Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 4

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 4

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 4Procede spedita la macchina del mio allievo sulla strada che porta a Civitavecchia.

«Mia moglie non può venire, stasera, a teatro. Vieni tu? Danno una commedia inglese.»

Non me lo faccio chiedere due volte e vado. Dato però che andare in macchina con un tuo allievo comporta anche parlare dell’andamento del laboratorio di teatro, per cambiare discorso, parliamo di giovani.

Si, esatto: proprio come fanno i vecchi.

L’allievo ha un figlio; io ne ho più di cinquanta, di tutte le età, sparsi per le scuole di ogni ordine e grado, e ciascuno/a di loro, ogni volta, ha qualche problema: non ha voglia, non ce la fa, pensa sia impossibile fare qualunque cosa, è stanco/a.

«I ragazzi sono così, non hanno più quella tempra che avevamo noi» mi dice l’allievo.

Allora penso: Sì, certo. Posto che tra me e te corrono (almeno) quindici anni. Con tutto il rispetto, eh. Siamo prestanti tutti e due, abbiamo tutti e due qualche peletto bianco sulla barba e sui capelli, ma non esageriamo.

E poi penso – mentre l’allievo parla – che la mia generazione, rispetto a quella con cui ho quotidianamente a che fare, aveva un particolare modo di vivere una specifica condizione: quella di figlio/a.

L’allievo, intanto, sta ancora parlando.

Ho passato la mia giovinezza a scappare dai miei, a camminarli tre passi avanti (almeno), a cercare disperatamente coetanei durante lunghissime cene con parenti, amici (amici dei miei, s’intende). Insomma, sono diventato grande da solo, io. I miei non mi hanno mai chiesto di farlo.

Allievo: «… Non ti pare?»

Io: «Sì, sì.»

Allievo: «Come “Sì sì”?»

O forse non lo sono mai diventato, un adulto. Forse sono i miei ragazzi a essere adulti; io sono sempre il solito scemo dei tempi del liceo.

No, non è vero. Essere giovani è un mestiere, e va bene; ma essere adulti è una condizione simile alla morte. Non puoi sceglierla, è lei che sceglie te. E come facciamo a capire che l’età adulta ci ha scelti?

Quando smettiamo di desiderare e basta, senza vergognarci. Quando rinunciamo capendo, davvero, che è togliendo qualcosa a noi stessi che diamo davvero qualcosa agli altri.

Però, per fare questo, occorre esser passati tra le forche caudine degli altrui egoismi, e – soprattutto – aver improntato la propria giovinezza all’insegna di una (più o meno diretta, più o meno involontaria) educazione spirituale.

Allievo: «Ti sei bloccato? Oh!»

Fra: «Ce l’hai Scappo di casa di Graziani?»

Allievo: «Sì. Ora la metto. Comunque ti dicevo…»

Venti giorni di fuga e neanche un appello per radio
Evidentemente mia madre
Non è neanche una buona padrona
Perfino per i cani smarriti
Si fanno appelli per radio
Ma io no, non ho imparato a leccare bene la mano
Di chi mi dà da mangiare

Se ribellarsi, per i ragazzi, significa chiudersi, non stanno sbagliando loro. Stiamo sbagliando noi adulti. Tutti ci siamo chiusi, lo sappiamo bene. Ma di certo non dentro una stanza, tanto meno per non uscirne più.

Allievo: «È da gennaio che il figlio di questa mia amica non esce più da camera sua. Mangia solamente uova, perché così, pensa, non possono metterglici nessun tipo di sostanza o medicinale dentro. E le mangia solo quando i suoi non ci sono.»

E la mia cara mamma
Mi ha voluto grasso ed eunuco
«Non andare con le donne», diceva
«Hanno il demonio nel ventre
Io sarò la tua unica donna
Come il serpente che si morde la coda
L’ignoranza nel sesso è la base per vivere felici.»

Compressione o persuasione? A volte serve una cosa, a volte un’altra. Ciò cui non possiamo assolutamente abdicare, come adulti – a mio parere – è il confronto, il dialogo. Anche lo scontro. Ci sono delle cose che ai ragazzi non puoi proprio chiedere. Facciamo lo stesso noi adulti: No, questa cosa qua assolutamente no, non esiste. È difficile, lo so; ma non possiamo fare altrimenti.

L’importante è che non diventi una sfida tra generazioni. Non possiamo pretendere che chi viene dopo di noi apprenda nella nostra stessa maniera l’arte della vita.

Una fuga, qualunque fuga – come quella di cui parla la civetta di questa settimana – del resto, non porta in nessun luogo. È un tentativo che comprende la richiesta di aiuto e l’incapacità di attendervi.

Da parte dei ragazzi e da parte di noi adulti. È una dichiarazione di fallimento? No. Se la mente prima e il corpo, dipoi, scappano, dobbiamo solo capire in cosa abbiamo ecceduto.

Sì, avete capito bene. Perché si fugge solo quando se ne ha abbastanza, di qualunque cosa.

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