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Recensione: Le ossa di Berdicev. La vita e il destino di Vasilij Grossman – “il destino dell’umanità in questi tempi inumani”

Recensione: Le ossa di Berdicev. La vita e il destino di Vasilij Grossman - "il destino dell’umanità in questi tempi inumani"Le ossa di Berdicev. La vita e il destino di Vasilij Grossman
di John e Carol Garrard,
Editore: Marietti,
Collana: Le lampare.

E’ insolito parlare di un libro partendo dalla morte del protagonista…
“Grossman morì nell’anniversario di quella terribile sera in cui a Berdicev la Polizei ucraina e le SS cominciarono a radunare le persone che si trovavano nel ghetto Jatki, a mettere gli autocarri in fila e a preparare le mitragliatrici per fare la guardia agli ebrei, che non erano in condizione di opporre resistenza.
Gli oncologi sanno che i pazienti in fase terminale riescono in qualche modo a controllare il giorno e l’ora in cui morire […] può darsi che la morte di Grossman, capitata nel ventitreesimo anniversario dell’inizio del massacro di Berdicev, ci segnali che, come nell’esperienza di quasi-morte descritta non molto tempo prima, il suo spirito stava uscendo dal suo corpo morente, balzando fuori dallo spazio e dal tempo per ricongiungersi a sua madre e alle altre 30.000 vittime in questo giorno, che di tutti i giorni dell’anno era per Grossman il più terribile.”

Il libro che contiene questo brano è “Le ossa di Berdicev”, biografia romanzata di Vasilij Grossman, giornalista e scrittore ebreo.
Berdicev è una cittadina dell’Ucraina di circa 60.000 abitanti, gli stessi che contava all’inizio della Seconda guerra mondiale, con la differenza che allora metà erano ebrei. Gli ucraini la chiamavano “la capitale degli ebrei”.

Nel XVIII secolo era stata un importante centro del movimento chassidico e nel XIX dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico.
I soldati della Wehrmacht vennero accolti in città nel luglio del 1941 come liberatori dal giogo sovietico.
Due mesi dopo le SS e gli Einsatzgruppen con il volenteroso sostegno e la complicità attiva degli stessi ucraini arruolati nella Polizei, fucilarono in soli tre giorni tutti i trentamila israeliti della città, nella prima operazione di eliminazione degli ebrei sistematicamente pianificata su vasta scala.
Tra quei milioni di ossa di gente fucilata o gettata ancora viva nelle fosse comuni, malati o anziani per i quali “non valeva la pena sprecare nemmeno una pallottola”, c’erano anche quelle di Ekaterina Savel’evna, la madre di Vasilij Grossman.

John Garrard, docente di letteratura russa all’università dell’Arizona, e sua moglie Carol, autori del libro, raccontano i maggiori eventi del Novecento, grazie all’esame dei loro riflessi nella vita e nelle opere di un uomo.
Nella prefazione chiariscono il loro obiettivo: comprendere in che cosa gli uomini del XX secolo, segnato da due terrificanti guerre mondiali e da due devastanti totalitarismi, abbiano sbagliato.

I Grossman erano una famiglia ebrea benestante e cosmopolita, appartenente al ceto alto dei professionisti.
Profondamente europeizzati, i genitori di Vasilj non nutrivano alcun interesse per l’ebraismo o per alcun’altra religione. Parlavano il russo e non l’ yddish; la madre di Vasilij parlava correntemente il francese e il padre il tedesco.
I due autori nel lbro non enunciano giudizi né sono assertivi, ma riescono a far trarre al lettore le sue conclusioni attraverso la presentazione e l’analisi dei testi di Grossman.
Il libro è molto denso e interessante ma non è certo di facile lettura. Spesso toglie il fiato per gli argomenti esposti e si sente il bisogno di riflettere e metabolizzare bene quello che si sta leggendo.

La difficoltà non è certo nello stile di scrittura dei Garrard, assolutamente scorrevole e totalmente privo di qualsiasi “posa” accademica.
L’impegno che il libro richiede deriva dalla cruda durezza dei contenuti e dalla complessità dei livelli e dei temi trattati.
Il percorso di vita di Vasilij Grossman, si intreccia in questa trama, evidenziandone le “zone malate”.
L’arruolamento volontario e il coraggio dimostrato durante tutta la guerra è visto dai Garrard come una sorta di “espiazione” e di “redenzione”: “Egli voleva redimersi ai propri occhi per non essere riuscito a comportarsi coraggiosamente come avrebbe dovuto nei momenti difficili degli anni Trenta […] Si sentiva responsabile per il destino di sua madre che era stata travolta dalla rapida avanzata tedesca”.

Nel 1943, mentre era diretto a Berlino, Grossman torna a Berdicev, che si trova lungo il percorso.
Lì scopre che sua madre è tra le trentamila vittime dei nazisti, le cui ossa giacciono ancora nell’enorme fossa comune, l’unica mai rimossa né dai nazisti, che non hanno avuto il tempo di cancellare ogni prova dello sterminio, come erano uso fare; né dai sovietici, che però tentarono in ogni modo di cancellarne la memoria.
Vasilij Grossman, che non si era mai posto il problema delle sue radici ebraiche, fu costretto a confrontarsi con esse dal genocidio nazista e dalle politiche antisemite del Governo; politiche che gli portarono via gli amici e minacciarono la sua stessa vita.

Il libro di John e Carol Garrard racconta i dieci anni di stesura di Vita e Destino, il categorico rifiuto alla pubblicazione, l’irruzione della polizia segreta e la requisizione di tutti i manoscritti nonostante nel frattempo Stalin fosse morto e l’era di Cruscev avesse fatto sperare in un disgelo.
Nel settembre del 1961, nel ventesimo anniversario della morte della madre, Grossman le aveva indirizzato una lettera in cui egli le dedicava esplicitamente Vita e Destino.

Vasilij scrisse alla madre morta:
“Fintantochè vivrò anche tu vivrai. Quando morirò, continuerai a vivere in questo libro, che ho dedicato a te e il cui destino è strettamente legato al tuo […] Lavorando [a Vita e Destino] negli ultimi dieci anni ho pensato a te costantemente. Il mio romanzo è dedicato al mio amore e alla mia devozione per il mio popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani” .

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