Recensione: “Dicono di noi”, la generazione Z parla al mondo adulto

Recensione: "Dicono di noi", la generazione Z parla al mondo adultoCharlie Moon è nome d’arte di Elena Valecce, youtuber italiana.

Il suo canale è incentrato principalmente su gameplay di Minecraft e video vlog, ma in passato ha cercato di portare anche altri giochi.

Faceva parte dello storico gruppo di gamer conosciuto come Mai Deboli, di cui ora fanno parte solo KeNoia, TearlessRaptor, TheMark, Marcy, ErenBlaze e Tech4Play, dopo che lei l’ha lasciato insieme a Matteofire97, Anlix, LoKk1, Wallflower e Metano007 per motivi sconosciuti.

Il 5 aprile 2018, nel video Il coraggio di essere se stessi – COMING OUT, annuncia di essere omosessuale.

Charlie Moon è nata nel 1997, giovanissima, tocca nel suo romanzo temi delicati e sicuramente derivati dalla sua esperienza personale.

Il linguaggio utilizzato in Dicono di noi, edito da Sonzogno, è quello giovanile, ordinariamente infarcito di espressioni volgari, di termini coprolalici o legati alla sessualità: le cosiddette “parolacce”.

Dopo i termini generici più comuni (“cosa”, “dire”, “fare”, “molto”, “bene”, “niente”, “cioè”…), le parole infatti, che si incontrano con più frequenza nel linguaggio giovanile sono di genere sessuale e blasfemo. Ma questi termini, così come nell’uso che ne fanno i giovani, hanno perso gran parte del loro significato originario: nel contesto del romanzo hanno una funzione rafforzativa o sono un semplice intercalare.

Nel reggere la struttura della storia, l’autrice ricorre a una massiccia presenza di figure retoriche e sintattiche come la metafora, l’iperbole (“ci mette una vita” – impiega moltissimo tempo), l’ellissi (“numero” – situazione buffa o caotica), la sineddoche (“andar bene a scuola” – ottener buoni risultati scolastici), il traslato (“forte” – bravo), ecc… Queste, come gli intercalari e le parolacce, servono a dare forza al discorso narrativo, lo enfatizzano, lo rendono più plastico, più immediato.

Diana e Selene.

Le protagoniste di Dicono di noi sono loro, le loro vite parallele si incrociano a un certo punto della storia. Esse hanno in comune molto più di quello che possono immaginare.

Diana, è segretamente innamorata della sua migliore amica Arianna senza trovare mai il coraggio di farsi avanti, ma soprattutto quello di accettarsi.

Selene cerca di dimenticare Cate che continua a ritornare nella sua vita distruggendo ogni difesa faticosamente costruita.

Entrambe alla ricerca di una identità, immerse in un mondo social estraniante e familiare allo stesso tempo, Diana e Selene si scontreranno col proprio passato.

Selene continua inconsciamente a disegnare un volto a cui non sa dare nome da quando era bambina.

Diana, sul suo certificato di nascita, legge un cognome che non è il suo.

Diana, da una cittadina del Sud approda a Milano per iniziare la sua nuova vita con al suo fianco, gli amici di sempre, Luca e Arianna.

Selene, ribelle sbucata dal nulla è pronta a mandare ogni certezza a gambe all’aria.

Sono i ragazzi della generazione Z che parlano al mondo adulto, raccontando le loro incertezze e perplessità. Sovente con l’associazione suono-parola (onomatopea), mutuato dai fumetti o dal linguaggio televisivo.

Il discorso è volutamente ridotto come accade tra amici, Velocizzato, privato di paludamenti superflui. Si preferisce la funzionalità e l’immediatezza espressiva, più efficace per il rapporto faccia-a-faccia nel tentativo di limitare il racconto a ciò che è direttamente gestibile, alla vita del momento.

Il romanzo pone in risalto i problemi di comprensione reciproca, soprattutto tra generazioni, che aumenta il livello di frammentazione sociale.

«Se c’è una cosa che ho imparato da bambina, è che non è vero che le apparenze non contano. La prima impressione è tutto, e io lo so bene. Ho sempre creduto che questo fosse il modo migliore per combattere i pregiudizi. Eppure, ho come la sensazione che non faccia che lasciartene altri addosso»

Questo a conferma che la corporeità, il gesto, la mimica, la musica, la danza, l’abbigliamento, il look, i graffiti, gli slogan sono elementi fondamentali del mondo giovanile.

Il “look” serve anche per esprimere sentimenti, emozioni, stati d’animo. Questi ragazzi, cresciuti a stories di Instagram e clic su YouTube, dimostrano d’essere fragili dietro tutte le apparenze e cercano il consenso: con la verità detta e accettata in comune viene esaltata la forza del gruppo e si liberano dai residui complessi di colpa che la dissacrazione di tabù sociali o sessuali comporta.

Tutto il romanzo, in Dicono di noi, diventa un percorso di identificazione e conferma dell’identità.

Si passa così dal silenzio alla mania di parlare continuamente, fittamente. Entrambe le manifestazioni rivelano un modo di appropriarsi della realtà dei personaggi. Questo parlare fitto fitto, il dirsi tutto, il raccontare fin nei minimi particolari ogni cosa risponde al bisogno di comunicare il vissuto, così come è stato percepito. E’ come se si volesse cercarne insieme un significato.

Ma l’ascoltare da parte degli altri offre solo un appoggio emotivo e spesso ingenera soltanto una sconfortante impressione di solitudine, del sentirsi soli anche se in contatto con tante persone.

La stessa percepita paradossalmente sui social network.

La lettura del romanzo diventa un pretesto per comprendere I giovani adulti della Generazione Z, fare un viaggio attraverso i loro occhi e soprattutto rintracciare i significati più profondi del loro linguaggio.

Al romanzo è stato dedicato un cortometraggio:

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *