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Recensione: Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord – Nexo Digital – Dove tutti i rumori hanno il suono giusto…

Recensione: Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord - Nexo Digital - Dove tutti i rumori hanno il suono giusto... Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord, regia di Dario Acocella,
è un vero e proprio diario letterario.

Lo scrittore italiano ci carica in spalla come fossimo un vecchio indispensabile bagaglio, e ci conduce sulle tracce di Thoreau, ma anche di Hemingway, Raymond Carver, Jack London, Herman Melville e il Chris McCandless di Into the Wild. I grandi maestri della letteratura americana saranno lì a guidarci nascosti nel battito d’ali di un rapace, in un alito improvviso di vento, nel riflesso tremulo in una pozza di neve sciolta, in mille infinitesimali segnali umani diluiti nel gigantesco scenario naturale del Grande Nord dell’Alaska.
«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. (…) Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici».
Henry David Thoreau non è molto conosciuto in Italia, sanno di lui soprattutto gli ecologisti, o chi ha guardato tante, forse troppe volte Into the Wild, il film sulla storia di Chris McCandless, e Paolo Cognetti, che ha definito Walden. Vita nel bosco, il più famoso libro di Thoreau, una delle sue bibbie «della vita all’aria aperta e della religione della natura».

Cognetti in compagnia dell’amico illustratore Nicola Magrin inizia il suo viaggio per imparare a non farsi piccolo e fuggire di fronte alle dimensioni possenti, cicliche, imprevedibili, inaspettate e grandiose della vita, di fronte al bizzarro, allo strano e all’insolito. Per imparare a iberare la psiche dalla banalità, ramazzare il proprio sè, ripulire il pensiero e il sentimento.

Per imparare ad accendere un fuoco duraturo nel bosco e sotto la vita creativa e cucinare sistematicamente idee. Per vivere una quantità di vita inusitata. Noi, impariamo con lui intanto, nel nostro modo umano limitato, a modellarci con la neve e il freddo. E impariamo a farlo anche se al contempo siamo intimoriti, perchè ci sono ombre che danzano nella notte e vengono sollevate allo spuntar del giorno. Ci sono le tracce passate dei morti che ancora parlano e venti e fiati che vivono tutti nel grande abbraccio gelido del Nord. Ma la Natura mantiene l’ordine, il giorno segue la notte, le stagioni si susseguono, nulla è casuale: essa è al contempo poesia e ragione.

Il viaggio in sé è un insegnamento sulla natura vita-morte-vita. In questo Nord così affascinante e al tempo stesso disumano, senti il collegamento concreto con la vita e con la morte, si potrebbe dire che esista addirittura una religione del Grande Nord. Tutto ciò che può accadere al Nord può accadere all’anima e alla psiche: troppa acqua o troppo poca, infestamenti, gelo, tempesta, inondazioni, miracoli, morte, rinascita, fioritura, guarigione, bellezza.

Mentre raggiungono il Nord i due viaggiatori tengono un diario su cui registrano i segni di vita e di morte. La ricerca del Nord è un esercizio di meditazione per capire quando è il tempo di lasciare andare le cose.

Riscopriamo il valore dell’appartenenza e della lontananza da essa. Il valore della scelta di nuove famiglie, di nuovi amici. Un amico è infatti colui che ti considera una creatura vivente, un essere che cresce come l’albero dalla terra, un’autentica entità, umana ma fatta anche di sottilissime magiche cose.  Ecco le persone da cercare.

Il viaggio al Nord, come ogni viaggio è sempre il “ritorno a casa”. Esiste un istinto a tornare, a raggiungere il posto a cui apparteniamo e la capacità di ritrovare nell’oscurità o nella luce piena la propria casa.

Attraversiamo, di notte, estranei territori stranieri senza mappe, domandando a bizzarri personaggi che incontriamo lungo il cammino qual’è la via. La risposta esatta è complessa, in un certo senso è un posto interiore, un posto nel tempo piuttosto che nello spazio, dove ci si sente integri.

La meta ultima del viaggio è dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece che essere interrotti o essere strappati. Così arrivato al Magic Bus di Chris, abbandonato dal 1961, nel Parco Nazionale di Denali in Alaska, Paolo Cognetti è a “casa”, la sua natura istintuale si muove agevolmente come un giunto che scivola su un cuscinetto ben oliato, dove tutto è come dovrebbe essere, dove tutti i rumori hanno il suono giusto e la luce buona e gli odori si adeguano al nostro appetito.

Non importa come si passa il tempo in quel luogo. Quello è il tempo della contemplazione, ma anche quello dell’apprendimento, il tempo della riscoperta del dimenticato, del caduto in disuso, del sepolto.

Allora, solo allora, possiamo immaginare il futuro e leggere attentamente anche le macchie segnate dalle cicatrici della psiche scoprendo che cosa ci ha portato lì e la direzione verso cui andare.

In questo cammino, questo viaggio molto particolare, unico e irripetibile, non subito ma col giusto attendere, si possono aprire spiragli di luce che portano in superficie tesori nascosti e inaspettati, come in una poesia di Adrienne Rich.

…scendo
esploro il relitto…
riesco a vedere i danni subiti
e i tesori che trionfano…

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