Su certe opere letterarie potremmo legittimamente chiederci se non ci siano arrivate con un leggero ritardo.
Tra queste, forse, vi è anche il libro di Sabahattin Ali Il demone in noi (Carbonio editore, 281 pagg. €18,50), nel quale riverberano i temi del miglior Màrai, quei climi sospesi, quei tempi nei quali la Storia pare essersi fermata per dare spazio al plot, a ciò che non si vede, ai sentimenti insomma.
Forse, libri come quello di Ali ce li saremmo aspettati una trentina, una quarantina di anni fa, dato che alcuni cervelloni della geopolitica non fanno altro che torturarci le orecchie e l’animo con il solito postulato secondo cui la Storia è finita.
Prendiamo, solo per un attimo, questa affermazione ardita per vera. Quali sarebbero, dunque, le conseguenze di questa fine? Cosa resta, se la Storia si ferma?
I sentimenti? Se la risposta è questa allora Ali, col suo libro, fa centro, non c’è dubbio. Perché a prescindere dai dettami degli analisti il mondo continua a girare, e gli esseri umani continuano ad abitarlo sperando di cambiarlo mediante il proprio atteggiamento nei confronti dell’altro.
Ma il mondo non cambia; e gli esseri umani neppure. L’altro resta e resterà sempre una galassia sconosciuta, piena di non detti. E poco importa che tale archetipo prenda a pretesto una città come Istanbul, negli anni ’30 del ’900, o i sobborghi di New York negli anni ’60.
Lo stile, il racconto, i protagonisti possono cambiare. I sentimenti mai.
La vicenda che ci propone Ali è semplice. È una storia d’amore (finalmente, è il caso di dirlo) immersa del tutto nel clima di quegli anni pieni di contrasti, dove i personaggi non esprimono volontà e speranze del nostro Tempo, ma del loro. L’abilità dell’Autore, ciò che fa veramente scorrere il libro, risiede nella precisione delle descrizioni, anche psicologiche, che portano avanti la trama. Tutto è narrato in terza persona, ma il lettore ha la netta impressione di ascoltare un vero e proprio stream of consciousness, seduto di fronte al protagonista che ci racconta la sua storia.
Chi legge è confortato dalla totale assenza di rimandi alla nostra attualità, è libero di immaginare, di emozionarsi, di empatizzare, e con la vicenda e con i suoi protagonisti. Il linguaggio è piano, il ritmo ben calibrato. Una vera e propria lezione di scrittura.
Abbiamo bisogno di libri come quello di Ali, abbiamo bisogno di case editrici che insistano su certi tipi di andamenti, di scelte, di riflessioni. Perché anche se certe opere paiono arrivare con un po’ di ritardo, anche se molti addetti ai lavori potrebbero pensare: “Ma cosa ce ne facciamo di Ali quando abbiamo Sandor Màrai, Thomas Mann, Benjamin Costant, etc.?” è necessario che certi temi vengano affrontati col rigore immersivo dei letterati di una volta dato che, come diceva Joubert, I ragazzi non hanno bisogno di critiche, ma di esempi.
L’esempio di Ali, scrittore e poeta turco perseguitato dal regime di Atatürk e morto in circostanze misteriose nel 1948 mentre tentava di passare clandestinamente il confine, ci giunge oggi in tutto il suo splendore grazie al lavoro di Carbonio editore ed è disponibile nella traduzione di Nicola Verderame.
Un libro del 1940 che per finezza e scelte ha la tridimensionale leggerezza di un classico moderno.
Se è vero che il pregiudizio dei posteri è lo spirito del Tempo, non vi resta altro da fare che correre in libreria per smentire voi stessi.
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