Ignazio Silone, nel suo ultimo scritto del 1968, L’avventura di un povero cristiano, descrive il Monte Morrone e la Maiella come rifugio di eremiti, ma in tempo di guerra, per la rudezza della terra e della popolazione, furono molti i dissidenti e i prigionieri politici, fuorilegge e partigiani che si nascosero tra quei monti e, a dispetto della repressione fascista, furono aiutati a trovare rifugio e salvezza.
Il confino era un provvedimento di polizia, imposto dal Regime per impedire a intellettuali considerati pericolosi di fare propaganda nella loro città di origine e Leone Ginzburg, a cui era già stata revocata la cittadinanza italiana rendendolo apolide, e sua moglie Natalia furono inviati nel paese di Pizzoli, poco distante da L’Aquila esattamente tre giorni dopo l’ingresso in guerra accanto al Reich tedesco.
Il Confino di Leone e Natalia Ginzburg a Pizzoli, firmato da Roberto delle Cese e pubblicato da Robin Edizione nel 2025 (pgg. 118, prezzo 18,00 euro) segue dunque i quattro anni che Leone Ginzburg trascorse nel paesino abruzzese, dove strinse legami con alcuni degli abitanti del luogo, gente semplice, tra i quali ricorda Vittorio Giorgi con cui discorreva spesso sull’attualità e sulla guerra e soprattutto condividevano il rispetto verso i comunisti.
Mentre li divideva il punto di contrasto invalicabile che riguarda il nesso inscindibile tra socialismo e libertà. Senza il consenso della gente anche l’idea più nobile è destinata a soccombere.
Dall’interessante saggio di Roberto delle Cese emerge un Leone Ginzburg infaticabile nella sua attività, nell’organizzazione della casa editrice Einaudi, i contatti tenuti con gli altri redattori – persino, si occupava delle copertine dei libri con difficoltà inimmaginabili –, la sua incrollabile passione politica e il seguire l’evoluzione della guerra, le lettere scritte al senatore Croce e il suo lavoro di traduttore dal francese e dal russo.
L’arrivo della moglie Natalia e dei due figli piccoli, da un lato rafforzò le preoccupazioni per le difficoltà economiche ma d’altra parte diede nuova energia all’intellettuale torinese.
Natalia Ginzburg iniziò la sua carriera di scrittrice proprio nell’esilio di Pizzoli, osservando la gente comune, la vita semplice e dura, la fisicità degli abitanti e delle loro mansioni. Dall’epistolario si evince anche l’interesse di Natalia Ginzburg per la vita di paese che si ritrova descritta con precisione nel racconto Mio marito, costruito sulla figura del medico di paese.
I suoi primi scritti, nei quali usa lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte per nascondere le origini ebree, trasudano un affetto sincero verso questo borgo che li ha allontanati da Torino e il tempo ivi trascorso lo ricorderà spesso come il tempo migliore della mia vita.
In conclusione, un interessantissimo frammento di vita comune di due massimi intellettuali, colti nella vita di tutti i giorni in un paese che doveva fiaccare la loro forza morale e invece grazie alla gentilezza e alla curiosità dei suoi abitanti ha dato nuovi stimoli, soprattutto alla scrittrice che rocambolescamente riuscì a fuggire alla fine della guerra, trovando nella scrittura la sua dimensione. Mentre più sfortunato fu Leone, vittima delle violenze nel carcere romano di Regina Coeli ove trovò la morte.
Commenta per primo