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Recensione: Come la pandemia ci ha cambiato. La “peste” della nuova era, si è presentata in giacca e cravatta…

Recensione: Come la pandemia ci ha cambiato. La "peste" della nuova era, si è presentata in giacca e cravatta...Come la pandemia ci ha cambiato.
di Vanni Codeluppi,
Editore Carocci, Collana Sfere extra

Il nostro corpo è come la Terra. Un territorio vulnerabile all’eccesso di cementificazione, a essere ritagliato in appezzamenti, crivellato di pozzi e miniere e deprivato del suo potere come qualsiasi paesaggio. Nei miti e nelle favole le divinità e altri grandi spiriti mettono alla prova il potere degli esseri umani mostrandosi sotto varie spoglie: si presentano in lunghi abiti o ricoperti di stracci, con piedi ovini infangati o con la pelle ricoperta di squame lucenti. Si mostrano terribili e terrificanti o delicati come fatine dei boschi.

Nel 2020, in questo anno palindromo e bisesto, son venuti a noi, invisibili e minuscoli, sottoforma di COVID-19.

Il Covid-19 è stato un cataclisma, in parte annunciato da chi iniziava a monitorare gli effetti della crescente globalizzazione. La “peste” della nuova era, si è presentata in giacca e cravatta, veicolata dai moderni “commessi viaggiatori”, ha sconvolto tutte le fasi del nostro quotidiano, ha causato la morte di un numero smisurato di nostri simili, ci ha costretto al confinamento tra le nostre mura domestiche per mesi. Tutto questo ha sicuramente cambiato in maniera insidiosa e irreversibile la nostra vita. Il nostro sguardo è ancora troppo ravvicinato per essere pienamente consapevole e obiettivo, tuttavia, la domanda da porsi è: come ci ha cambiato tutto questo?

Vanni Codeluppi sintetizza, con l’acume di chi conosce profondamente la natura dei fenomeni sociali, i mutamenti in atto. Il risultato è un mosaico multiforme e problematico, capace di far vacillare tutte le certezze. Quel che affiora è una umanità sempre più fragile e insicura.
“…per Baudrillant il virus non è altro che una delle tante incarnazioni del male, cioè di una dimensione dell’esistenza che gli esseri umani cercano da sempre di cancellare, ma che non potrà mai essere eliminata del tutto.”

Improvvisamente, il corpo, nella sua più animalesca natura, ritorna a emergere e a occupare lo spazio sociale. Cambia il valore delle priorità, persino delle parole. La parola “Virale”, che aveva visto indebolire con il progresso il suo significato negativo a favore di un concetto associato al successo e alla popolarità pubblica, ritorna a fare paura.

Come siamo diventati allora? Più globalizzati? Connessi? Vulberabili? Ecologisti? Controllati? Consumisti? A queste e ed altre domande l’autore cercherà di dare risposte, con l’ausilio del pensiero di sociologi, studiosi e filosofi. Un vero e proprio armamentario del sapere che, diligentemente elenca nelle ultime pagine del libro.
Molteplici possono essere i modi per tornare a vivere dopo la pandemia, e le risposte cambiano mentre noi cambiamo e il mondo cambia, pertanto non si può dire con assoluta certezza: questa è la via perchè vada “tutto bene”.

Bisognerà riparare l’istinto ferito, bandire la superficialità, e, con il tempo, apprendere gli aspetti più profondi della psiche umana, trattenere quel che abbiamo imparato, non volgerci altrove. Ma tutto questo richiede un’umanità sconfinata.

In maniera inaspettata, la lettura attenta di questo testo potrebbe riconciliare con Aristotele tutti coloro che come me non lo hanno amato. Fin dai tempi dell’università, e, anche dopo, a lui preferii Platone e il mondo delle idee. Tuttavia recupero oggi un inatteso interesse verso i suoi studi sull’economia. Per Aristotele e i suoi contemporanei, “economia” significava amministrazione della casa. Il capofamiglia aveva l’incombenza di governare il nucleo familiare producendo ricchezza e orientandolo verso una vita agiata. La ricchezza però andava intesa solo come un mezzo per vivere bene: quando diventava il fine stesso dell’esistenza dava vita a una degenerazione.

Riscoprire dunque la modernità di Aristotele nel richiamo alla responsabilità, alla cura. Si richiede consapevolezza nel saper individuare e riconoscere i bisogni nostri, della collettività, di ogni sistema (anche quello ambientale) e nel chiederci quanto una “cosa” sia effettivamente necessaria. Abbandonare dunque l’approccio opposto, crematistico, dell’accumulare continuamente beni, anche al di là del bisogno, per il solo piacere di possedere.

Bisogna quindi porsi oggi la domanda più importante, non come si svolgerà il nostro lavoro o se potremo andare al cinema, nè se potremo compiere il prossimo viaggio in un luogo remoto.

La domanda più importante attraverso la quale sondare e soppesare il valore da attribuire, dopo questa pandemia, alla nostra vita è: di cosa si nutre l’umanità? In cosa crede?

Siamo diventari più umani?

Vanni Codeluppi è un sociologo italiano, studioso dei fenomeni comunicativi presenti nel mondo dei consumi, dei media e della cultura di massa e autore di neologismi come “vetrinizzazione sociale”, “biocapitalismo”, “lusso democratico”.

È professore ordinario di Sociologia dei media presso l’Università IULM di Milano. Ha creato e diretto per 8 anni il “Master in Management del Made in Italy. Consumi e comunicazione della moda, del design e del lusso” dell’Università IULM. Dirige presso l’editore Franco Angeli le collane “Impresa, comunicazione, mercato” e “Comunicazione e società” e presso l’editore Carocci (con Mauro Ferraresi) la serie editoriale “Consumi, comunicazione e cambiamento sociale”.

È membro dei Comitati scientifici delle collane editoriali “Consumo, comunicazione, innovazione” (Franco Angeli), “Biblioteca di cultura” (Bulzoni) e “Sociologie” (Mimesis). È inoltre membro dei Comitati scientifici delle seguenti riviste: Sociologia del lavoro, Pensar la publicidad. Revista internacional de investigaciones publicitarias, [email protected] Rivista di studi sociali sull’immaginario, Mediascapes, ISR Italian Sociological Review.

Traduzioni dei suoi saggi sono usciti in Francia, Spagna, Inghilterra, Germania e Giappone.

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