L’Editoriale: Renzo, Lucia e noi, perché “I Promessi Sposi” non si spostano con un decreto

L'Editoriale: Renzo, Lucia e noi, perché "I Promessi Sposi" non si spostano con un decretoIl dibattito sui nuovi programmi scolastici ci dice qualcosa di fondamentale su chi siamo e su cosa vogliamo diventare

C’è qualcosa di profondamente italiano nel fatto che il dibattito più acceso degli ultimi giorni non riguardi la politica estera, l’economia o il lavoro. Riguarda Renzo e Lucia. Riguarda un romanzo scritto quasi duecento anni fa da un milanese che voleva sciacquare i panni in Arno. Riguarda, in fondo, chi siamo — e chi vogliamo che diventino i nostri figli.

La bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per i Licei, pubblicata dal Ministero dell’Istruzione il 22 aprile scorso, ha scatenato una di quelle discussioni che attraversano trasversalmente tutto il Paese: dai professori universitari ai genitori, dai giornalisti ai social network. Al centro della polemica: la proposta di spostare la lettura de I Promessi Sposi dal biennio al quarto anno, sostituendola con «libri meno complessi dal punto di vista linguistico».

Cosa dice davvero la proposta

Prima di prendere posizione, è necessario capire di cosa stiamo effettivamente parlando. Perché in questo dibattito, come spesso accade in Italia, si è discusso molto di ciò che si è capito — o frainteso — e poco di ciò che è stato effettivamente scritto.

La commissione ministeriale, coordinata dal professor Claudio Giunta con la collaborazione di Clizia Carminati e Davide Profumo, non ha “abolito” Manzoni. Ha suggerito la possibilità — la possibilità, non l’obbligo — di rimandarne la lettura integrale al quarto anno, quando gli studenti studiano la letteratura dell’epoca manzoniana, lasciando al biennio spazio per «altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico».

Come ha chiarito la professoressa Carminati: «C’è chi ha scritto che lo abbiamo “abolito”, “cancellato”. Non è così. Abbiamo suggerito la possibilità (la possibilità!) di leggerlo al quarto anno, quando gli studenti si sono già allenati per otto anni di scuola a leggere libri, e quando hanno gli strumenti per capirne il contesto».

Al biennio, invece, gli studenti dovrebbero leggere almeno sei libri in forma integrale nei primi due anni, scelti tra un ampio ventaglio che va da Calvino a Morante, da Dostoevskij a Tolkien, da Agatha Christie a Stephen King, includendo generi come il giallo, la fantascienza e l’horror.

Il ministro Giuseppe Valditara, con una mossa politicamente astuta, ha preso le distanze dalla proposta senza bocciarla, dichiarando che «non portando la mia firma, non mi può essere riferita», aggiungendo però di avere «qualche perplessità perché ritengo che i Promessi Sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di 14/15 anni».

Le ragioni di chi vuole lo spostamento

Sarebbe disonesto non riconoscere che le motivazioni addotte dalla commissione hanno una loro solida logica. E meritano rispetto.

Il professor Giunta ricorda che già Giosuè Carducci, alla fine dell’Ottocento, sosteneva che Manzoni «non è autor da ragazzi: vuole idonea preparazione di studi, di facoltà, di osservazione ad essere letto e meditato degnamente». Se lo diceva Carducci — non esattamente un rivoluzionario della didattica — forse il problema è antico quanto la tradizione stessa.

Giunta aggiunge una testimonianza folgorante: un collega gli ha scritto che della celeberrima frase «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno», i quindicenni di oggi hanno bisogno che venga spiegato loro: che «ramo» non si riferisce a un albero, cosa significa «volgere», cosa indica «mezzogiorno» quando non indica le ore 12, e dove si trovi Como.

Il punto, insomma, non è solo linguistico: è culturale, storico, concettuale. Leggere Manzoni al secondo anno significa chiedere a ragazzi di 14-15 anni di navigare in un universo — la Lombardia spagnola del Seicento, il lessico ottocentesco, le strutture sociali e religiose dell’epoca — per il quale non hanno ancora gli strumenti necessari. La proposta della commissione sostiene che quella difficoltà non «rappresenti per la gran parte di loro una sfida che li tempra bensì una frustrazione che li scoraggia e li demotiva».

C’è poi un argomento di realismo scolastico difficile da ignorare: come osserva lo stesso Giunta, buona parte degli insegnanti I Promessi Sposi «li “fa” a pezzetti — qualche pagina dei primi capitoli — o non li “fa” proprio». La tradizione, insomma, è già da tempo più proclamata che praticata.

Le ragioni di chi difende il biennio

E tuttavia. E tuttavia c’è qualcosa in questa proposta che non convince. Qualcosa che va oltre la difesa nostalgica di una tradizione scolastica, e che riguarda invece la natura profonda di quest’opera e il suo rapporto con il presente.

I Promessi Sposi non sono un romanzo storico nel senso in cui lo è un libro di Scott o di Dumas. Sono uno specchio del presente italiano, perenne e implacabile. Sono un catalogo delle nostre storture nazionali: l’abuso del potere, la prepotenza del più forte sul più debole, la burocrazia ottusa, l’ipocrisia religiosa, la manipolazione della comunicazione — il famigerato latinorum di don Abbondio è forse la prima rappresentazione letteraria della lingua come strumento di oppressione.

Come nota acutamente un’ex docente di lettere, il romanzo manzoniano è una miniera inesauribile di temi di stringente attualità: la violenza di genere, l’uso del potere, la pandemia, la monacazione forzata, l’uso del linguaggio specialistico a svantaggio degli ignoranti. Temi che un quindicenne, per quanto impreparato sul piano lessicale, sente, comprende, riconosce. Perché li vive, in forme diverse, ogni giorno.

Qui sta il paradosso della proposta ministeriale: si sposta Manzoni al quarto anno nel momento in cui i ragazzi hanno più strumenti storico-letterari per comprenderlo, ma si toglie loro l’opportunità di leggerlo nel momento in cui la sua potenza emotiva e civile potrebbe colpirli di più. Un quindicenne che legge la storia di Lucia davanti a don Rodrigo non ha bisogno di sapere tutto sul vicereame spagnolo per capire cosa sia il sopruso. Gliel’ha già insegnato la vita.

Il vero problema: non dove, ma come

C’è però un livello più profondo di questa discussione, che il dibattito pubblico ha quasi completamente ignorato. Ed è la questione del metodo.

Sia i sostenitori che i critici della proposta sembrano dare per scontato che il problema sia l’anno in cui si legge Manzoni. Ma il problema vero è come lo si legge. O meglio: come spesso non lo si legge.

Un grande classico proposto male — con parafrasi mummificate, schede riassuntive preconfezionate, interrogazioni sul «riassunto del capitolo» — è un classico ucciso, indipendentemente dall’anno scolastico in cui viene collocato. Un grande classico proposto bene — con passione, con la capacità di collegarlo al presente, con la libertà di lasciar parlare il testo — è un classico vivo, a qualsiasi età.

La professoressa Elisabetta Bolondi, ex docente di lettere, lo dice con la saggezza di chi ha vissuto quella sfida in classe: «Il linguaggio di Dante, Boccaccio, Petrarca, Ariosto, Foscolo, Leopardi, Manzoni, i nostri grandissimi letterati, dovrà arrivare ai più giovani filtrato dalla passione e dalla competente professionalità dei docenti italiani, senza troppe indicazioni prescrittive».

È lì, in quella «passione e competente professionalità», che si vince o si perde la partita. Non nei programmi ministeriali.

Fantasy e gialli: apertura o resa?

Un’ultima questione merita attenzione: la proposta di affiancare ai classici opere di genere popolare — gialli, fantasy, horror, fantascienza — come letture del biennio. Tolkien, Stephen King, Agatha Christie, Roald Dahl: autori che «di norma piacciono agli studenti».

C’è chi legge questa apertura come una resa: l’abbassamento definitivo dell’asticella culturale della scuola italiana. E c’è chi la legge come un atto di intelligenza pedagogica: incontrare gli studenti dove sono, per poi portarli dove vogliamo che vadano.

Entrambe le letture contengono una parte di verità. La scuola non può ignorare che i ragazzi di oggi leggono — quando leggono — generi che per decenni sono stati esclusi dal canone scolastico. E la letteratura di genere, quando è buona, non è meno “letteratura” dei classici: insegna la struttura del racconto, la costruzione dei personaggi, il ritmo della narrazione. Strumenti che poi servono anche per leggere Manzoni.

Il punto, però, è che questa apertura non può diventare un alibi. Che si possa leggere Tolkien e Manzoni, King e Leopardi, Christie e Dante — non l’uno al posto dell’altro. Perché la scuola non è una libreria dove si sceglie in base ai gusti: è il luogo dove si incontrano opere che non avremmo scelto, e che per questo ci cambiano.

La vera domanda che nessuno fa

In fondo, questo dibattito su Manzoni ci rivela qualcosa che va oltre la didattica. Ci rivela la domanda che l’Italia non riesce ancora a porsi con onestà: cosa vogliamo che sappia chi esce dalla nostra scuola?

Non quali materie vuole che abbia studiato, non quali opere vuole che abbia letto, non in quale anno vuole che abbia affrontato Manzoni o Dante. Ma cosa vuole che sappia fare con tutto questo. Come vuole che abbia imparato a leggere il mondo — il suo presente, le sue ingiustizie, le sue bellezze.

Se risponderemo seriamente a questa domanda, scopriremo probabilmente che I Promessi Sposi al secondo anno non sono un problema — sono una risorsa. Che un quindicenne che capisce don Abbondio capisce qualcosa di essenziale su come funziona il potere. Che un quindicenne che capisce Lucia capisce qualcosa di essenziale su come si resiste.

E che Manzoni, in fondo, non è mai stato «un classico contemporaneo» nel senso in cui lo intendeva l’Ottocento. È qualcosa di più: è uno specchio contemporaneo. Sempre. A qualsiasi età.

Spostatelo al quarto anno, se volete. Ma non illudetevi che cambi qualcosa, se nel frattempo non cambia il modo in cui ci si siede davanti a lui.

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