Recensione: Fabio Croce, Avevamo trovato le stelle. L’amore raccontato con coraggio e realismo

Al centro: amore

Recensione: Fabio Croce, Avevamo trovato le stelle. L'amore raccontato con coraggio e realismoAmare è un atto di grande coraggio, chi ama veramente mette sé stesso a disposizione dell’altro, espone le sue fragilità senza pudore, si mostra senza veli, accoglie e dà senza quantificare. Amare è un gioco di equilibrio, e l’amore diventa divino quando questo equilibrio lo si trova in due e insieme si procede sul filo della vita.

Sono, queste, solo alcune delle tante considerazioni – emozioni – che mi ha lasciato il romanzo di Fabio Croce, Avevamo trovato le stelle, edizionicroce, 2025 (138 ppg, € 18,00). Infatti, Alessandro, il protagonista, è un ragazzo che diventa uomo nutrendosi d’amore, in nome del quale modula e orienta la sua vita perché tutto viene dopo, è meno importante. Ed è l’amore l’emozione primaria che lo attraversa, dalla fanciullezza all’età adulta.

Vorrebbe amare di più, ma non può farlo.

Guardavo le persone e mi chiedevo se altri soffrivano allo stesso modo; mi domandavo perché è tanto difficile spezzare la solitudine e incontrarsi, perché è così difficile metterci uno di fronte all’altro e, lacerando il velo dell’ipocrisia, mostrarci nella nostra autenticità. Sentivo che la vita si mostrava come un’assurda commedia, dove ognuno cerca di nascondere sé stesso e parla non per comunicare la verità, ma per frapporre tra sé e gli altri false parole, realtà non vere, cioè l’immagine di sé che preferisce. La vita come una commedia, dove tutti recitiamo un ruolo, legati ai fili nelle mani di un burattinaio.

La storia

Alessandro vive in piccolo paese del bellunese, poche anime che sanno ogni cosa gli uni degli altri. Rispetto ai compagni, è un ragazzino sensibile, ama la natura, passeggiare, passare le giornate nella baita isolata insieme al nonno. Vuole diventare scrittore.

Non appena prova le prime pulsioni amorose, si rende conto di essere attratto dai ragazzi. Siamo negli anni Settanta e l’amore omosessuale è emarginato, negato, considerato contronatura dalla Chiesa e da gran parte del contesto sociale. Quando viene scoperta la relazione tra lui e Alberto, Alessandro verrà ostracizzato, allontanato per sempre dal paese e dalla famiglia.

E io, per i miei compaesani, non ero più il bravo e timido ragazzo che stimavano, bensì un essere immondo che compiva atti contro natura.

Si trasferirà a Roma, dove, in completa solitudine, dovrà cercare le sue stelle. E solo in età avanzata riuscirà a realizzare il desiderio che aveva espresso in apertura di romanzo: scrivere un libro, che sarà poi la sua storia.

Il tema centrale: l’amore impossibile e la scoperta di sé

Il titolo stesso – Avevamo trovato le stelle – suggerisce qualcosa di luminoso ma perduto, un momento di grazia che non ha potuto durare. L’uso del passato remoto (avevamo) evoca una memoria dolente, un bene prezioso che è esistito davvero ma è stato strappato via. È un romanzo che nasce già con il sapore della nostalgia e della resistenza. Nostalgia per ciò che dopo ogni cambiamento dobbiamo lasciare alle spalle, resistenza per far muro contro chi ti vuole diverso, chi vuole cambiare ciò che sei e ti vuole in qualche modo sporcare.

La vita regala ad Alessandro momenti di Paradiso e discese all’Inferno, come del resto a ognuno di noi, con l’aggravante che la sua lotta comprende anche la necessità di abbattere bias culturali stigmatizzanti e pervasivi.

Lo stile                                                                                                                               

La prima persona (la storia è narrata da Alessandro) permette subito di entrare in una profonda intimità con il protagonista. Fabio Croce procede nel racconto con uno stile tondo, fluido e armonioso – la lingua è letteraria ma mai ridondante –, aprendo al lettore scene fotografiche sempre nuove che vanno di pari passo con i luoghi dove i personaggi si trovano e con le loro emozioni. È una scrittura molto fisica, che non nasconde ma mostra: il desiderio, il contatto tra i corpi, la dolcezza degli sguardi, il dolore dell’animo e della carne. In particolare, ho apprezzato la connessione, all’inizio del libro, dell’umano con la natura, che mi ha ricordato il Cognetti de Le otto montagne. La forza del libro e della sua scrittura l’ho rilevata soprattutto nella prima parte – tra Vodo e Roma. Si fa più debole verso la fine dove, invece, il tempo della narrazione accelera.

Per concludere                                                                                                           

Fabio Croce affronta temi molto importanti e afflitti ancora oggi da pregiudizio e giudizio. Come in molte opere della narrativa LGBT italiana, la famiglia non è un luogo di accoglienza ma di verdetto e punizione. Le violenze e i divieti citati nel libro rimandano a una realtà ancora presente in molti contesti italiani, soprattutto nelle comunità più chiuse. Croce non romanza questo aspetto: lo mostra nella sua durezza, con un realismo che non edulcora nessun sentimento.                                                                                               

Il finale mi ha spiazzata, avrei preferito lasciare Alessandro a un destino diverso… ma questo lo lascio decidere a voi che, come mi auguro, avrete il desiderio di leggere il romanzo.

Fabio Croce è nato a Roma nel 1960 ed è attivo da decenni come scrittore e editore, con un impegno costante per i diritti civili della comunità LGBT. Nel 2006 ha curato la voce Letteratura gay in Italia per la Routledge International Encyclopedia of Queer Culture, e in qualità di editore ha ricevuto a Oslo un riconoscimento culturale scelto dai membri della giuria del Premio Nobel per la Pace.

 

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