Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 8

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 8

Il Civettone di Francesco Tozzi – Numero 8A qualcuno non piaccio

C’è qualcosa che ciascuno di noi ha dentro. L’ansia, per esempio.

Qualcuno dice: “Sono abbastanza immune all’ansia”. Non credetegli.

Al giorno d’oggi, più che ieri, i disturbi legati all’ansia paiono crescere esponenzialmente.

I motivi sono tanti. Tuttavia, per quanto riguarda i millennials, posso affermare, con cauta sicurezza, ch’essi siano strettamente legati all’ossessione di ben riuscire, ben figurare, ben dimostrare, senza – OVVIAMENTE – creare troppi problemi.

In teatro, si dice, una sola cosa conta: non creare problemi. Se riesci (addirittura) a risolverne qualcuno, ecco: diventi fondamentale.

(Un profondo sospiro)

Sì. Però…

Andando avanti con questa “filosofia” ci siamo ritrovati a dar ragione a tutti, in pratica.

E, soprattutto, a dar SEMPRE torto a noi stessi. Con tutte le conseguenze del caso: perché, se ho torto, ho sbagliato; e, se ho sbagliato, sono sbagliato – o, comunque, mi sento insoddisfatto/a; e, se mi sento insoddisfatto/a mi sento male; e, per non sentirmi male (o per non sentirlo), cosa faccio?

Dipende. Posso pensare di aver sempre ragione e che sono gli altri a sbagliare (sempre eh, pure quando è chiaro che ho torto io).

Per quanto mi riguarda ho cominciato a fumare due pacchetti di Chesterfield al giorno alternando digiuni alternati (e prolungati) alla visione ossessiva di canali youtube a tema Milan o di capolavori del cinema in bianco e nero sgranocchiando etti ed etti di quelle cose che, in Maremma, vengono definiti “troiai”.

Cambiava qualcosa?

I mediocri direbbero “no”; il sottoscritto, che ci è passato, dice “SÌ”: in due anni mi sono dovuto operare di appendicite; e (non so onestamente come, ve lo giuro) sono riuscito a spendere circa 56 euro a settimana per riempirmi di nicotina e dire: “Ah, ora sì che sto bene!”.

Ora: in tutta onestà non so cosa sia entrato nel mio corpo per più di un anno; ma so cos’è uscito dalla mia vita, conosco (uno per uno, numero per numero) i “treni” che ho perduto, gli avvertimenti che ho bellamente eluso e le occasioni che ho letteralmente buttato nel cestino.

C’è quanto basta per togliersi la vita, credetemi. E non sto scherzando, lo dico nel massimo rispetto della vita e di quanti, come me e MOLTI della mia generazione, hanno avuto questo pensiero.

Viviamo, io e i miei coetanei, galleggiando in un sistema che, alla maggioranza, non dà certezze a differenza della generazione dei miei genitori, che non le desiderava perché il sistema in cui sono cresciuti aveva la possibilità di dargliene a iosa – quante storie, quanti aneddoti abbiamo sentito del tipo “Avevo il posto in banca assicurato, l’ho lasciato”? Nove su dieci chi monta le puntate di certi podcast o trascrive le interviste dimentica sempre di mettere quel che viene dopo: “Ho rischiato, qualora avessi fallito avrei potuto tornare a fare (mestiere X a caso).”

Perché così è.

In maggioranza, per i millennials, non solo questa possibilità non c’è; ma il fallimento rischia di metterli di fronte a una scelta: vittimizzarsi o togliersi dai piedi.

Se date un occhio ai profili social delle persone che hanno, più o meno, la mia età, vi accorgerete che le foto profilo le ritraggono quasi sempre da piccoli, quando erano più giovani della loro effettiva età, di spalle, con enormi occhiali da sole sugli occhi oppure (in casi estremi) sono simboli mistici, personaggi di cartoni animati degli anni ’90. In altri casi sono foto in grande e bella risoluzione, fatte in studio o da fotografi professionisti.

È una sorta di iconografia pubblicitaria, un modo di mostrarsi al mondo assolutamente promozionale mentre intorno a noi (dentro noi, soprattutto) ogni cosa crolla.

Badate: non sto affermando che i 35-40enni abbiano problemi col tema “GLI ALTRI”; dico che la malattia, l’ansia che li prende, è causata dalla certezza assoluta di non poter intervenire direttamente pressoché in nessun ambito del mondo che li circonda.

La domanda Quando viene il mio turno? è già passata; quel treno lo abbiamo perso.

Quale treno?

Il treno delle cose che volevamo veramente: ci siamo distratti nel chiacchierare di possibili opzioni, alternative, quando ancora non avevamo in mano niente.

Da qui l’ansia di perdere tutto e la pedissequa incapacità a costruire situazioni lavorative durature, la fuga nei paesini per occuparci di progetti locali – in realtà per trovare rifugio, non c’è niente di male – e la crescita esponenziale di progetti individuali dove siamo finalmente riusciti a diventare come i nostri idoli: Kiss Me Licia o Ken il Guerriero.

I rapporti, di qualunque tipo siano, sono quasi sempre macchiati dalla paura, dalle “manie di persecuzione” di chi pensa che gli altri siano esseri nati appositamente per venire a fargli le scarpe (Narcisismo e ansia insieme, quindi).

Ora: le soluzioni estreme. Dopo aver passato vent’anni o giù di lì a leggere storie di personaggi che avevano più o meno la mia età, che vivevano in provincia e che erano o stavano cadendo in pieno in un baratro senza uscita, devo dire che mi sono sentito protetto, tutelato (in qualche modo).

Poi sì, il pensiero c’è stato, nemmeno troppo tempo fa. E non mi sarei mai aspettato di averlo, anzi; ma i problemi sono tali, forse, perché non ce ne accorgiamo. Ci inciampiamo.

Ecco. Impegnati come siamo a sopravvivere, di solito, o per troppo o per troppo poco ego, non ci accorgiamo che stiamo inciampando. O che siamo già a terra.

Ciò che può fare veramente la differenza è potenziare l’incontro e il dialogo fattivo, concreto, teso a costruire qualcosa – sia pure un castello di sabbia, non importa – ma che crei un rapporto.

In questi giorni, per lavoro, sto rileggendo Plotino, e lui dice una cosa molto interessante: noi siamo abituati a scindere l’anima dal corpo, e va benissimo, sono due entità diverse, in qualche modo separate (a seconda delle varie fedi, credenze, ideologie, etc.) ma che non ci tolgono dal computo. L’anima e il corpo siamo sempre noi. Non sono due entità che possono entrare o uscire, andare o venire, a loro piacimento.

Da questo discorso ne derivano molti altri, ma c’è da trarre una lezione imprescindibile: siamo noi, noi, solo noi e sempre e comunque noi che vinciamo e/o falliamo. Non solo la nostra anima e il nostro corpo. Ci sono anche gli altri, certo; ma prima ci siamo noi.

Allora, percorrendo questa convinzione, ci accorgeremo che ciascun compito sta alla fine di una lunga linea rossa tenuta su da due colonne chiamate realtà e responsabilità.

Possiamo essere convinti, rilassati, in contatto col mondo; ma, anzitutto, dovremmo riuscire a essere credibili. Concretamente credibili direi.

Il resto è silenzio.

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