geometrie librarie.

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