Nel diritto esiste una regola semplice, che non ammette eccezioni: non puoi vendere ciò che non possiedi.
È attorno a questo principio che ruota la vicenda arrivata davanti al Tribunale di Velletri.
La sig.ra Gloria Battista, difesa dall’avvocato Carlo Affinito, porta avanti una tesi netta: alcuni immobili sarebbero stati venduti da chi, in realtà, non ne è mai stato proprietario.
Secondo la ricostruzione, i figli di secondo letto del cosiddetto “Mago di Arcella”, Antonio Battista, hanno agito come titolari di beni che non erano mai entrati nella loro sfera giuridica. Li hanno gestiti, trattati e infine venduti. Ma il punto è proprio questo: non potevano farlo.
All’origine c’è un passaggio decisivo. Il trasferimento di proprietà su cui si fondavano quelle vendite è stato dichiarato nullo dal Tribunale di Roma.
E nel diritto la nullità non lascia spazio a interpretazioni: un atto nullo non produce effetti. Mai.
La conseguenza è diretta: se quel passaggio non vale, i beni non sono mai usciti dalla disponibilità del proprietario originario.
E se non ne sono mai usciti, non potevano essere venduti.
Eppure, è esattamente ciò che è accaduto.
La società acquirente si trova oggi davanti a una verità difficile da ignorare: potrebbe aver acquistato non un immobile, ma un titolo privo di valore. Un’illusione giuridica.
Ora la decisione spetta al giudice Maurizio Colangelo, chiamato a fare chiarezza su un punto centrale: qui non si discute di formalità o priorità tra atti, ma dell’esistenza stessa del diritto di proprietà.
Nel frattempo, la società tenta di spostare il peso della responsabilità sui venditori, chiedendo di chiamarli in causa. Ma, secondo la difesa di Gloria Battista, il problema resta a monte: quell’acquisto nascerebbe già viziato.
Anche per una scelta precisa, tutt’altro che neutra: la rinuncia alle visure notarili.
Un dettaglio che pesa. Perché proprio quelle verifiche avrebbero potuto far emergere elementi decisivi: un titolo riferito al terreno e non ai fabbricati, e la presenza di limiti giuridici incompatibili con una piena proprietà.
A questo punto, la domanda è inevitabile: si può davvero parlare di buona fede quando si sceglie di non verificare?
L’udienza del 23 marzo si svolgerà in forma cartolare, senza discussione orale.
Nessun confronto diretto. Solo atti.
E in una vicenda come questa, saranno proprio le carte — da sole — a dire cosa è reale e cosa, invece, non lo è mai stato.
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